I giovani di Palestina e Cisgiordania | Toufic Haddad
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Toufic Haddad   
I giovani di Palestina e Cisgiordania | Toufic Haddad
Ahmed Subhi, 26 anni, attende sotto il sole di fine pomeriggio davanti a una lunga fila di macchine e autobus ferma al Check point 300, il principale posto di blocco militare israeliano che separa Betlemme da Gerusalemme. Ogni giorno, verso le quattro, una nuova ondata di pullman di turisti lascia la città per rientrare negli alberghi israeliani, a Gerusalemme, dopo esser andati a visitare in giornata la Basilica della Natività, considerata il luogo di nascita di Gesù. Malgrado i messaggi biblici dispensati dalle loro guide, non possono ignorare il conflitto politico attuale.

Le truppe israeliane ispezionano ogni veicolo in entrata e in uscita da Betlemme, città separata da Gerusalemme da un enorme muro di cemento alto otto metri, squadre di cecchini e telecamere di videosorveglianza.
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Eppure Subhi ha fatto di questa attesa d’ispezione imposta ad ogni vettura, un’occasione per attirare l’attenzione dei turisti. In quel momento dice le poche frasi che conosce in spagnolo, russo, polacco, italiano, inglese o rumeno per vendere i rosari in ulivo che penzolano dal suo avambraccio, o il flauto di legno che ha imparato a suonare con l’altra mano.

Subhi fa parte di una generazione sacrificata di adolescenti e di giovani adulti palestinesi che hanno la guerra sotto gli occhi; un altro giorno passato a vendere cianfrusaglie a buon mercato a turisti stanchi.

Il tasso di occupazione ufficiale a Betlemme, 19%, è il più elevato della Cisgiordania (dove la media complessiva è del 15%), ma è molto più basso rispetto alla Striscia di Gaza (33%). «Se faccio 50 shekels al giorno (circa 15 dollari)», spiega Ahmed, «sono contento. 10 shekels bastano per le sigarette e il resto va alla mia famiglia». Le difficoltà quotidiane per i palestinesi che vivono in Cisgiordania, terra occupata dagli israeliani, sono molteplici. Vanno dagli elementi più evidenti d’una occupazione militare a ostacoli meno visibili ma altrettanto insidiosi di natura burocratica, psicologica e sociale.

I palestinesi tra i 18 e i 35 anni rappresentano il 27% della popolazione totale in Cisgiordania. Tra loro, poco più del 40% ha meno di 18 anni.

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I giovani palestinesi sono particolarmente condizionati dall’occupazione israeliana, che dura da 42 anni. La gioventù è un periodo durante il quale sono costretti ad interiorizzare la frattura tra l’istinto che li spingerebbe naturalmente a vivere liberi e a ricercare fortuna, e l’impossibilità di farlo a causa dell’occupazione. Questo spinge molti giovani a impegnarsi politicamente, come è sempre accaduto in tutta la storia palestinese.

L’occupazione israeliana tocca gli aspetti più elementari dell’esistenza nei Territori Palestinesi Occupati. 1.500 leggi militari – non civili o federali – regolano la vita dei palestinesi. In effetti, qui, il diritto di questi ultimi ad avere dei diritti, cioè il diritto alla cittadinanza, è semplicemente inesistente. I palestinesi sono obbligati ad usare documenti d’identità di colore diverso rispetto a quelli degli ebrei israeliani, e per questo si astengono dal disporre della più semplice protezione umana.

Il segno più visibile dell’occupazione che opprime i 2,4 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania è il sistema israeliano di posti di blocco militari: più di 500 check point, barriere e ostacoli terrestri frammentano la loro esistenza. Le imprese commerciali, le riunioni sociali o familiari, le urgenze mediche o l’iscrizione alla scuola dipendono dal benvolere dei soldati israeliani – molti dei quali hanno la stessa età dei giovani palestinesi – che regolano gli spostamenti all’interno della Cisgiordania.

Isolati dai loro coetanei, dagli ebrei israeliani e dal resto della comunità, numerosi palestinesi come Subhi si sono rassegnati ad una vita molto «locale», che per prudenza, guardano al di là delle barriere di cemento.
«Sognare, qui, vuol dire abbracciare il dolore e la disillusione. Per il momento, le nostre vite si riducono ai pochi chilometri quadrati di Betlemme, ma è chiaro che, come tutti, vorrei vivere, viaggiare, fare esperienze».

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Per ora, l’apertura al mondo esterno non può esserci che in modo indiretto, tramite la televisione satellitare e internet, o tramite un network come Facebook, che è molto usato. A giudicare dal numero di intervistati per questo articolo, internet è estremamente diffuso, sia per svago che per la comunicazione dei giovani palestinesi di ogni classe sociale e di entrambi i sessi. Anche la maggior parte dei campi i rifugiati in Cisgiordania vorrebbe aumentare la propria connessione, benché il servizio sia relativamente povero, secondo gli standard europei.
Questo uso di internet riflette le deformazioni che caratterizzano lo spazio e la geografia nei Territori. Per i palestinesi è più facile viaggiare in Giordania che visitare Gerusalemme – che, nel caso di Betlemme, dista appena 10 chilometri. Intere generazioni di palestinesi crescono senza aver mai visto il mare, o senza aver incontrato i loro familiari dispersi con la diaspora.

Il matrimonio è un’altra delle grandi questioni che devono affrontare i giovani palestinesi. L’età media per le nozze è 22 anni per le femmine, 26 per i maschi. Per via della struttura matrimoniale tradizionale, tutti gli oneri finanziari ricadono sull’uomo che, in base alla sua classe sociale, deve pagare almeno 10.000 dollari tra oro per la dote, abiti per la sposa e festeggiamenti per le nozze. Inoltre, la maggior parte dei ragazzi deve offrire alla sposa una casa ammobiliata, di proprietà o in affitto, che aumenta considerevolmente i costi. In una regione dove il PIL per persona è di 2.900 dollari, questo significa che, per ottenere questa somma, gli uomini sono costretti a prendere soldi in prestito ai parenti stretti e a quelli più lontani.

Per questo motivo, l’indipendenza finanziaria e, in un certo senso, quella individuale dei giovani è compromessa perché dipendono dalla famiglia in senso più largo – fenomeno che, tra gli altri, ha rafforzato gli aspetti tribali della società palestinese.

Ovviamente, il modo in cui i palestinesi vivono l’occupazione dipende fortemente da aspetti specifici come il genere, il gruppo di appartenenza sociale, la confessione, la collocazione geografica o la condizione economica. I giovani nati in un campo di rifugiati rurale come Fawwar, che da bambini vanno alla scuola delle Nazioni Unite, vivono in modo completamente diverso rispetto ai giovani della classe media della periferia di Ramallah, che studiano nelle scuole private anglofone.

Detto questo, se c’è una cosa che si può dire su questa generazione, è che sembra particolarmente svantaggiata. Le generazioni precedenti avevano una maggiore liberà di movimento e la possibilità di percepire salari più elevati perché il mercato del lavoro israeliano era ancora accessibile. Ora non è più così. Inoltre, le lotte politiche di queste generazioni (la prima e la seconda Intifada, o le rivolte) non sono riuscite a raggiungere il loro obbiettivo.

La sfiducia nella politica si sta facendo strada. Il movimento nazionale palestinese sta attualmente attraversando un periodo di crisi, con profonde fratture tra Fatah e Hamas, e questo paralizza la capacità dei palestinesi di influire sui cambiamenti. Una percentuale crescente di persone non si sente rappresentata da nessuna fazione, e i sondaggi d’opinione hanno indicato che oltre il 40% dei palestinesi pensa di emigrare.

Lo scoraggiamento di questa giovane generazione è da questo punto di vista innegabile. Il loro destino è legato a troppi elementi che non dipendono da loro.

Toufic Haddad
Traduzione di Federica Araco
Aprile 2010


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