Spagna: nasce la generazione “paro” | Cristina Artoni
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Cristina Artoni   
Spagna: nasce la generazione “paro” | Cristina Artoni«Buongiorno, mi presento sono Pau e faccio parte della generazione “paro”». Nato e cresciuto a Barcellona, questo ragazzo di 23 anni vivacchia lavorando nei bar della capitale catalana in attesa di trovare un lavoro nel suo settore: “Sono informatico ma l’ufficio di web design dove lavoravo è durato 3 mesi. Ha chiuso nel giro di due settimane. Se va avanti così saremo una generazione intera in queste condizioni”.
Quando va bene li chiamano “generazione paro”. Altrimenti i giovani spagnoli sono definiti più crudamente la “carne da cannone” di un sistema che si è accartocciato su se stesso.

Come una marea che sale con costanza, mese dopo mese la crisi ha allagato tutta la penisola iberica. In prima battuta sono state colpite le zone da sempre considerate più a rischio, come Paesi Baschi e Andalusia, poi in rapida successione il resto della Spagna. Una crisi che, oltre a mettere sul lastrico intere famiglie, sta anche creando una generazione di senza lavoro, costretta a fare ricorso al sussidio di disoccupazione per sopravvivere. Fino all’inizio del 2010 il governo Zapatero era riuscito a mantenersi in equilibrio malgrado i dati economici in rosso. Ma a febbraio, poco dopo l’assunzione della presidenza dell’Unione Europea, il tonfo delle borse spagnole ha compromesso l’immagine tanto salvaguardata da Madrid ed ha fatto emergere i contorni di una crisi profonda.

La Spagna sta affrontando la recessione più grave da mezzo secolo a questa parte (-3,6% su base annua nel 2009), e la più tenace del G20, dove il Paese è l'unico che non sia ancora tornato a crescere. Siamo di fronte alla maggior caduta dei prezzi al consumo dal 1952.
Cinquecentomila case invendute. E, soprattutto, la maggior distruzione di posti di lavoro che ricordino le statistiche nazionali (in dicembre ne sparivano quattromila al giorno, -6.7% su base annua). Quel 19% di disoccupati, 40% tra i giovani, comportano un peso ormai intollerabile per le finanze pubbliche, e contribuiscono in modo rilevante ad un deficit che ha raggiunto l'11,7% del Pil. Nessun guru della finanza internazionale pronostica sventura; ma due tra i più ascoltati, Paul Krugman e Nouriel Roubini, ritengono che oggi la Spagna, più della Grecia, sia l'economia più pericolante dell'Eurozona.

In questo quadro fosco i dati della disoccupazione giovanile sono impressionanti: uno su tre non ha lavoro, mentre fino a un anno fa i giovani disoccupati erano uno su cinque. La definizione “carne da cannone” diventa, quindi, più aderente alla realtà. I giovani rappresentano oggi in Spagna le vittime di una società che non prospetta un futuro possibile, se non quello improntato sulla più selvaggia precarietà. Per chi vuole evitare una vita nell’instabilità non resta che preparare le valigie e “largar adelante” e lasciarsi alle spalle la Spagna.

La generazione “paro” si districa, così, tra contratti saltuari o a tempo determinato. Ben tre ragazzi su quattro tra i 16 e i 19 anni è imprigionato in uno di questi contratti ultra-precari (il 74%). I più grandi, dai 20 ai 24 anni, che hanno comunque esigenze più impellenti di diventare indipendenti dalla famiglia di origine, sono poco meno (54%). Senza garanzie questi giovani sono i primi a cadere nella disoccupazione: del milione e 800.000 posti di lavori persi in due anni di crisi, un milione e 500.000 erano dei contratti stagionali.

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Madrid: manifestation syndicale pour la défense de l’emploi

In più, come sottolinea il sindacato Comisiones Obreras (CCOO): “la precarietà incorpora altre dimensioni che vanno oltre la stabilità del lavoro”. Infatti, chi riesce ad entrare nel mercato del lavoro deve spesso sopportare una lunga lista di angherie ormai diventate la normalità, come salari bassi, sfruttamento con stage fittizi o contratti “formativi”. Parlare di fiducia nel futuro diventa sempre più difficile anche per i giovani spagnoli, cresciuti in un clima di speranza dopo i decenni bui del franchismo. “Non so cosa potrebbe essere peggio: se la decisione dei 700.000 giovani spagnoli disoccupati – dice lo scrittore Roman Orozco – di scendere per le strade per chiedere lavoro oppure la scelta di restare a casa e sprofondare in quello che gli esperti chiamano “l’effetto sfiducia”.

Ma la loro è diventata un’emergenza al punto che, ora più di prima, si ci si prodiga in sondaggi, dibattiti e inchieste. La fotografia che ne risulta è angosciante. Dai paesi baschi, ad esempio, emerge che gli oltre 12.000 giovani disoccupati della regione hanno meno di 25 anni. In Euskadi il problema principale è il lavoro, mentre il terrorismo e la violenza viene relegato al quarto posto.
Il 51% dei giovani qualificano la condizione in cui stanno vivendo in questi mesi tra “male” a “molto male”. Il risultato è una totale disaffezione nei partiti tanto che l’80% degli intervistati è “poco” o “per niente” interessato alla politica.

Anche in Andalusia l’atmosfera è pesante, tanto da far parlare l’ex ministro del Lavoro Manuel Pimentel di “emergenza nazionale”: “Nemmeno in uno dei miei peggiori incubi avrei mai sospettato di arrivare a questo tasso di disoccupazione”. In meno di due anni i “senza lavoro” hanno toccato quota 26,41%. L’ultimo rifugio di fronte alle difficoltà economiche è quella di ritornare sotto le ali dei genitori, fenomeno che colpisce anche i giovani che si erano resi indipendenti. Nella regione del sud della Spagna, la famiglia resta, secondo il difensore dei cittadini della provincia di Malaga, Francisco Gutierrez “il materasso di salvataggio della realtà sociale che sta attraversando il Paese”.

Madrid cerca di stimolare l’economia, puntando ad esempio, nelle regioni come l’Andalusia ad incentivare una delle risorse trainanti come il settore del turismo. Ma sembra non sia sufficiente per la ripresa. Anche una regione ricca come la Catalogna che, grazie a Barcellona, è una delle mète più battute negli ultimi sei anni, ha risentito della crisi internazionale. La disoccupazione colpisce il 28,1% dei giovani catalani, che sono due volte più soggetti degli adulti dei contratti a tempo determinato. «Dicono che il peggio deve ancora arrivare – dice Pau – e sarà la volta delle classi medie. Proveranno il senso di sentirsi persi... “a la calle”».

Cristina Artoni
Mars 2010



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