La vita come viene | Ghania Khelifi
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Diar Chems

Lakhdari Hicham, Mebarki Fatah e Zouari Walid sono amici. Hanno vent’anni e vivono a Diar Saada e Diar Chems, sulle colline di Algeri, vicino alla sede della presidenza della repubblica algerina e ai quartieri ricchi

Per tornare a casa, costeggiano alte mura di ville sfarzose. Ma in realtà non è veramente casa loro. Da quattro anni Hicham passa la notte a sorvegliare le macchine degli altri. È guardiano di parcheggio, “un lavoro” che si sono inventati i giovani per poter sopravvivere. Tutti e tre sanno guidare, ma nessuno ha la patente, “troppo cara”.

Lo stato chiude un occhio su questi parcheggi abusivi piuttosto di proporre un vero lavoro. Alla domanda “di che vivete” loro rispondono “per volontà di dio”. In effetti Hicham non ha molta scelta. Padre disoccupato, vivono in dodici più la nonna dividendosi due camere nel quartiere Diar SAADA.

Si vergognano di mostrare dove vivono, così li incontriamo da Brahim, una sorta di “grande fratello” della zona. Fa il guardiano in una scuola e si ingegna per rimettere in sesto un sistema scolastico ridotto agli sgoccioli, per tendere la mano a chi finisce nello spaccio e nel traffico di droga, per comprare di tasca sua quaderni e penne a quelli che vanno al liceo. Brahim si batte da solo, con i suoi scarsi mezzi, contro un sistema che schiaccia sotto i propri occhi i giovani del suo quartiere. Ci chiede di parlare in arabo: “se la cava male in francese”. Con un difetto di lingua che lo fa balbettare, Hicham, i capelli già bianchi sotto il cappello, aspetto goffo da monello parigino, racconta la promiscuità di un posto in affitto dove non è possibile trovare un buco per dormire, di come sia difficile tirare a campare, della responsabilità di tutta la famiglia e del muro incrollabile della disperazione.

Anche Fatah ha lasciato la scuola molto presto e s’è messo a “lavoricchiare”, cioè a fare qualsiasi cosa. Vive insieme ai suoi sette fratelli e sorelle in una stanza: “ho chiesto ai vicini di prestarmi la loro cantina per farmi trasferire lì, ma hanno rifiutato”. Il fratello più grande, guardiano di parcheggio, è in carcere: “aveva invitato un amico del quartiere a dormire nel furgone dove passava la notte da anni. El Dawla (la polizia in dialetto algerino) quella sera girava nel quartiere perché c’erano state due rapine quel giorno. Hanno controllato mio fratello e il suo amico e su di lui hanno trovato dell’hashish. Una grossa quantità. Li hanno arrestati e condannati a 18 mesi di prigione, ma mio fratello è innocente”. Fatah ha una specie di rassegnazione riguardo alle sue preoccupazioni, alle seccature di “Dawla”, ma s’innervosisce se si ricorda che suo padre gli aveva detto, quando lasciò le elementari, “arrangiati, vai a rubare, me ne infischio ma non contare su di me». Comprende suo padre ma ancora non lo accetta: “sarei potuto andare fuori strada come tutti gli altri ma preferisco “tirar dritto” (sbrigarmela).

Anche Walid tira dritto. Dei tre è l’unico che va al liceo, farà la maturità scientifica quest’anno. Non ci spera troppo: “non ho la testa per queste cose” e nemmeno i suoi amici. Hicham ride: «non ce la farà, poveretto, è meglio se non ti dice la sua media di questo trimestre”.

Walid ha i suoi buoni motivi, all’inizio del 2009 sua madre è morta di parto. Successivamente, suo padre si è risposato e vive con le due zie e sua nonna in un bilocale al pianterreno. Le sue tre sorelle sono restate nella famiglia materna. Ben vestito, è il belloccio del gruppo e quello che parla un po’ di un futuro con studio e lavoro. Ma senza troppa convinzione, perché gli insegnanti, stanchi delle sue difficoltà, gli consigliano di frequentare corsi specifici “da 2.000 dinari al mese!”.

Non esistono posti per preparare l’esame: “nel quartiere, c’è una sola biblioteca privata e a pagamento. Tutto è a pagamento qui: lo sport gli studi... in Algeria se non hai soldi non vali nulla”. Sporadicamente, tutti e tre frequentano un cybercafè per «guardare i film». Internet, la chat, i network, non fanno parte del loro mondo, soprattutto Fatah che non è andato oltre il ciclo primario.

Al liceo di Walid, al di fuori di qualche corso propedeutico all’informatica, gli studenti non hanno accesso ai computer. Leggono la stampa molto raramente e i suoi contenuti non li interessa, neanche l’attuale scandalo sulla corruzione. « E che ci importa? Se la fanno tra di loro, le grandi teste su in cima. Mi piacerebbe molto stare due o tre anni in prigione e poi uscire e godermi i miliardi che mi sono rubato ». Fatah e Hicham concordano: «si dividono i soldi del petrolio tra loro. L’importante è che la gente non si dia da fare e infatti fanno in modo di lasciarla nella miseria. Immagina: un chilo di lenticchie a 200 DA (circa due euro, lo smic algerino vale circa 120 euro o 12.000 dinari). « Capiscono solo la violenza», interviene Walid, « Le persone di Diar Chems si sono dovute ribellare, i giovani hanno dovuto spaccare tutto per due giorni prima che lo Stato ha cominciato a garantire loro nuovi alloggi, hanno paura della violenza, ti dico, di nient’altro! ». A ottobre, le millecinquecento famiglie che vivono in condizioni infernali nelle baracche costruite dalle forze coloniali francesi nel 1958 si sono sollevate in violente rivolte per essere regolarizzate dopo aver saputo che alcuni stranieri al comune avrebbero beneficiato di affitti statali.

Il comune aveva inoltre deciso di distruggere le bidonville che le famiglie troppo numerose avrebbero costruito accanto ai loro edifici fatiscenti. Le rivolte sono state represse dalla polizia.

La soluzione? Solo partire. « Qui non c’è futuro », ripetono come fosse una cosa evidente. Molti nostri amici sono riusciti a « bruciare la frontiera » (immigrare clandestinamente) e alcuni di loro sono diventati ricchi ». Un mito che molti giovani algerini mantengono ostinatamente.

I nostri tre amici hanno provato varie volte a «bruciare la frontiera » dal porto di Algeri, ma invano. Hanno tentato da altre città come Bejaia, sulla costa cabila, ma sono tornati nel quartiere. I passaporti sono scaduti da tempo e non saranno mai rinnovati perché « non avremo mai un visto. Gli stranieri vengono a lavorare qui, non mi riferisco agli africani poveri, ma agli italiani, ai francesi, ai cinesi che stanno molto bene qui. A loro, li protegge il loro paese, ma il nostro stato è haggara, ingiusto » 45.000 stranieri di 105 diverse nazionalità lavorano legalmente in Algeria nel settore degli investimenti o degli affari.

Vent’anni è anche l’età dei primi amori, Hicham e Walid hanno delle amiche. Il primo l’ha incontrata in strada e il secondo nel suo liceo. L’amica di Walid è figlia di un panettiere : « pagano loro da bere quando usciamo », dice Walid scherzando, poi aggiunge : « è importante avere qualcuno a cui aprire il proprio cuore. E poi c’è il calcio, la qualificazione ai Mondiali 2010, ma questa è un’altra storia. »


Ghania Khelifi
Traduzione dal francese di Federica Araco
maggio 2010

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