Ritorno della primavera per la religione in Algeria | Yassin Temlali
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Yassin Temlali   
Ritorno della primavera per la religione in Algeria | Yassin Temlali
Amine Zaoui
Il 18 Novembre una corte di giustizia algerina doveva emettere, in appello, un verdetto molto particolare. Doveva giudicare se l'inosservanza dei giovani musulmani sia un delitto passibile di sanzioni penali: gli imputati sono stati arrestati un giorno del mese di ramadan mentre fumavano per strada. Un tribunale di prima istanza li ha condannati, il 30 settembre, a 3 anni di prigione e a un'ammenda di 100 mila dinari, in applicazione dell'articolo 144 bis-2 del Codice penale, che punisce con condanne da 3 a 5 anni e una forte ammenda chiunque “denigri il dogma o i precetti dell'Islam, con scritti, disegni, dichiarazioni(...)”. I loro avvocati hanno avuto un bel denunciare “l'uso perverso” di quest'articolo, ricordando “la grande tolleranza dell'islam”, ma il tribunale si è rifiutato di ascoltare i loro argomenti. Da parte sua la Corte d'appello si è arrogata il diritto di fare la predica agli imputati e di rimproverare loro la “mancanza di educazione”. “Siete liberi di non rispettare il ramadan, ma non in pubblico. Non offendete gli altri musulmani”, ha detto loro il presidente (1).
Questo verdetto può stupire in un paese dove, ufficialmente, la libertà di coscienza è tutelata dalla Costituzione. E tuttavia non è il primo del suo genere. Il 29 settembre, a Biskra (sud-est), sei uomini sono stati condannati in prima istanza a quattro anni di prigione e a un'ammenda di 100 mila dinari per aver commesso lo stesso “delitto”: il “mancato rispetto di uno dei pilastri dell'islam”, il digiuno del ramadan. Il 7 novembre, la Corte d'appello ha annullato la condanna e ha ordinato il loro rilascio.

Ritorno della primavera per la religione in Algeria | Yassin Temlali
Adonis
Questi due fatti giudiziari non sono gli unici segni della “islamizzazione” in corso dello Stato. In questi ultimi anni sono stati registrati diversi altri attacchi alla libertà di coscienza. Sono state avanzate richieste di incarcerazione contro algerini di religione cristiana, accusati di fare “proselitismo in ambiente musulmano”. Ad Algeri, come altrove, con diversi pretesti (controlli igienici, regolarizzazione delle licenze...), decine di rivendite di bevande alcoliche sono state chiuse in maniera definitiva.
L'islamizzazione dello Stato ha toccato una tappa simbolica il 15 ottobre 2008, quando il direttore della Biblioteca nazionale, lo scrittore Amine Zaoui, è stato sollevato dal suo incarico dopo che uno dei suoi invitati, Adonis, ha denunciato durante una conferenza i “pensatori religiosi che opprimono il pensiero arabo”. Questa dichiarazione ha suscitato la collera dei conservatori algerini. L'Associazione degli ulema musulmani, ereditiera di un'omonima organizzazione – che aveva fatto parte del movimento nazionalista senza esserne la componente più importante né la più radicale – ha lanciato una violenta campagna contro il poeta siriano e ha benedetto platealmente il licenziamento di Amine Zaoui.

Questa associazione non era al suo primo atto di intolleranza. Ed è in parte dietro sue pressioni che è stata adottata dal Parlamento, nel febbraio 2006, una legge che limita la libertà di culto per i non musulmani. Ben spalleggiata dalla stampa islamista, specialmente il quotidiano “El Chourouk”, i suoi membri salgono alla ribalta regolarmente per fustigare i laici o prevenire le autorità contro “i pericoli della cristianizzazione”. Il suo presidente, Abderrahmane Chibane, che fu ministro degli affari religiosi sotto il presidente Chadli Ben Djedid, è oggi uno dei personaggi politici più influenti. Eccederemmo di poco nel dire che questi si è trasformato in un “muftì ufficiale della Repubblica” (2).

Una religiosità apolitica
L'islamizzazione rampante dello Stato avanza in un contesto segnato da un'impressionante diffusione di manifestazioni di religiosità. Le trasmissioni religiose delle televisioni satellitari arabe sono ampiamente seguite. Lo hijab è diventato l'“uniforme femminile” per eccellenza. Molti negozi, anche quelli del centro della capitale, affiggono “Chiuso per la preghiera” all'ora delle cinque preghiere. E come per accordarsi coi loro lettori, alcuni giornali dedicano pagine intere alle “domande di fatwa”, alle quali rispondono degli imam più o meno rigoristi.
Le manifestazioni di questa nouvelle vague di religiosità sono cominciate ad apparire in una situazione politica caratterizzata, paradossalmente, dalla sconfitta dell'islamismo radicale: il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) non è riuscito a prendere il potere e i movimenti armati ad esso affiliati hanno deposto le armi nel quadro delle leggi sulla “concordia civile” e la “riconciliazione nazionale”. In realtà questo non è che un paradosso apparente. Questa religiosità non è un fenomeno politico. Come per gli altri segnali di un “ritorno della religione” in Europa o in America, essa è segno della convinzione che, in un mondo globalizzato e ostile dove le soluzioni collettive non hanno più molto credito, la religione è l'unica via per la salvezza individuale.

In uno studio intitolato “La crisi dello Stato secolare e le nuove forme di religiosità”(3), Olivier Roy scrive: “Il ritorno del religioso non ha senso se non si inscrive, anche nel mondo musulmano, in un progetto alla base di secolarizzazione” La nuova religiosità algerina non fa deroga a questa regola. Se oggi la diffusione dell'hijab e la prosperità che conosce “l'industria delle fatwa” sono rilevati come fenomeni nuovi, dipende dal fatto che essi sono in rottura con lo statuto dell'islam in Algeria, dove è ben lontano dall'essere, come in Iran per esempio, la guida principale della vita pubblica. Certo l'islam è la “religione di Stato” in virtù della Costituzione, ma costituisce la principale fonte di legislazione solo in ambito personale (matrimonio, divorzio, ecc.). Gli altri contesti della vita sociale ed economica sono retti da leggi ispirate al diritto positivo.

L'ondata di religiosità non è quindi propriamente politica, ma ciò non significa che essa non sia sfruttata politicamente. Dopo aver esaurito la “legittimità patriottica”, lo Stato prova ad indossare gli abiti di quella religiosa. Lo sfruttamento politico dell'islam non è un fenomeno recente, perché anche il regime “modernista” di Boumédienne ha avuto le sue campagne di lotta contro la “dissoluzione dei costumi”. Il che non sembrerebbe sorprendente se non fosse che lo Stato ha rimproverato a lungo all'islamismo radicale “la strumentalizzazione dell'islam a fini di potere”. In realtà, la battaglia contro il FIS e la sua ala militare negli anni '90 era motivata principalmente dalla volontà dell'esercito di mantenere le redini del paese. E non c'era alcun progetto di Stato secolare sottinteso. Prova ne è il fatto che essa sia stata portata avanti – e continua ad esserlo – in alleanza con le correnti islamiste “moderate”, come il Movimento della società per la Pace (MSP) e il movimento Al Nahda. Se le estorsioni della “lotta antiterrorista” sono state giustificate con la “difesa del sistema repubblicano”, non era che per includere nella battaglia le élites favorevoli alla secolarizzazione (élites dette “moderniste” o “democratiche”).

Gli islamisti in agguato
La strumentalizzazione dell'islam nell'operazione di legittimazione dello Stato si manifesta in molti altri modi, oltre ai verdetti di condanna contro i cittadini che non osservano il digiuno del ramadan. Il Capo dello Stato, Abdelaziz Bouteflika, da qualche anno moltiplica le ostentazioni di pietà religiosa. Patrocina numerose manifestazioni religiose e si mostra spesso in compagnia di Sheik (guide religiose) di riti sufi o di personaggi dei “Fratelli musulmani”, come Youssef El Qardawi. Nel maggio 2008, in occasione del lancio di una “carovana dei cavalieri del santo libro”, il presidente del FLN, Abdelaziz Belkhadem, non ha esitato ad affermare, proprio lui, che “se gli Algerini si sono liberati del colonialismo, è perché si sono uniti attorno al Corano”. Questa dichiarazione avrebbe scandalizzato molti dei dirigenti del movimento di liberazione, per i quali l'ideale patriottico trascendeva ogni altro ideale, compresso quello confessionale. I dirigenti del FIS, invece, l'avrebbero applaudito. La partecipazione di Abdelaziz Belkhadem, nel maggio 2008, al congresso della Associazione degli ulema musulmani era anch'essa simbolica. Dominato dai conservatori, il FLN tenta di avvicinarsi a questa organizzazione, che il FLN storico, quello che ha liberato l'Algeria dal colonialismo, considerava con molto sospetto, arrivando a minacciare i suoi responsabili di “eliminazione fisica” se non avessero sostenuto le rivendicazioni di indipendenza.

La società si islamizza e lo Stato, mancando di legittimità, tenta di legittimarsi ai suoi occhi stringendo la morsa sui culti non musulmani e nominando nei posti sensibili personalità conservatrici. Non è un caso se Abdelaziz Belkhadem è stato a capo del governo Bouteflika e non è un caso se oggi è uno dei suoi principali consiglieri. Il segretario dell'FLN è conosciuto per essere il portavoce della corrente islamista del vecchio partito unico, e non deve una tale reputazione alla sola “propaganda laica”. Quando era presidente dell'Assemblea nazionale, all'inizio degli anni '90, aveva concepito, in un libro, il progetto di “islamizzare la legislazione algerina”. Se questo progetto non si è concretizzato è perché gli scontri tra l'esercito e il movimento islamista radicale hanno emarginato, dal 1992, i conservatori dell'FLN, sospettati di connivenza con il FIS. Questi conservatori oggi ritornano in forze. Per la loro ascesa si appoggiano ad influenti alleati, che condividono il loro odio da islamismo radicale: gli islamisti dell'MSP e gli islamo-nationalisti dell'Associazione degli ulema.

Senza esigere l'instaurazione di uno “Stato islamico”, l'Associazione degli ulema rivendica per l'islam una “maggiore presenza nella vita pubblica”; il suo giornale, “Al Basayir”, lancia violente campagne contro i “laici”, accusati di essere gli agenti del neo-colonialismo. Quanto all'MSP, ha di certo abbandonato la rivendicazione di uno “Stato retto dal Corano e dalla tradizione del Profeta”, ma resta un partito profondamente conservatore. Si potrebbe anche dire che il conservatorismo sociale è il suo unico programma. I suoi ministri, benché tutti convinti della “supremazia del pensiero coranico”, amministrano i loro dipartimenti nello stretto rispetto dei canoni liberali: è un ministro MSP, El Hachemi Djaaboub, che negozia per l'Algeria con l'OMC (Organizzazione mondiale del commercio).

Offrendo i loro servigi al sistema, l'MSP e l'Associazione degli ulema l'aiutano a uscire dalla crisi e a vincere i movimenti sociali che minacciano la sua perennità. Le due organizzazioni, in effetti, guardano con un solo occhio sospettoso le contestazioni sindacali e le rivolte popolari spontanee di questi ultimi anni. Essi sperano di conseguire un'importante battaglia ideologica: restituire al nazionalismo la sua “dimensione religiosa” ingiustamente resa minoritaria, secondo loro, dall'indipendenza. Il contesto è loro favorevole. La società si islamizza sotto l'effetto congiunto delle loro campagne e del vento di religiosità che soffia sull'intero pianeta: loro compito è dare a questa religiosità una dimensione politica e perseguire l'islamizzazione dello Stato, in stretta collaborazione con un regime sempre più screditato.
Yassin Temlali
Traduzione di Alessandro Rivera Magos
(15/12/2008)


Note
(1) “El Watan”, 12 Novembre 2008.
(2) In Algeria non ci sono muftì. Le consultazioni religiose sono trattate da un comitato del ministero per i culti.
(3) Lo studio è consultabile all'indirizzo seguente: www.diplomatie.gouv.fr .


Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. È stato redatto nell’ambito del progetto DARMED , realizzato dal Cospe e sostenuto dall’ UE .


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