Tahar Djaout. Sulle tracce dell'uomo cancellato... | Mohammed Yefsah
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Mohammed Yefsah   
Tahar Djaout. Sulle tracce dell'uomo cancellato... | Mohammed YefsahLa mattina del 26 maggio 1993, Djaout lascia la sua casa di Baïnem, nella periferia popolare a ovest di Algeri. Mentre accende il motore dell’auto, un giovane bussa improvvisamente al finestrino e lui si ritrova una pistola puntata in faccia. L'assassino spara a distanza ravvicinata e colpisce il poeta con due pallottole in testa. Djaout viene subito scaraventato fuori dall’auto, con la quale gli aggressori prendono la fuga, lasciando il suo corpo steso a terra. Dopo una settimana di lotta tra la vita e la morte in coma all’ospedale, Djaout, il ragazzo di Azzeffoun, la zona marittima della Cabilia dove nacque nel 1954, soccombe alle ferite il 2 giugno. A trentanove anni, lascia una moglie e due figli, dei manoscritti inediti e un’Algeria che avrebbe conosciuto i peggiori momenti della sua storia dopo l’indipendenza.

Tahar Djaout resta uno dei migliori scrittori della letteratura francofona algerina. Ci ha trasmesso un’opera ricca e varia: una raccolta di novelle, molte poesie e cinque romanzi. All’inizio ha cominciato, seguendo la tradizione letteraria maghrebina, pubblicando poesie: Solstice barbelé nel 1975, e L'Arche à vau-l'eau nel 1978. La sua scrittura è ricchissima di metafore, come quelle che esplorano i corpi proibiti in una città opprimente, che nega al poeta i suoi sogni e l’esplosione della sua giovinezza. Djaout non ha mai smesso di scrivere poesie, che per lui era un impegno serio al più alto grado della creazione letteraria. L’ultima raccolta, Pérennes , (Perenni) edita da Le temps des cerises, riprende l’opuscolo Insulaire e altri poemi antichi. In questa ricerca di parole che non tramontano, Djaout conferma la sua ossessione per la libertà oltre che per la scrittura, che usa per descrivere anche il suo amore e la sensualità del corpo bramato.

J'aime l'aventure sans issue,/ alors que j'étais déjà riche de tant de cargaisons/ arrimées à la proue de tes seins./ mes mains arraisonnaient ton corps,/ nouant leurs énigmes dévoreuses,/ débusquant l'or des florules./.../ je connaissais presque tout : tes marées tenues en laisse,/ ta cadence respiratoire, la résine de tes aisselles, ton/ odeur de mer lactée, tes ombres qui m'abritent le soir,/ tes gestes qui adoucissent mes angles. (1)

Questo amante della parola, nel 1981 pubblica in Algeria il suo primo romanzo, L'Exproprié , (L’Espropriato), che rivela un autore ardito e coraggioso. Si tratta di un racconto scandaloso ma che ha il suo filo conduttore nelle domande della Storia, l’evocazione della memoria e della violenza subita dall’Algeria nei secoli. La forma romanzesca è vicina alla filosofia della rivista marocchina “Souffles”, fondata da Abdelatif Laâbi negli anni Settanta. Djaout si inserisce a modo suo nella “guerriglia linguistica” di questa corrente, tentando di rinnovare le forme e l’estetica del romanzo francofono magrebino, per liberarlo dalla sua alienazione. L'Exproprié occupa un posto particolare nell’opera di Djaout, perché lo rimaneggia e lo pubblica dieci anni dopo in forma di novella in Francia. Ne scaturisce l’unica raccolta di novelle dell’autore, Les Rets de l'oiseleur , dove l’autore torna sui temi del post-colonialismo e dell’alienazione con una scrittura delirante e fantasmagorica.


Tahar Djaout. Sulle tracce dell'uomo cancellato... | Mohammed YefsahTutti gli altri romanzi saranno pubblicati dalle Éditions du Seuil in Francia. Per Les chercheurs d'os ( I cercatori d’osso) uscito nel 1984 con uno stile più realista, vince il premio della Fondation Del Duca. “Nel 1986, nelle condizioni precarie di una modesta borsa di studio(2), Tahar Djaout si trasferisce per un anno ai margini di Parigi. Lì completa il suo terzo romanzo, L'invention du désert (L’invenzione del deserto) nel 1987”(3). Sarà poi il vincitore del Prix Méditerranée, nel 1991, per il suo romanzo Les Vigiles (I vigili). Pubblicato solo nel 1999, sei anni dopo l’assassinio dell’autore, Le Dernier Été de la raison (L’ultima estate della ragione) parla dell’ascesa delle correnti fondamentaliste in Algeria. Nel tentativo di capire il presente, i racconti di Djaout sono spesso ossessionati dai ricordi del passato. E sono anche segnati dalle condizioni della società e dal rapporto tra politica e Storia. Nelle ombre del passato Djaout ha sempre voluto trovare l’aspetto luminoso, per dare all’identità individuale e collettiva una traccia, un punto d’inizio per un futuro migliore. “Appartengo a un’altra specie, quella degli uomini che portano nelle profondità dei loro neuroni millenni di sole”, dice un personaggio de L'Exproprié . Al sole non resta altro, dunque, che nascere e brillare al di fuori dei corpi, per illuminare anche la terra e gli uomini, il paese e il mondo intero.

Djaout è stato anche un uomo di cultura interessato a tutte le arti malgrado l’iniziale formazione scientifica, che lo vide diplomarsi in matematica all’Università di Algeri prima di intraprendere la carriera giornalistica. Questa professione per lui è stata l’occasione per esprimere il proprio pensiero e il suo punto di vista sulle arti. E fece emergere un uomo di lettere aperto anche ad altre letterature, anche al di fuori dello spazio esclusivamente magrebino e, soprattutto, un giornalista avveduto, sempre informato sulle ultime pubblicazioni e curioso dell’attualità. Djaout cercava di imparare, capire e prender posizione nel tumulto di quegli anni. Il suo impegno lo ha portato ad abbandonare, dopo quasi dieci anni di servizio, il settimanale Algérie-Actualité , dove era approdato dopo una prima esperienza nel quotidiano El-Moujahid . Nel gennaio del 1993 fondò il magazine Ruptures , (Rotture), titolo che ben esprimeva la sua posizione. Come direttore del giornale, Djaout scelse di lottare apertamente contro l’integralismo e di mostrare la sua chiara ostilità verso il regime algerino.

D’altro canto, Djaout si è sempre coinvolto in iniziative artistiche. Nel 1991 fu uno dei primi partecipanti e il padrino del festival di Béjaia Poésiades , un crocevia di scambi dove molte generazioni di poeti algerini delle tre lingue (l’arabo, il francese e il berbero) si incontravano per alcuni giorni. Nel 1984, a Djaout è affidato l’incarico di curare un’antologia poetica, Les mots migrateurs , nella quale dedicava molto spazio ai giovani poeti. Sulle questioni romanzesche, linguistiche e artistiche che lo preoccupavano, Djaout tentava spesso di dare maggiore visibilità ai suoi contemporanei. Così dedicò una lunga intervista a una delle principali figure della cultura algerina, Mouloud Mammeri, che sarà pubblicata nel 1987 dalla casa editrice Laphomic con il radioso titolo La Cité du soleil (La città del sole).

Tahar Djaout riposa per l’eternità nel cimitero della sua città natale, sospeso tra cielo e mare, ma le sue parole continuano a sfidare il silenzio della tomba.

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1. 1 Tahar Djaout, Pérennes , Ed. Le temps des cerises, Coll. Europe/Poésie, Paris, 1996, p.42.
2. Per un diploma di specializzazione post lauream in scienze della comunicazione all'università “Paris 8”.
3. Cf., Michel-George Bernard, Kaléidoscope critique, Hommage à Tahar Djaout , Vol. 2, Ed. OPU, Algeri, p.219.


Opere dell’autore tradotte in italiano :

Tahar Djaout, L’invenzione del deserto , Argo, Lecce, 1998;
Tahar Djaout, L’ultima estate della ragione , Bibliofabbrica, 2009;


Mohammed Yefsah
Traduzione dal francese Federica Araco
(26/05(2011)





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