Un incontro con Predrag Matvejević | Federica Araco
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Federica Araco   
Un incontro con Predrag Matvejević | Federica Araco
Predrag Matvejevi?
Numerosi esponenti delle istituzioni e della cultura hanno partecipato al Primo forum per la Pace nel Mediterraneo tenutosi tra Lecce e Acaya dal 27 al 29 novembre. L’evento, sostenuto dalla Provincia e dal Comune di Lecce, dal Comune di Vernole, dalla Camera di Commercio di Lecce con l’appoggio della Regione Puglia, è stato organizzato dall’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce sotto l’egida dell’UNESCO come emanazione attiva della filosofia dichiarata nell'articolo VII della sua Costituzione(1978). Imparare a “vivere insieme” nel comune spazio Mediterraneo è la missione condivisa dai numerosi ospiti intervenuti nel Forum, quale speranza di pace al contempo da salvaguardare e promuovere.

Pedrag Matvejević è intervenuto nell’ambito della conferenza “La situazione nell’Europa nel Sud-Est”. Intellettuale bosniaco fuggito dai Balcani in guerra, Matvejević ha vissuto per lunghi anni a Parigi e a Roma, dove è stato Professore ordinario di Slavistica all’Università la Sapienza. È autore di numerosi saggi sul Mediterraneo, tra i quali il famoso “Breviario Mediterraneo” oggi tradotto in ventuno lingue, tra cui l’arabo e l’ebraico.

Durante la sua conferenza Lei è tornato sul concetto di “scontro di civiltà”, che ha analizzato in modo minuzioso…
La teoria dello “scontro di civiltà” contiene, al suo interno, un errore essenziale. Ogni civiltà è composta dalle culture e in alcune lingue i termini “cultura” e “civiltà” sono addirittura intercambiabili, si pensi ad esempio alla lingua tedesca.
Non si tratta, infatti, dello scontro delle culture in quanto tali, ma di quelle parti delle culture che si trasformano in ideologie e funzionano come tali. Questo vale anche per le religioni le quali, se si piegano all’ideologia, ne diventano parte integrante. Abbiamo visto questo fenomeno anche nel processo di definizione delle culture nazionali, che facilmente si trasformano in “ideologie della nazione”. Il caso è accaduto ad esempio nei regimi fascisti tra le due guerre mondiali, il tedesco sotto il nazismo e il russo sotto lo stalinismo. Non si tratta in effetti di uno scontro tra culture “vere”, bensì di uno scontro tra culture già alienate. Se si trattasse di culture in scontro ogni sviluppo, ogni evoluzione della cultura aprirebbe la via alla potenzialità di uno scontro. Dunque dovremmo scongiurare l’evoluzione culturale e sarebbe un’assurdità.
Questa riflessione è collegata al discorso sul tradimento e sull’oltraggio. Ogni critica che concerne il proprio contesto sociale, politico e culturale è considerata come un tradimento, invece la critica dell’altro in quanto tale è generalmente percepita come un oltraggio. Lo spazio per un discorso critico si restringe e la vera critica diviene impossibile. L’oltraggio dell’altro ci porta a volerlo trasformare in qualcosa di diverso da ciò che è, e la democrazia che si tenta di diffondere è in realtà democratura , un pericoloso incrocio di democrazia e dittatura.

Dopo molti anni di permanenza, pochi mesi fa ha deciso di lasciare l’Italia. Può dirci qualcosa del suo rapporto con questo paese, “tra asilo ed esilio”?

Un incontro con Predrag Matvejević | Federica AracoCriticando i regimi balcanici di Milošević e Tudman, sono stato esposto a molte difficoltà e contestazioni. Decisi di andarmene, prima a Parigi, dove ho insegnato al Collège de France, poi in Italia, stabilendomi a Roma. Ho insegnato all’Università La Sapienza di Roma per tredici anni. Per me questo ha rappresentato un importante spazio di libertà e confronto, la possibilità di elaborare una critica puntuale di ciò che accadeva nei Balcani. Molto significativo è stato l’appoggio di alcuni amici, penso a Claudio Magris, autore della prefazione del mio “Breviario mediterraneo” e Raffaele La Capria, il quale tanto si è prodigato affinché ottenessi la cittadinanza italiana, poi conferitami dal Presidente Scalfaro. Per un nomade che andava da una sponda all’altra, il passaporto italiano era molto utile. Il lavoro con i colleghi della Sapienza era incoraggiante. In un momento di conflitto, di guerra e disgregazione ho tentato di dare un’immagine omogenea e unita delle culture e delle letterature dei paesi slavi e soprattutto di quelli dell’ex Jugoslavia. Questo era per me anche il solo modo di oppormi alle aberrazioni vissute nel mio paese. Per una pubblicazione in quegli anni fui condannato dal tribunale di Zagabria a cinque mesi di reclusione, due anni fa. Non feci appello: quando tornai, quello che chiamo democratura, non ebbe il coraggio di eseguire la condanna.

Le vicende politiche italiane degli ultimi tempi hanno in qualche modo influenzato la sua decisione di lasciare il paese?

È stato molto scoraggiante per me assistere alle sfilate e alle manifestazioni di ragazzi vestiti di nero che con il saluto romano inneggiavano al neoeletto sindaco di Roma, appena insediato al Campidoglio. Ricordavano gli squadristi fascisti che vedevo durante l’infanzia, in un’Erzegovina occupata da Mussolini. Forse anche questo ha confortato la mia decisione di partire, di lasciare la mia casa di Roma ma non l’Italia. Per eventuali sorprese ho conservato un piccolo appartamento, un rifugio, a Venezia, di cui ho scritto nel mio libro “L’altra Venezia” (Garzanti, 2003). Da tempo, inoltre, ho un pied-à-terre a Parigi.
Non si sa mai.

Federica Araco
(16/12/2008)





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