Bosnia Erzegovina, un perenne enigma | Anja Gunjak
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Anja Gunjak   
Un anonimo poeta di Sarajevo del XVIII secolo scrisse: “In patria, rimasi desideroso di patria”.
Bosnia Erzegovina, un perenne enigma | Anja Gunjak
Sarajevo

Un verso ancora molto attuale. Ma “Quale Futuro per i Balcani”? Se ne parlerà l’11 marzo a Torino con Abdulah Sidran (Sarajevo, 1944) poeta, pensatore, drammaturgo, sceneggiatore, personalità centrale del cinema, della letteratura e della poesia contemporanea, invitato dall’Istituto Paralleli. Ai testi di Abdulah Sidran e alla regia di Emir Kusturica si deve, negli anni Ottanta, l’irruzione della Jugoslavia nel cinema contemporaneo con “Ti ricordi di Dolly Bell” e “Papà in viaggio di affari”, Leone d’oro a Venezia, Palmarès a Cannes.
L’ultimo lavoro dell’autore, “Romanzo Balcanico”, (progetto a cura del Piero Del Giudice) parla della cultura plurale della sua città e della vicenda storica della nascita, ascesa e dissoluzione della Jugoslavia ed è il libro più ambizioso e vasto dell’autore. Contiene tutte le sceneggiature per il cinema e tutto il teatro di Abdulah Sidran e, attraverso i testi, della storia della Jugoslavia.

Oggi, nella parte più lucida e potenzialmente attiva della società civile bosniaca, prevalgono ancora frustrazione,  fatalismo, scetticismo e desiderio di trasferirsi altrove. O, per lo meno, di mandarci i propri figli. Soltanto ultimamente si vedono alcuni movimenti, soprattutto giovanili, che hanno cominciato ad agire e cercare timidamente di partecipare ai “circuiti europei”. La nuova società civile della Bosnia Erzegovina ha dovuto fare i conti anche con la mutazione culturale degli abitanti dei centri urbani. Ad esempio a Sarajevo, tra 1992 e il 1996, sono giunti coloro che hanno perso tutto nelle loro campagne, mentre molti giovani che vi abitavano prima sono emigrati. In pratica c’è stata una grande fuga di cervelli: come dicono spesso i sarajevini: “I migliori di noi se ne sono andati”.

Lo Stato della Bosnia Erzegovina (Repubblica della Bosnia Erzegovina) uscita dagli Accordi di Dayton, a ormai 15 anni dalla fine del conflitto, ancora oggi è una somma poco funzionale, quasi invisibile e fragile, in cui la sproporzione dell’apparato burocratico in un Paese così piccolo rende lo Stato centrale molto debole.
La Repubblica della Bosnia Erzegovina è una unione deformata, un precedente mai visto prima, composta da 2 Entità: la Repubblica Serba della Bosnia Erzegovina, a maggioranza di popolazione Serba e la Federazione di Bosnia Erzegovina, a maggioranza Musulmana e Croata. Questo è il prodotto degli Accordi di Dayton, che nel dicembre 1995 hanno sancito la fine della guerra in exJugoslavia: come a volte accade, i pregi di Dayton sono diventati i suoi stessi limiti.
Gli Accordi avevano come primo (e quasi unico) obbiettivo la fine della guerra e pur di ottenerlo hanno sancito, anzi addirittura inconsapevolmente rafforzato, la situazione che era stata prodotta dal conflitto, privilegiando le divisioni etniche alla costruzione di uno stato bosniaco unitario. Questo evidente paradosso non si risolverà però con il ritocco di alcune disposizioni all’interno delle cosiddette condizioni per l’adesione all’Unione Europea: la società civile della Bosnia Erzegovina è stata distrutta, un fatto tragico e molto difficile da curare.
La ricostruzione della società civile sarà un processo molto lungo e difficile anche perché dovrà avvenire prima di tutto nella mentalità e nelle coscienze di chi ha vissuto e vivrà sulla propria pelle i cambiamenti, cioè le cittadine e i cittadini della Bosnia Erzegovina.
Nel 1920 Ivo Andric, premio Nobel jugoslavo per la letteratura (1961), intellettuale bosniaco diviso tra Oriente e Occidente, nato a Travnik (Bosnia Erzegovina), scrisse: ”E cosi una sera, ascoltando lo strano richiamarsi delle diverse torri di Sarajevo, capii di non poter rimanere nella mia seconda patria, la Bosnia, di non doverci rimanere. Non sono cosi ingenuo da cercare nel mondo una città dove esiste l’odio. Ho solo bisogno di un posto dove poter vivere e lavorare. In Bosnia non potrei. A te e alla nostra Bosnia, auguro nella nuova vita popolare e statale ogni bene!”
Purtroppo le sue parole suonano ancora molto attuali.
Noi possiamo dire che l’unica strada che la Bosnia Erzegovina può percorrere per fare in modo che un giorno divenga un posto in cui poter vivere e lavorare è continuare con l’incoraggiamento e l’aiuto alle vere forze proeuropee e multietniche affinché facciano sentire la loro voce europea in modo deciso.
Potrebbe proprio essere la multietnicità bosniaca, praticata nel corso dei secoli, a far da base ad un laboratorio politico di convivenza e sviluppo sicuramente utile a tutto il continente europeo.
Finché non avviene questo, non si realizzeranno vere cooperazioni tra i soggetti politici in Bosnia Erzegovina e continueranno i rischi di instabilità nell’intera regione.

Ma per poter capire la Bosnia Erzegovina di oggi è indispensabile conoscere almeno un po’ delle sue complessità culturali che già nel lontano passato hanno segnato questi territori.
Già fra le due confessioni cristiane, la divisione religiosa si sovrapponeva in realtà ad una divisione culturale storica: quando fu diviso l’Impero romano, nel 395, il confine passava lungo il fiume Drina, in Bosnia Erzegovina. Il confine separava la cultura di origine latina (che implicava cattolicesimo e alfabeto latino) dove vivevano i Croati da quella di origine bizantina (cristianesimo ortodosso e alfabeto cirillico) abitato dai Serbi.
I Musulmani bosniaci (con la M maiuscola, la Jugoslavia di Tito riconobbe come nazionalità anche quella “Musulmana”) avevano origini remote. La tesi più accreditata è quella di una origine Bogumila.
La parola tradotta Bogu mili significa Cari a Dio. Quale? Si pensa che i Bogumili siano stati la prima popolazione ad abitare il territorio bosniaco.
I Bogumili alla loro origine erano una specie di chiesa autoctona bosniaca sulla quale esistono tuttora pareri contrapposti. Alcuni storici sostengono che il loro credo era dualista manicheo. Le fonti disponibili, in verità poche e discutibili, per lo più legate agli archivi del Vaticano ed ai rapporti inquisitori, affermano che questa religione eretica faceva parte della stessa famiglia dei Patarini francesi, dei Catari e dei Bogumili bulgari, dai quali aveva probabilmente preso il nome.
Nei secoli XIV – XV la maggioranza dei Bogumili bosniaci si convertirono all’ Islam.
Questo lontanissimo passato forse più che la storia contemporanea (del periodo Titoista e della recente guerra) di questi territori potrebbe spiegare almeno in parte la complessità della situazione attuale che è un perenne enigma anche per gli stessi cittadini della Bosnia Erezegovina. La costruzione statale e la situazione attuale della Bosnia Erezegovina rispecchiano molto la sua complessa storia.

Anja Gunjak
(23/02/2010)


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