Albert Cossery: L'uso rivoluzionario della derisione | Yassin Temlali
Albert Cossery: L'uso rivoluzionario della derisione Stampa
Yassin Temlali   
Albert Cossery: L'uso rivoluzionario della derisione | Yassin TemlaliSe si dovesse usare una sola parola per descrivere sinteticamente Albert Cossery, questa parola sarebbe «la costanza». Costanza dell'uomo e dell'opera. A 95 anni, si è spento nella la stessa camera d'albergo a Parigi che occupava dal 1945. Non ha ceduto alle sirene della notorietà e ha continuato a incarnare, in un mondo letterario sempre più commerciale, l'ideale dello scrittore-monaco, che vive per la sua arte in una volontaria austerità. Dai suoi primi racconti («Gli uomini dimenticati da Dio», 1944) fino al suo ultimo romanzo («I colori dell'infamia», 1999), la sua opera mette in scena esclusivamente l'Egitto. Non quello delle Piramidi, bensì quello dei bassifondi dove raramente si arrischiano i turisti. Per descriverlo si potrebbe parafrasare il vecchio motto populista: «Un solo eroe, il popolo degli emarginati».

Albert Cossery non è il solo autore egiziano francofono. Ma è probabilmente l'unico ad aver portato l'Egitto a Parigi, nei suoi bagagli, come si trasporta un tesoro antico, che non si lascia scoprire. Per quanto elevato fosse il suo stile, vi affiorava in superficie la lingua del suo paese, e il suo spietato umorismo. «Io non sono francese. Io sono uno scrittore di lingua francese», non smetteva mai di ripetere.

Albert Cossery, pur essendo stato un dandy del Quartiere Latino , non si è trasformato in uno scrittore parigino. Come Albert Camus, suo compagno di rifugio interiore, non ha mai descritto nei suoi romanzi l'altra città, né la sua vita sotterranea, popolata da fuorilegge sicuramente emozionanti quanto i delinquenti delle periferie del Cairo. È sempre rimasto profondamente egiziano, come per fedeltà alla sua città natale. Non si lamentava dell'esilio con false lacrime di nostalgia, poichè, sebbene a Parigi, si era ritirato per sempre nel suo universo letterario primario, unico, quello della sua giovinezza al Cairo.

Un'inamovibile posizione filosofica per l'emarginazione
Si è potuto affermare che l'opera di Cossery è la versione francese di quella di Naguib Mahfouz. Una tale affermazione merita un chiarimento. I due scrittori avevano certamente in comune quel realismo che ha permesso un'autentica visibilità letteraria al «popolo delle città» egiziane. Ma a differenza dell'autore de «I bambini del nostro quartiere», Cossery non viveva in Egitto: viveva nella «memoria dell'Egitto», con i suoi ricordi come unica ricchezza, e la sua scrittura è segnata da una vera ossessione – meno evidente in quella di Naguib Mahfouz: restituire dignità di esseri umani ai suoi eroi urbani, percepiti come appestati: mendicanti, ladri e altri malviventi dilettanti.

In opposizione ai detrattori delle classi emarginate, che gli rimproverano l'odio per il lavoro e l'amore per il disordine, Cossery ne ha esaltato le virtù: la spontaneità e l'infallibile senso dell'arrangiarsi. In «Mendicanti e orgogliosi», il professore di filosofia non esita, per restare coerente col suo pensiero, a diventare un mendicante. Inoltre, i personaggi cosseriani sopravvivono tutti al degrado grazie all'insospettabile resistenza che la povertà gli ha insegnato. Questo partito preso per i reietti era più filosofico che politico o militante: esiste forse un più bel «Elogio della pigrizia» che il romanzo quasi surrealista «I fannulloni della valle fertile»? La pigrizia non è un difetto: è l'antidoto all'alienazione, una fuga legittima lontano dal disastro del mondo.

L'egiziano, una «lingua della memoria»
L'egizianità di Cossery non traspare solamente dalla scelta dell'Egitto come invariabile teatro dei suoi scritti letterari. Essa traspare anche dall'uso particolare che lui fa del francese. Nell'albergo della lingua francese, lui ha sempre avuto la sua camera esclusiva. Non violentava il francese, come sostengono alcuni autori francofoni – in particolare magrebini. L'amava, a suo modo, offrendogli, in mancanza delle sonorità del suo paese, la fantastica sintassi del suo umorismo.

Così, se la lingua della narrazione è classica, quella dei dialoghi è sconcerta per l'originalità. Per rendere le pittoresche conversazioni del «popolo degli emarginati», Cossery non le trascriveva in francese popolare. Faceva la scelta pericolosa di tradurle letteralmente dall'arabo. Il risultato è insolito a un orecchio francofono ordinario. Ma non c'è alcuna traccia di esotismo: i suoi personaggi sono troppo realistici per essere strane creature esotiche.

Il francese è così trasformato in un semplice strumento, che fa scoprire ai lettori francofoni l'universo egiziano in modo alternativo ai ritratti degli uomini o alla descrizione dei luoghi. Glielo fa scoprire attraverso una retorica specifica, con le sue metafore e figure stilistiche ritualizzate. La francofonia non è più una cultura. Essa è l'espressione, all'interno della lingua francese, di una moltitudine di culture.

Il ricorso cosciente al calco linguistico, alla traduzione letterale era il prodotto di una scelta estetica, ma anche un'esigenza della scrittura realista: le prostitute del Cairo, in «Mendicanti e orgogliosi», non potevano parlare come delle prostitute francesi, e in «Il colore dell'infamia» il borseggiatore doveva invocare Dio, proprio mentre commetteva i suoi misfatti, come non lo farebbe mai un suo fratello parigino.

La derisione, enorme risata del condannato
Si potrebbe qualificare Albert Cossery come «scrittore del popolo», a condizione di non vedere in lui uno scrittore militante. L'essenza della sua opera non sta nella fede mistica nella vittoria della rivoluzione. Essa si trova, al contrario, nel suo pessimismo radicale. Ai tiranni, ai benestanti, lui non opponeva alcun «eroe positivo», ma la derisione da parte di anti-eroi intelligenti, furbi e con le idee chiare. La derisione era, per lui, l'arma letale dei poveri, non per cambiare il mondo, ma semplicemente per sopravvivere.

I personaggi di Albert Cossery non si ribellano. Si ingegnano per galleggiare nel loro oceano di miseria, dove si ribellano attraverso l'umorismo: anche l'eccesso di servilità è un modo di mettere in ridicolo i potenti. Essi non somigliano alle massicce figure realiste-socialiste, ma sono invece disincantati quanto il loro inventore, e disperati come lui per la futilità del cambiamento. Non piangono per la loro sorte, ci ridono sopra. La tragica risata del condannato, enorme quanto le ingiustizie che rivela.

La disperazione insita nell'opera di Albert Cossery infanga l'intero genere umano, senza distinzione tra le classi, svelando tutti i difetti che hanno in comune. Essa dunque assume la forma dell'autoderisione, che è lo stadio supremo della derisione: prendere in giro la società prendendo in giro se stessi e la propria presunta nobiltà originale. Questa disperazione di fondo però non diventa mai cinismo. Sebbene nel più profondo pantano in cui vive, l'anti-eroe cosseriano mantiene delle briciole d'ideale, le stesse che hanno permesso a Cossery di percorrere il secolo armato di un'immensa pietà per l'imperfezione dei suoi fratelli umani

Yassin Temlali
(traduzione Marco Ceccarelli)
28/06/2008

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