Stephane Hessel, scompare il padre degli "indignati" | Marco Cesario, Stephane Hessel, indignati, Il Settimo Sigillo, Bergman, Henri-Pierre Roché, François Truffaut, Walter Benjamin, sans-papier, Mohammed Bouazizi
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Marco Cesario   

Stephane Hessel, scompare il padre degli "indignati" | Marco Cesario, Stephane Hessel, indignati, Il Settimo Sigillo, Bergman, Henri-Pierre Roché, François Truffaut, Walter Benjamin, sans-papier, Mohammed Bouazizi

PARIGI – «La morte è per me un grande progetto. Penso che tra tutte le esperienze che si fanno nel corso della vita, l’esperienza forse più interessante sia la morte. In quel momento infatti si può vedere ciò che resta e ciò che verrà». Queste parole profeticamente pronunciate da Stéphane Hessel assumono, all’indomani della sua morte, tutta la pregnanza che in vita ne diede l’autore. La morte infatti chiude un ciclo e retrospettivamente dà significato a ciò che l’ha preceduta ovvero la vita.

Se n’è andato con l’eco di queste parole Stephane Hessel, uomo poliedrico, partigiano, ex deportato, intellettuale instancabile, poeta e coscienza del nostro tempo, se ne va l’Homme du Siècle, colui il quale alla veneranda età di 92 anni è riuscito a pubblicare un libretto dall’impatto mondiale dal titolo ‘Indignatevi!’ che ha ispirato il movimento degli Indignati in Europa, Occupy Wall Street e ha dato le armi dell’intelligenza politica alle giovani masse della Primavera Araba, represse da dittature trentennali.

Se n’è andato all’età di 95 anni, nella buona ed antica tradizione di filosofi e saggi delle nostre società che, invecchiando, s’avvicinano ai barlumi della verità, illuminando con la canuta senescenza il buio di tante esistenze. Eppure la morte aveva già sfiorato lo spirito d’Hessel in un campo di concentramento in Germania, ma egli - al pari di un Max von Sydow nel capolavoro di Bergman ‘Il Settimo Sigillo’ - era riuscito a giocare d’astuzia, a temporeggiare ed a posticipare la sua fine di molti anni, giocando con la Morte una lunghissima partita a scacchi.

Così, dopo esser sopravvissuto a due guerre mondiali, lo spirito d’Hessel ha attraversato come una cometa i totalitarismi di destra e di sinistra, la minaccia nucleare, la globalizzazione, la crisi economica ed il risveglio delle masse nel mondo arabo, in Europa e negli Usa. E quale fu, in breve, questa sua vita che difese strenuamente dai gelidi artigli della Morte?

Tedesco di nascita (nacque a Berlino nel 1917, l’anno della rivoluzione russa, come amava ricordare), Hessel giunse in Francia alla sola età di 7 anni e fu naturalizzato francese nel 1937. La figura di sua madre Helen Grund ispirerà il personaggio di Catherine nel romanzo di Henri-Pierre Roché, ovvero quello di una donna amata da due amici, mirabilmente portata sulla schermo dal regista François Truffaut nel capolavoro cinematografico Jules et Jim.

Mentre suo padre traduce con Walter Benjamin Proust in tedesco, Hessel, che parla tedesco, francese ed inglese, entra all’École Normale nel 1939. Inizia a leggere Sartre, segue i corsi del filosofo Merleau-Ponty, la sua coscienza politica si va formando e con essa una natura indomita che l’accompagnerà nel corso di tutta la sua esistenza. Chiamato alle armi nel 1939, Hessel viene fatto prigioniero, poi entra a far parte della resistenza e raggiunge le forze della Francia Libera di Charles De Gaulle a Londra. Viene fatto di nuovo prigioniero e trasferito nel quartier generale della Gestapo a Parigi, ad Avenue Foch.

Interrogato, torturato, viene deportato l’8 Agosto 1944 nel campo di concentramento di Buchenwald. Per salvarsi, Hessel si fa passare per un francese malato di tifo nascondendosi nell’infermeria mentre i suoi colleghi di campo venivano impiccati uno ad uno. Viene trasferito nel campo di Rottleberode dove tenta d’evadere il 2 Aprile 1945 ma viene arrestato di nuovo, picchiato e trasferito al campo forzato di Dora dove si costruivano i missili dell’ultimo ed inutile sforzo bellico della Wermacht. Durante un trasferimento verso Luneburg riesce a fuggire dal treno e a raggiungere le forze americane. L’8 Maggio 1945 arriva alla Gare du Nord di Parigi dove ritrova sua moglie. Da qui inizia tutta una carriera diplomatica all’insegna della difesa dei diritti umani, dei diritti dei ‘sans-papier’ e degli immigrati, diventando un’icona non solo per la sinistra francese ed europea ma per tante altre fette ‘dimenticate’ della società.

Nel 1948, in qualità di segretario della commissione dei Diritti Umani, partecipa attivamente all’elaborazione della Dichiarazione Universali dei Diritti Umani, nel 1971 è nominato vice-direttore del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo e nel 1981 François Mitterand lo eleva al rango di Ambasciatore di Francia. Si batte fino alla morte per il riconoscimento dello stato palestinese e per una soluzione pacifica al conflitto, scatenando spesso le reazioni virulente di numerose associazioni ebraiche. Paradossale e grottesco per Hessel, che era d’origine ebraica da parte paterna, il processo intentato contro di lui nel 2010 per “incitamento all’odio razziale” dopo aver criticato – in editoriali pubblicati su Libération e l’Humanité - l’occupazione e la colonizzazione israeliana e dopo aver denunciato i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità dell’esercito israeliano contro la Striscia di Gaza.

L’aver aderito all’iniziativa Bds (boicottaggio contro Israele), gli attira le folgori del Bureau de Vigilance contre l’Antisemitisme, che fa partire una denuncia contro di lui e contro tutti gli intellettuali che sottoscrivono l’iniziativa. Il Crif (Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni ebraiche di Francia) riesce addirittura a far annullare una conferenza di Hessel all’Ecole Normale Supérieure, la sua Ecole - lì dove era iniziata la sua avventura d’intellettuale e di coscienza politica delle masse di dimenticati - facendo credere al rettore e al ministro dell’università che Hessel avesse l’intenzione d’utilizzare lo scranno universitario per promuovere il boicottaggio d’Israele.

In seguito a questo fatto – grave per un paese come la Francia perché indirizzato contro uno dei suoi intellettuali più rappresentativi – diversi intellettuali, scrittori, giornalisti e membri della società civile si schierarono dalla parte di Hessel, denunciando l’attentato alla libertà d’espressione e di parola.

Malgrado però queste amarezze, Hessel, fino alla fine della sua estenuante partita contro la Morte, rivelò che l’ultimo suo sogno “prima di partire” era quello di vedere risolta definitivamente la questione israelo-palestinese, sogno che purtroppo ancora oggi non si è avverato.

Ed eccoci al 2010. Hessel è molto anziano, ha 92 anni ma come per il nostro Bobbio o il nostro Montanelli, la lucidità non gli manca. Anzi. Riesce a pubblicare un libretto di 32 pagine, dal titolo “Indignez-vous!”, che diviene in breve un caso editoriale (oltre 4 milioni di copie vendute). Un piccolo pamphlet che ha tanto effetto sulla psicologia collettiva dei giovani in Spagna, Grecia e Stati Uniti quanto lo ha per le masse arabe il gesto disperato ed eroico di Mohammed Bouazizi, nel lontano dicembre del 2010.

Hessel denuncia lo scarto che esiste tra una minoranza ricca (sempre più esigua ed oligarchica) ed una maggioranza povera sempre più estesa. Hessel denuncia non solo il saccheggio del pianeta Terra, ma anche quello dell’uomo, puntando il dito contro il trattamento inumano fatto ai sans-papier, agli immigrati ed ai cittadini di etnia rom e soprattutto contro il male del capitalismo ovvero quella cieca corsa ad accumulare ed accumulare sempre di più (per cosa poi se la Morte ci segue passo passo ed è destinata a vincere la sua partita ?).

L’accumulazione senza fine ha portato l’uomo all’individualismo, all’egoismo e all’alienazione. Dal “ground zero” dell’uomo sottomesso all’abbietta dittatura dei mercati finanziari, Hessel esorta giovani ad “indignarsi”, a rivoltarsi, alla stregua dell’homme revolté di Camus imbevuto però della vita politica activa degna della penna salace della Arendt.

L’indignazione è anche contro una politica che ha girato le spalle ai cittadini ed ha sequestrato il concetto di democrazia, trasformandola in una panacea soporifera. Se a questo s’aggiunge la manipolazione in chiave politica della paura e dell'insicurezza dei cittadini, i cui sentimenti sono esacerbati dalla crisi economica e dalla disoccupazione, il quadro è completo. Che sia diretta verso l'altro, l'immigrato o il Rom, la paura è diventata lo strumento principale in possesso dei governi per fare pressioni sulle frange più deboli ed influenzabili della popolazione e sollevare sentimenti ostili come la xenofobia ed il razzismo.

Contro questa visione, Hessel sprona invece all’insurrezione pacifica che riporti pacificamente la gente comune in piazza. Ed è ciò che è avvenuto in Puerta del Sol, nella piazza Syntagma e nella piazza Tahrir. La piazza, ovvero l’agora, l’unico spazio politico nel quale il cittadino può ancora indignarsi, esprimere dissenso e formulare una nuova idea, più umana, di società.

 



Marco Cesario
27/02/2013
(da linkiesta.it)