Incontro virtuale con Albert Camus | Alessandro Rivera Magos
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Alessandro Rivera Magos   
Incontro virtuale con Albert Camus | Alessandro Rivera MagosAlbert Camus è morto il 4 Gennaio 1960. Questi giorni lo abbiamo intervistato.
Abbiamo chiesto a lui, l’uomo della rivolta, della direzione contraria, parole nuove sui tempi che stiamo vivendo, tempi di conformismo suicida e definitiva acquiescenza alla guerra.
Camus è quel genere di scrittore, ed è stato quel genere di uomo, cui chiedere di far sentire la voce ragionevole “della verità umana”, soprattutto quando questa sembra spegnersi per troppi venti contrari.
A fine settembre 2008 è apparso, per Elèuthera , “Mi rivolto, dunque siamo”, un prezioso libricino che raccoglie alcuni dei suoi scritti politici, presentandoli per la prima volta in Italia a cura di Vittorio Giacopini.

Attraverso gli articoli scritti su “Combat”, il giornale della resistenza francese di cui è stato direttore, o su “Les Temps Moderns” o “Le Libertaire”, gli interventi pubblici o interviste mai pubblicate, si compone il pensiero politico di un grande intellettuale europeo. Un pensiero lucido e onesto, quasi sempre in controtendenza. Basti pensare alle posizioni di Camus sulla guerra di indipendenza in Algeria, sulle repressioni sovietiche di Poznan…

Quest’intervista si interroga su un libro stupefacente per la tempestività delle cose che il suo autore scriveva negli anni ’50: sulla guerra in Spagna, le dittature totalitarie, la guerra fredda, il colonialismo ed altri déjà vu di questo genere. Le parole di allora si confrontano con gli avvenimenti di questi mesi, come se non parlassero d’altro. La guerra nella striscia di Gaza, la crisi economica internazionale, la paura che spinge allo scontro fra culture…
Albert Camus, parlando di una società scampata ad una guerra devastante (il secondo conflitto mondiale) e pronta ad un’altra (la guerra fredda), divisa da enormi disuguaglianze nella distribuzione delle risorse e guidata da principi disumani, propone l’utopia di rifondare le regole per una nuova società alla cui base è l’uomo.

Il dialogo, l’onore, la responsabilità degli altri, il rifiuto categorico della violenza, vanno ripristinate non come ideologie per lo spirito di governo, ma come regole di vita capaci di dare una speranza di futuro alla comunità degli uomini. Camus giudica tutto questo come un’utopia molto più concreta e ragionevole della strada suicida che percorriamo ogni giorno e che costituisce la realtà che accettiamo. Se il presente appare così buio, non può che essere la fine che precede un nuovo inizio.
Tutto sta nel credere che sia giunto il tempo della rivolta.

Sig. Camus, il 2009 si apre con una nuova guerra, mentre l’anno che si è chiuso ci ha lasciato prospettive economiche molto negative. Viviamo davvero tempi che sembrano negare legittimità alla speranza?
Nel mondo in cui viviamo ciò che più colpisce è anzitutto che la maggior parte degli esseri umani (esclusi i credenti di ogni sorta) sono privi di futuro. Senza una proiezione sul futuro, senza una promessa di maturazione e progresso, non esiste una vita che abbia valore.
Non è certo la prima volta che gli uomini si trovano davanti ad un avvenire bloccato. Ma di solito avevano la meglio grazie alla parola o al grido. Il dialogo tra gli uomini si è adesso interrotto. Presi in mezzo tra la paura assai generale di una guerra che tutti preparano e quella tutta particolare delle ideologie assassine, è dunque vero che viviamo nel terrore. Soffochiamo in mezzo a coloro che sono convinti di avere ragione, tanto nelle loro macchine quanto nelle loro idee.

Per uscire dal terrore bisognerebbe riuscire a riflettere e ad agire sulla base delle proprie riflessioni. Ma il terrore, appunto, non è un clima favorevole alla riflessione. Io sono dell’avviso, tuttavia, che invece di prendersela con questa paura, la si dovrebbe considerare uno degli elementi primari della situazione e cercare di porvi rimedio. (“Né vittime, né carnefici”, Mi rivolto, dunque siamo , pp.17-40).

La crisi degli ultimi mesi ha mostrato quanto iniquo sia il sistema che regola l’economia mondiale, come se ne esce?
Incontro virtuale con Albert Camus | Alessandro Rivera Magos
Albert Camus
Oggi sappiamo che non esistono isole e che le frontiere sono inutili. Negli anni quaranta una cosa l’abbiamo imparata: l’ingiuria fatta a uno studente di Praga colpiva al contempo l’operaio di Clichy e il sangue sparso sulle rive di un fiume dell’Europa centrale portava un contadino del Texas a versare il proprio sul suolo di quelle Ardenne che vedeva per la prima volta.
Non c’era, come non c’è, una sola sofferenza isolata, una sola tortura in questo mondo che non si ripercuota nella nostra vita di ogni giorno.
Alla stessa stregua, nessun problema economico, per quando secondario appaia, è risolvibile oggi al di fuori della solidarietà tra le nazioni. Oggi la tragedia è collettiva. Sappiamo allora tutti che il nuovo ordine che cerchiamo non può essere solo nazionale e neanche continentale, e soprattutto non può essere occidentale o orientale. Deve essere universale.

Quali sono oggi i mezzi per raggiungere tale unità del mondo, per realizzare questa rivoluzione internazionale in cui le risorse umane, le materie prime, i mercati commerciali e le ricchezze spirituali possano essere meglio ridistribuite?
Come la soluzione politica sarà internazionale, o non sarà affatto, così la soluzione economica deve prendere di mira per prima cosa i mezzi di produzione internazionali: petrolio, carbone e uranio.
Se ci dev’essere, la collettivizzazione deve basarsi sulle risorse indispensabili a tutti e che dunque non devono appartenere a nessuno. Il resto, tutto il resto, riguarda il discorso elettorale. (“Né vittime, né carnefici”, Mi rivolto, dunque siamo , pp.17-40).

Crede si possa arrivare a questo attraverso i governi delle singole nazioni?

Dobbiamo togliere peso alla politica interna. Non si guarisce dalla peste con le pillole per l’emicrania. Una crisi che lacera il mondo va gestita su scala universale.
Ammetterà che non c’è molto da aspettarsi dai governi attuali, che vivono e agiscono in base a principi omicidi. L’unica speranza risiede nella più gran pena, quella che consiste nel riprendere le cose dall’inizio, per costruire una società viva all’interno di una condannata. È quindi necessario che gli uomini, a uno a uno, all’interno e al di là delle frontiere, rifacciano tra loro un nuovo contratto sociale che li unisca sulla base di principi più ragionevoli.
Un ordine per tutti, per riuscire a ridurre per ognuno il peso della paura e della guerra: è questo oggi il nostro logico obbiettivo. Ma esso impone azione e sacrifici.
Il destino degli uomini in tutte le nazioni non sarà stabilito finché non sarà risolto il problema della pace e dell’organizzazione del mondo. Non ci sarà una rivoluzione efficace, in nessuna parte del mondo, prima che sia compiuta questa rivoluzione. (“Né vittime, né carnefici”, Mi rivolto, dunque siamo , pp.17-40).

In molti direbbero che lei propone una vecchia utopia. Quale genere di rivoluzione “efficace” si augura?
Il mondo oggi ha scelta tra un pensiero politico anacronistico e il pensiero utopico. Il primo sta per ucciderci tutti.
Coloro che decideranno in qualsiasi circostanza di opporre l’esempio alla forza, la predicazione al dominio, il dialogo all’insulto e il semplice onore alla furberia; che rifiuteranno tutti i vantaggi della società attuale e accetteranno solo i doveri e gli oneri che li legano agli altri; che si impegnano a orientare l’insegnamento in primo luogo, e poi la stampa e l’opinione pubblica, secondo i principi di comportamento di cui abbiamo parlato, costoro non agiranno nel senso dell’utopia, ma sulla base del più schietto realismo.

Ci chiedono di amare o odiare questo paese o quello, questo popolo o quello. Ma noi siamo persone che sentono troppo bene la nostra affinità con tutti gli uomini, per accettare una scelta del genere.
Si, oggi quelli che vanno combattuti sono il silenzio e la paura, e con essi la separazione che provocano nelle menti e nelle anime. Quelli che vanno difesi sono il dialogo e la comunicazione tra tutti gli esseri umani. Attraverso cinque continenti si scatena una lotta terribile tra violenza e predicazione. È vero che le possibilità della prima sono mille volte superiori a quelle della seconda. Ma io sono sempre stato convinto che se l’uomo che spera nella condizione umana è un pazzo, quello che dispera degli eventi è un vile.

Per un periodo ancora indeterminato la storia verrà fatta dalle potenze delle polizie e dalla potenza del denaro, contro l’interesse dei popoli e la verità dell’uomo. Ma forse proprio per questo è consentita la speranza. Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo almeno a vivere il tempo della rivolta. (“Né vittime, né carnefici”, Mi rivolto, dunque siamo , pp.17-40; “I tempi della rivoluzione e il tempo della rivolta”, Mi rivolto, dunque siamo , pp. 58-60).

Alessandro Rivera Magos
(26/01/2009)