Lentamente/slow | Boubacar Boris Diop, Nando dalla Chiesa, Sophie Bachelier, Marie-José Hoyet
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Marie-José Hoyet   
Lentamente/slowLentamente/slow è un libro speciale, bilingue inglese/italiano, frutto della collaborazione della fotografa francese Sophie Bachelier e di due intellettuali con un deciso profilo di impegno politico, il senegalese Boubacar Boris Diop e l’italiano Nando dalla Chiesa. Pubblicato nel 2010 dalle edizioni VMCF, nella collana D’ici-là (da qui a là), secondo i suoi ideatori, il volume “vuole interrogarsi sui concetti che nascono dall’affiancamento di realtà o situazioni molto distanti tra loro”, di modo che scrittura e iconografia entrino in risonanza. L’incontro avviene intorno al concetto di attesa, sullo sfondo del “mare antico”, come lo chiama Valerio Maria Ferrari nella sua presentazione: attesa, soprattutto delle donne, che si coniuga con altri temi, quelli della migrazione, della povertà e della sopraffazione.

Lontane dalle raffigurazioni di routine, sette dei nove bellissimi scatti in bianco e nero di Sophie Bachelier ritraggono donne da sole o in coppia, nel loro ambiente familiare, oppure al lavoro in riva al mare mentre gli ultimi due in cui dominano i grigi mostrano una spiaggia con, in lontananza, figure che si muovono nelle acque cupe e fangose dell’Atlantico.
Testi e immagini, mettendo a confronto tre visioni, come un ponte gettato tra Africa ed Europa, ci raccontano in realtà una stessa storia. Nei ritratti delle donne rimaste nei villaggi di pescatori delle isole o penisole senegalesi ad aspettare mariti o figli emigrati, a cui Sophie Bachelier ha anche dedicato un film ( cfr. Nathalie Galesne, Figures de l’absence , Babelmed, 3/9/2010 ), l’artista afferra l’espressione estraniata di un volto attraverso il quale si percepiscono solitudine e rassegnazione: una quotidianità immutabile, un dialogo silenzioso con chi sta dall’altra parte del mare. Da queste presenze catturate nell’eternità di uno sguardo si sprigiona una dignità non priva di grandezza e la loro sola presenza ha una forza evocativa: è come se irradiassero un’aura, una piccola magia nascosta nelle cose (le bambole) e nei gesti (raccolta della legna, smistamento del pescato) più semplici.

Le foto sono inserite fra due testi di Boubacar Boris Diop, molto noto come romanziere, anche in Italia dove ha avuto grande successo, Murambi, Il libro delle ossa (Edizioni e/o, 2004) nel quale ha espresso la sua lettura del genocidio ruandese del 1994. Un tempo direttore del quotidiano senegalese di lingua francese Le Matin e ora collaboratore con varie testate tedesche e francesi, è impegnato attivamente nella vita politica del suo paese e nella difesa delle culture africane, tanto che nel 2002 ha fatto la scelta, militante, di scrivere in futuro solo in wolof, lingua madre della maggior parte dei senegalesi: progetto personale del tutto innovativo ma di non facile attuazione in modo sistematico.
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Rufisque © 2007 Sophie Bachelier

Nel primo dei due testi pubblicati qui, intitolato Black and Blues , Diop fa direttamente riferimento alle foto, evocando con tonalità poetiche il paesaggio desolato delle coste africane, un tempo piene di vita, in cui l’oceano si è trasformato in deserto e lo strumento-simbolo del lavoro, le piroghe dei pescatori, ormai diventate strumento di morte, non sono ”nient’altro che neri tratti sull’acqua” (cit. p. 17).
Portando così in primo piano la tragedia dei flussi migratori e le loro conseguenze sulla vita quotidiana, svela la labilità degli equilibri sociali e, più avanti, denuncia in un messaggio umano di forte impatto, soprusi e razzismo. Su questi temi, il nome di Diop può essere accostato a quello di Fatou Diome (anche lei senegalese e originaria proprio di uno di quei villaggi di pescatori del Delta del Saloum), che, nel suo ultimo romanzo, Celles qui attendent (Flammarion, 2010, non ancora tradotto in Italia), racconta l’emigrazione, precisamente, dal punto di vista di “quelle che aspettano”. Sono loro, insiste l’autrice nel presentare il volume, “le vere eroine dell’emigrazione”. Un suo precedente romanzo Sognando Maldini (pubblicato nel 2004 dalle Edizioni Lavoro a cura della sottoscritta) centrava già la stessa tematica a partire della figura di un bambino, rimasto nel villaggio, ma che sogna di raggiungere la sorella in Francia. Il telefono, unico legame tra loro, esattamente come nel secondo racconto di Diop, intitolato Battuta di caccia , assume una funzione ineludibile. Sempre in questo ultimo testo, evocando il tragico fenomeno dello sfruttamento e della violenza sui lavoratori stranieri, l’omertà e il razzismo serpeggiante o esibito, Diop mette la propria, inconfondibile voce al servizio di questi antieroi che consumano un’altra vita lontana, esattamente come i protagonisti dei fatti – fra i più duri e significativi dell’immigrazione clandestina e non degli ultimi anni – avvenuti nel gennaio del 2010, nella cittadina calabra di Rosarno. Tali scandalosi eventi, già in parte dimenticati, come lo sono stati quelli di Castel Volturno, cittadina campana, teatro nel settembre 2008 di una strage camorrista contro gli immigrati, in cui sei giovani africani persero la vita trascinando nella rivolta numerosi braccianti stranieri. A Castel Volturno, ricordiamolo, il 10 novembre 2008, venne appositamente per loro e Roberto Saviano a tener un concerto Miriam Makeba, nota come Mama Africa per un’intera vita di lotta contro l’apartheid in Sudafrica, concerto alla fine del quale, stremata, morì.
All’esplosione di violenza tra italiani e immigrati (che si concluse con il ferimento di 68 di questi ultimi, alcuni anche con pallottole, e la deportazione di circa mille africani in altre città italiane) e agli scontri e retroscena delle drammatiche realtà della subcultura criminale e della gestione mafiosa del territorio meridionale, sono stati dedicati due film: su Rosarno, Il sangue verde (2010) di Andrea Segre, e su Castel Volturno, una pellicola di Guido Lombardi, tra fiction e documento, significativamente intitolata, Là bas – con il mare negli occhi , in lizza per la “Quinzaine des réalisateurs” al festival di Cannes 2011.
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Jokul Kaw ©2009 Sophie Bachelier

Spinti alla disperazione in Italia o attaccati al telefono in Francia o in Spagna, come Medun, vittime di spietate caccia all’uomo, Diop teme (”non ce la faranno”) che per loro non possa mai giungere “il momento della giustizia” (p. 65) poiché risulta difficile tracciare i lineamenti di un mondo in prospettiva che lotti davvero contro il razzismo di stato istillato sempre più profondamente nella società.

Nando della Chiesa, scrittore, uomo politico e sociologo, per mettere a nudo le condizioni di degrado in cui vivono alcune popolazioni, trova sempre formule lapidarie: “L’attesa come modalità di vita sulla terraferma. Ma anche sul mare che pure è flusso e movimento”(p. 29), e focalizza il legame attesa/lentezza/giustizia, in un interessante excursus nelle lettere italiane. Rivisitando alcuni classici, opere che hanno significato molto per gli italiani e divenute centrali nel suo bel testo, l’autore mostra i vari modi di guardare il mare: quello de I Malavoglia , in particolare, in quella Sicilia antica e immobile che, emblematicamente, il regista Pasquale Sineca ha scelto di attualizzare nel film eponimo, uscito nel maggio 2011.
Si delinea così una prospettiva di vita modellata dall’attesa, ieri nella grande letteratura e nella costruzione sociale dell’Italia rurale, dove appare connotata da una dimensione di grande solennità e sacralità (p. 37), come oggi nelle tragedie più recenti nate, nei tre casi riportati, dalla combinazione: mafia, attesa, giustizia.

Rimandando ai propri saggi sulla mafia e, in particolare a Le ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore (Milano, Melampo, 2006), Dalla Chiesa tende un filo rosso tra i vinti di tutti i sud, accomunati da quella lentezza che fa loro sentire tutto come se la vita pulsasse altrove, ma in cui qualche figura femminile si è organizzata o ribellata per affermare il proprio diritto alla verità. Perché è lei, la donna, “che si fa metafora del tempo che non passa” (p. 31).
Sulla Sicilia si era appunto lo sguardo e la voce autorevole di Carlo Levi, e poi di Ignazio Buttita, che hanno dedicato parole indimenticabili a Francesca, madre del sindacalista e difensore dei contadini, Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia. Altre madri, Felicia, madre di Peppino Impastato (attivista e conduttore radiofonico) e Saveria, madre di Roberto Antiochia (poliziotto) ugualmente, uccisi dalla mafia, hanno lanciato una sfida all’immobilismo e all’amnesia, invocando “un’idea di giustizia che va oltre i tribunali” (p. 41).

Questo interessante volume, con la varietà degli approcci e l’indovinato gioco di specchi tra Italia e Africa, è un inno a tutte le donne, quelle africane nella loro abnegazione e quelle italiane del mezzogiorno nella loro resistenza e denuncia. Ci invita a stigmatizzare ogni indifferenza nei confronti di avvenimenti di portata planetaria come le migrazioni di massa, e a ribellarci contro politiche migratorie e sistemi discriminatori sempre più escludenti. Parole e foto adempiono al loro compito autentico, quello di fare della memoria uno strumento di consapevolezza e di tentare di incidere sulla realtà del mondo.

In un’intervista a proposito di un precedente romanzo, Le Cavalier et son ombre (Stock, 1997), Boubacar Boris Diop scrive: “C’è una certa grandezza nell’esistenza più umile e c’è ricerca di sé nello sforzo di incontrare, attraverso racconti oscuri e ovviamente datati, la memoria dell’intera umanità” poiché, conclude, siamo in un’epoca “in cui il rispetto dei diritti dell’uomo dovrebbe riguardare ogni essere umano”.


Marie-José Hoyet
(12/05/2011)

d’icilà, Lentamente/slow
Boubacar Boris Diop, Nando dalla Chiesa,
foto di Sophie Bachelier
Éditions VMCF, dicembre 2010.