“Il Nord Africa brucia all’ombra dell’Europa” | Stefanella Campana
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Stefanella Campana   
“Il Nord Africa brucia all’ombra dell’Europa” | Stefanella CampanaAndare oltre la cronaca, scavare nel vicino passato, riannodare i tanti fili che legano la “primavera araba” che ha colto molti di sorpresa. Capire perché ora il processo verso la democrazia è complicato, difficile. Approfondire la storia di quei Paesi di cui abbiamo una conoscenza superfiale, disattenta, sicuramente carente, troppi presi come siamo dal nostro mondo, dai nostri parametri culturali. In aiuto arriva un libro prezioso, quello scritto da Michele Brondino, storico del Mediterraneo, già addetto culturale nel Nord Africa nonché autore di vari saggi sulle società maghrebine, insieme alla moglie Yvonne Fracassetti, con alle spalle esperienze in istituzioni culturali ad Algeri e a Tunisi, autrice anche lei di vari saggi sulle società e culture del Mediterraneo. “Il Nord Africa brucia all’ombra dell’Europa” (Jaca Book) è quasi un atto di accusa nei confronti di un Occidente, di un’Europa miope di fronte alle difficili condizioni socio economiche in cui si sono ritrovati i Paesi del Nord Africa, pur nelle loro differenti realtà istituzionali e di sviluppo. E troppo connivente nei confronti delle derive autoritarie che hanno bloccato il processo democratico di quei paesi, all’indomani dell’indipendenza dal colonialismo negli anni Sessanta. Le politiche del partenariato euro-mediterraneo, compresa l’ultima utopia dell’”Unione per il Mediterraneo” non hanno fatto decollare un reale sviluppo regionale in vista di una zona di libero scambio improntata ai valori democratici. Gli autori parlano di un’ottica neocolonialista di un’Unione europea pronta a sostenere i regimi dittatoriali del Nord Africa visti come barriera contro il fondamentalismo islamico e il terrorismo e per contenere i flussi migratori. L’Europa è di fronte a una nuova sfida, una nuova opportunità. E non può essere estranea alla domanda sollevata dallo studioso El Alaoui: che cos’è la politica neoliberale se “stimola la crescita mondiale senza dar sollievo né alla miseria né alle ingiustizie?; a che serve sventolare “la democrazia, se il discorso non è liberato dai grandi disegni geopolitici e non favorisce i movimenti progressisti locali”.

I due autori, analizzando la storia dei vari Paesi del Nord Africa, ricordano le speranze deluse, il fallimento di vari modelli di sviluppo che hanno favorito movimenti islamici portatori di altri modelli sociali e identitari. Una storia che ci riguarda da vicino.“La scintilla tunisina ha acceso una miccia che rischia di sconvolgere l’ordine economico sul quale poggia tutto l’Occidente. Ma quali meccanismi hanno legato le nazioni del Nord Africa al destino dell’Europa e del mondo occidentale al punto di provocare un effetto domino così prorompente?” Un interrogativo a cui rispondono i due studiosi ricordando i meccanismi del circolo vizioso in cui sono stati risucchiati questi paesi: gli eccessi dell’ultraliberismo mondiale, le strettoie dei regimi autoritari e il tacito appoggio delle potenze europee.
Emblematico il caso della Tunisia. “Fino alla vigilia della rivoluzione l’Occidente e l’Europa, in particolare, hanno sbandierato la Tunisia di Ben Alì come emblema di riuscita economica e di società democratica, come esempio di integrazione nei processi dell’economia globale e dell’era tecnologica da proporre come modello politico ideale per il mondo arabo”. “Une si douce dictature” la definiva ironicamente il giornalista tunisino in esilio Ben Brik. Si ricorda l’elogio di Sarkozy nel 2008 durante la sua visita di stato secondo cui la Tunisia è “il paese dove le libertà progrediscono”. Ma ancora dopo la fuga di Ben Alì, Stefania Crazi, sottosegretario al Ministero Affari Esteri, dichiarava: “…io credo che la storia dovrà rendere i suoi meriti a Ben Alì…se n’è andato in seguito a una sollevazione popolare ma non è reo di nessun reato”. Si dimentica il suo pugno di ferro da ministro dell’Interno ai tempi di Bourguiba dopo la sommossa del “giovedì nero” del ’78 e la rivolta del pane” dell’84 represse nel sangue. E’ dopo la guerra del Golfo del 1991 e la crescente contestazione dei fondamentalisti islamici che cavalcano il disagio economico e sociale che un Ben Alì alla guida del Paese inasprisce la repressione in un clima di caccia alle streghe con un severo controllo poliziesco. Abbandonata la strategia delle riforme in campo costituzionale e istituzionale, come l’abrogazione della presidenza a vita e delle libertà civili (sindacati, associazioni culturali, massmedia) che aveva suscitato molte speranze, Ben Alì opera un’inversione di tendenza anche nei confronti della politica “laica” di Burghiba riabilitando la religione islamica tradizionale con una serie di sconcertanti misure. E s’installa uno spietato stato di polizia onnipresente, dilaga la corruzione e un’ “economia dei clan”. Ma anche il presente assieme alle speranze suscitate, può portare falsi “profeti”, avvoltoi che si sono rifatti con un veloce lifting, come denuncia in un toccante intervento del 20 gennaio di quest’anno la storica Raoudha Guemara, docente all’Università di Tunisi.

Il libro affronta poi l’effetto domino della “primavera araba” nei Paesi del Nord Africa, dal Marocco all’Egitto, mettendo in guardia da semplicistiche generalizzazioni. Il passato pesa sul presente. L’Algeria fa i conti di 132 anni di una colonizzazione radicale che ha fatto tabula rasa di ogni struttura sociale, di sette anni di guerra di liberazione e di una guerra civile che conta 200 mila morti tra i civili e 18 mila disporsi, inclusi donne e bambini, in una corsa al massacro tra il terrorismo islamico (Ais e Gia) e la dittatura militare. Il paese più ricco del nord Africa vive vistose contraddizioni che hanno scatenato migliaia di rivolte nel 2010 senza riuscire a dare una spallata al regime di Bouteflika. Dell’Egitto si ricorda la sua modernizzazione attraverso la rivoluzione nasseriana che lasciò come eredità la coscienza della centralità del mondo arabo nel riassetto mondiale, il panarabismo che mostrò la strada della ritrovata dignità dei popoli colonizzati con il riappropriarsi delle risorse nazionali, in parte abbandonata dai successori Sadat e Mubarak. Dagli anni ottanta il clima sociale è turbato da sommosse più o meno violente che porta Mubarak a dichiarare lo stato di emergenza mai levato fino alla sua fuga mentre il paese vive una nuova accelerazione della liberalizzazione economica con un incremento del 20% del pil ma anche dell’inflazione, senza che la qualità della vita della classe media migliori e con sacche di povertà dilaganti . Si stima che il 40% degli egiziani vive con meno di due dollari al giorno. L’ultima grande sommossa, quella del 2008 in cui operai e dimostranti di Kefaya (Basta!) si uniscono di fronte all’aumento vertiginoso dei prezzi. Si rivendica il rispetto dei diritti civili a cui si unisce la denuncia della corruzione. La cacciata di Mubarak e piazza Tahrir hanno dunque alle spalle una lunga storia.
La Libia di Gheddafi, come l’Algeria, registra l’insuccesso dell’economia di rendita, il non aver valorizzato le immense ricchezze in idrocarburi per favorire lo sviluppo industriale e commerciale interno senza garantire la distribuzione della ricchezza dello stato sull’intera società. Geddafi regge il paese da capo assoluto senza legittimità istituzionale, una democrazia diretta piena di crepe fin dagli anni Ottanta. Il potere delle masse è sostanzialmente eluso dai comitati rivoluzionari che si comportano come una milizia pretoriana impiantata nell’esercito: controlla i Comitati Popolari, l’intera società, la stampa, la distribuzione della ricchezza, il funzionamento di tutti i meccanismi sociali tra cui la giustizia attraverso una Corte rivoluzionaria le cui sentenze sono continuamente denunciate dalla Lega Libica dei diritti umani in esilio. Da “Stato-canaglia nel ‘92 per il caso Lockerbie, con conseguente embargo imposto dalle Nazioni Unite e la seconda risoluzione del ’93 che sancisce il congelamento dei beni finanziari libici all’estero, fino al riavvicinamento tra Gheddafi e Occidente nel 1999 con la miracolosa metamorfosi della Giamahiria libica in partner corteggiato grazie al petrolio ma anche alla lotta contro il terrorismo internazionale. Sul piano interno Gheddafi decentralizza il potere attraverso la creazione di Chaabiyate, cioè comuni molto vicini al popolo e commandi popolari e sociali costituita da capi tribù meno compromessi.
Sospeso l’embargo, Gheddafi viene accolto a Bruxelles da Prodi e la Libia viene ammessa come osservatore nel concerto del Partenariato Euromediterraneo di Lisbona. Interessante il ruolo del figlio Sayf-a-Islam e i suoi interventi per migliorare lo stato di diritto, tentativi tuttavia non apprezzati dal Congresso Generale del Popolo che nel 2009 sancisce il trionfo dei conservatori e frena ogni evoluzione del regime.
Sul Marocco, l’analisi degli autori porta a capire le dinamiche che hanno portato il paese ad essere finora un’eccezione della primavera araba, ma anche la crescente situazione conflittuale dal 2003 dopo gli attentati di Casablanca attribuiti a gruppi del fondamentalismo islamico e la conseguente restrizione delle libertà civili che invade tutta la società.
Un libro che evidenzia anche le pericolose semplificazioni che guardano alla deriva autoritaria e al fanatismo religioso come a intrinseche caratteristiche dei popoli arabo-musulmani, rinunciando ad analizzarli come fenomeni sociali, da contestualizzare sia nella storia nazionale sia in quella mondiale.

“Il Nord Africa brucia all’ombra dell’Europa”
Di Michelle e Yvonne Brondino (Jaca Book)


Stefanella Campana
(06/07/2011)


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