«Le stelle di Gerico», di Liana Badr | Gianluca Solera
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Gianluca Solera   
«Le stelle di Gerico», di Liana Badr | Gianluca SoleraIsabella Camera d’Afflitto mi ha regalato un bellissimo libro della palestinese Liana Badr di cui ha curato l'introduzione per le edizioni Lavoro (2010), ed il libro mi ha accompagnato nelle mie vacanze estive. Il titolo evoca lo splendido cielo notturno di Gerico, la città di origine dell’autrice, e le notti passate con il padre a veder fluttuare la Via Lattea in un cielo denso, viola scuro contro cui spiccavano milioni di stelle baluginanti. Mentre il padre raccoglieva appunti nel suo quaderno di astronomia o lisciava lenti sottili in cucina, sciogliendo pece bollente sul vetro per tagliarlo e levigarlo, Liana si lasciava meravigliare dalla Volta celeste o imparava a memoria versi di poeti per dimostrare a suo padre che la sua strada fosse quella degli studi letterari e non scientifici, come lui voleva. Così quella bambina e poi ragazzina ha dedicato la sua vita alla letteratura, e con essa ha raccontato la tragedia della sua famiglia in fuga che lascia Gerico nel 1967, quando la città cade in mano israeliana, poi Amman nel 1970 (dopo gli eventi sanguinosi di Settembre Nero) e Beirut nel 1982 (diventata teatro di guerra civile e di stragi nei campi profughi). Tutto questo è la sua biografia legata al dramma palestinese, che le fa scrivere: «Ciò accadeva nell’anno 1967 dell’era di Gerico. Quelli sono stati gli ultimi istanti di vita per noi, prima che i nostri spiriti aprissero il sigillo con su scritto: Calvario. Siamo diventati esseri fluttuanti nell’aria al pari della brezza e ci sono state date ali, il cui numero solo Dio conosce, e siamo rimasti in una sorta di limbo, come prima della creazione, a volare tra i cieli multiformi cantati dal poeta Ibn ‘Abbās».

In questo sta la bellezza di “Le stelle di Gerico”, dove la sofferenza palestinese viene sovrastata dai mille ricordi di storie famigliari, amici, episodi della vita cittadina, colori e forme di alberi e fiori, e sapori di cibi, raccontati con la dolcezza di chi li ha conosciuti, sperimentati e fatti propri. L’intimità di quei ricordi rende possibile a chi li ha vissuti di superare i grandi traumi che stanno dietro le proprie famiglie, come la prigionia del padre, medico e attivista politico, o la morte chimica dell’amica Marmara sotto le bombe al napalm , mentre si dirigeva ad Amman perché i genitori non volevano che vedesse la guerra.

Per chi ama addentrarsi nell’intimità di una famiglia come quella di Liana, e trovarvi la leggerezza dell’amore per le persone e le cose, il libro merita di essere letto e riletto, perché ogni episodio ha una propria vita e può essere apprezzato in momenti diversi della lettura o durante una rilettura, e perché Liana dà risalto e penetra nei dettagli di quelle piccole cose che sopravvivono alle vicende politiche o generazionali. Quando giovane esiliata entra nella Città Vecchia di Damasco, si lascia affascinare dalle mercanzie, dalla differenza tra il marrone za’tar di Aleppo (spezia a base di timo) e quello verde oliva di Palestina, dall’odore del legno delle porte scrostate, o dal penetrante profumo dei dolci mescolato a quello del sapone d’alloro, che aveva conosciuto al sūq di Gerusalemme. Quando bambina cresciuta entra nella camera nuziale di Fathiyya con l’amica Rabī’a dopo che lo sposo soldato aveva lasciato il giaciglio per raggiungere la caserma, Liana trova la sposa in preda ad un folle riso per averlo fatto con lui diciannove volte, e corre con Rabī’a per la campagna gridando: “Farlo, farlo e rifarlo!”.

“Le stelle di Gerico” consiste di dieci capitoli che portano il nome di una pietra, materia naturale o di un colore, quali il legno, il cristallo, oro bianco e nero, od il piombo, che celano episodi che l’autrice desidera contraddistinguere con le caratteristiche di quella materia (così l’oro bianco è associato alla ricerca di un fidanzato per Narjes, ed il piombo all’occupazione militare di Gerico). È una sottile lotta contro la melanconia che la fuga, la perdita del proprio focolare domestico, la dispersione della famiglia provocano in molte famiglie palestinesi, una lotta combattuta con la cura della memoria e delle sue dolcezze, e con le relazioni intessute con il passato ed il presente. Le stelle di Gerico sono per Liana e i suoi cari come la stella cometa dei pastori Betlemme, che la guida nella vita anche dopo aver lasciato la Valle del Giordano.

Quando Liana propone a Umm Rabī’ di dare in matrimonio sua figlia Rabī’a al cugino Hussein trasferitosi in Kuwait, la donna risponde: «Se anche venisse un re figlio di re a chiedere in sposa mia figlia, non gliela darei e risponderei allo stesso modo: “Chi vive lontano dal suo paese, non possiede nulla, e neanche suo figlio!”». Da queste parole possiamo capire la pena racchiusa in altre, come in quelle di un’altra donna, Umm Ahmed, proprietaria di un caffé al campo di Shatila in Libano, e sgozzata durante la strage che porta lo stesso triste nome. Quando le viene proposto di imparare a leggere e scrivere, la donna risponde: «E perché mai? Che cosa me ne viene? Potrei leggere il giornale? Le notizie del mondo sono qui davanti ai miei occhi. Ancora non sono ritornata a casa mia, in Palestina. A che mi serve sapere le notizie?».

Le storie raccontate in «Le stelle di Gerico» racchiudono forse tutte le storie del mondo, anche se accadute in un piccolo fazzoletto di terra.


«Le stelle di Gerico», di Liana Badr | Gianluca Solera Liana Badr, Le stelle di Gerico - Edizioni Lavoro
Introduzione di Isabella Camera d’Afflitto
Traduzione dall’arabo di Giulia Della Gala e Paola Viviani

Gianluca Solera
(09/09/2010)




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