Tunisi, taxi di sola andata | Federica Araco, Ilaria Guidantoni
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Federica Araco   

Tunisi, taxi di sola andata | Federica Araco, Ilaria GuidantoniIlaria Guidantoni racconta la sua Tunisia postrivoluzionaria in un reportage narrativo dove ricerca giornalistica e percorso di crescita personale si intrecciano alle voci di donne e uomini di cultura, dissidenti, politici, militanti, tassisti, commercianti, semplici cittadini.

 

Il lavoro è ricco di sfumature e suggestioni e racconta in presa diretta le emozioni che agitano un paese in profondo cambiamento.

La giovane Sophie, francese di origine italiana, protagonista del romanzo, si muove per le strade di Tunisi tra narrazione e informazione, ascoltando testimonianze, ricordi, racconti, paure e desideri dei molti interlocutori che incontra lungo il cammino. La prosa è talvolta descrittiva e vivace, ricca di suggestioni sensoriali legate a colori, odori e suoni che rimandano al paesaggio mediterraneo, ma in alcuni passaggi si fa di colpo più asciutta, con un periodare secco e puntuale, dallo stile giornalistico.

 

La storia si svolge a Tunisi nell’agosto 2011 in un periodo in cui il Mediterraneo, da Rabat a Damasco, è agitato da forti venti di cambiamento. Perché ha scelto la Tunisia?

Quello che spinge la protagonista verso la Tunisia è una vicenda personale. Sophie parte per cercare di capire la rivoluzione, ma anche per ritrovare una persona dalla quale volontariamente si era allontanata. Ma in qualche modo si tratta anche di un mio percorso personale: frequentavo Tunisi da anni, vivendoci saltuariamente, e durante la rivoluzione ho capito quanto quel posto fosse importante per me. Nei giorni della rivoluzione non riuscivo più a entrare in contatto con alcune persone che erano là, e allora ho compreso dove fosse il mio cuore… Ho quindi provato a immergermi in una realtà che già conoscevo, cercando di non considerare il Mediterraneo come se ci fosse una sola direzione, del nord europeo che guarda al sud mediterraneo. Ho provato a starci dentro come in una barca che, a seconda del vento, può trovarsi puntando al nord o al sud senza un orientamento prefissato. Come se ci fosse una porta girevole, uno scambio, un incrocio. La mia idea era tentare di ascoltare per riferire, più che proporre. E la Tunisia è il paese con il quale avevo più confidenza.

 

I tassisti di Tunisi sono dei veri e propri co-protagonisti del suo romanzo che potremmo definire “corale”. Perché questa chiave di lettura?

//Ilaria Guidantoni (foto Osmei Fabre)Ilaria Guidantoni (foto Osmei Fabre)I tassisti sono il primo punto di contatto quando si arriva in un paese straniero e, se ci si ferma per poco tempo, diventano i nostri accompagnatori. A Tunisi ce ne sono tantissimi, e sono tutti uomini, malgrado la società tunisina non precluda nessun mestiere alle donne. Inoltre il taxi costa molto poco e quindi è un mezzo di trasporto usato da persone di tutti i ceti sociali. La prima volta che sono arrivata a Tunisi mi è stato detto di non entrare in confidenza con i tassisti e di non parlare con loro di politica perché erano considerati spie del regime. Nei giorni della rivoluzione non si trovavano più taxi, ma poi sono tornati, e i tassisti da grande orecchio del regime sono diventati rivoluzionari. Sophie trascorre molto tempo in taxi nel traffico di Tunisi e ci sta volentieri. Lì si può bere, mangiare, fumare, non ci sono regole rigide come da noi e si sente molta musica, che è in qualche modo la colonna sonora del romanzo. Nell’epilogo, quando Sophie torna a Tunisi dopo le elezioni di ottobre, scopre che molti tassisti si stanno avvicinando a Ennahda, con qualche punta di dissidenza. Tra i tanti dialoghi, un tassista che si esprime in un francese stentato le dice: “Ennahda ha capito di cosa avevamo bisogno, della dignità che per noi è il lavoro. Questo ci darà. Abbiamo tenuto 23 anni un regime e siamo stati capaci di rovesciarlo. Oggi abbiamo capito come si va in piazza. Se Ennhada non ci soddisferà non la voteremo più. Ormai abbiamo imparato.

 

Sophie è insofferente e critica verso l’atteggiamento di cecità e autoreferenzialità dell’Europa nei confronti della complessità del sud del mondo e cerca un “altro” e un “altrove” esotico con il quale confrontarsi. Questo approccio in qualche modo orientalista sfuma gradualmente per lasciar spazio a una terza via di interazione con l’alterità.

Come spesso accade, si va in un posto per caso, a volte per errore, o per curiosità. E qualche volta ci si innamora di quel luogo e si viene come travolti dalle emozioni in una sorta di idillio iniziale. Poi però il panorama si fa chiaroscurale e da questa visione un po’ oleografica, esotica dal gusto folkoristico, emergono le prime contraddizioni. Il viaggio di Sophie è disegnato dall’incontro con le persone e lasciare l’Europa è per lei anche lasciare un certo tipo di impostazione dei media. E quel senso di profonda delusione delle persone, che preferiscono continuare a lamentarsi piuttosto che rimboccarsi le maniche e darsi da fare, diventa per lei come una metafora. I tunisini le insegnano il coraggio di sognare e che la paura di sognare, la paura della libertà, è il male peggiore. Questo è il messaggio fondamentale che lei riceve ascoltando. Nel percorso di Sophie c’è anche un atteggiamento presuntuoso, molto parigino, che però nel corso del viaggio si ammorbidisce e da parola diventa soprattutto ascolto, apertura alla vita.

 

Come la protagonista più volte denuncia nel suo racconto, “L’Europa non si accorge quasi mai di nulla”. E questo accade molto spesso perché il giornalismo non svolge con serietà e onestà intellettuale il suo dovere primario: informare. Qual è la sua opinione in merito come cittadina, scrittrice e giornalista?

Dal mondo della stampa tunisina prerivoluzionaria la posizione dei giornali era evidentemente orientata su una retorica propagandistica e si era preparati alla cattiva informazione. Ma per chi vive lontano da un luogo, per chi non conosce la lingua, è molto difficile riconoscere queste distorsioni. Se io non fossi stata informata direttamente dalle persone del posto, avrei avuto un’immagine completamente distorta e diversa della rivoluzione. Questo significa che per tutti i luoghi che non mi sono familiari, che sono la gran parte, la mia informazione è parziale, falsata. Spesso mi capitava di essere a Tunisi e vivere degli eventi e subito dopo ascoltare i telegiornali italiani raccontare una versione dei fatti completamente diversa e falsa, non seguita da smentite. Questa era per me un’esperienza fortemente disorientante.

Per questo ho provato un profondo senso di impotenza e rabbia, che ha fatto sì che mi assumessi la responsabilità impegnandomi a tradurre nella mia lingua, l’italiano, la cultura locale per renderla comprensibile e fruibile a chi non la conosce direttamente. Così ho deciso di diventare orecchio degli altri, più che portavoce.

 

Le donne che Sophie incontra nel suo viaggio sono emancipate e istruite, indipendenti, colte e militanti per i diritti umani. Figure femminili molto diverse dal modello di donna araba che si è sedimentato nell’immaginario collettivo dell’opinione pubblica di alcuni paesi occidentali…

Non esiste la donna araba, esistono le donne nel mondo arabo, e tante donne arabe. La donna tunisina è un’eccezione nel mondo arabo anche magrebino: i tunisini da sempre vivono nella contaminazione per via della fusione di popoli diversi che si sono uniti, senza però mantenere un impianto tribale come in Algeria. Le donne tunisine, le ragazze in particolar modo, presentano molte contraddizioni, simbolo della loro grande vitalità.

Inoltre, dai tempi di Bourghiba, dalla liberazione della Tunisia nel ’56, esiste una forte attenzione per la sanità pubblica (le donne medico godono di una grande considerazione) e già nel 1957 c’erano politiche di pianificazione famigliare ed esisteva il divorzio: cose sconcertanti per il nostro mondo italiano. Sophie all’inizio rimane disorientata perché si rende conto che in più di un’occasione è lei l’aspetto retrogrado rispetto all’islam che già nel proprio contenuto ha assorbito un certo tipo di modernità. Noi forse leggiamo attraverso un velo, come indumento, qualcosa in modo distorto. Le donne che riconoscono nel velo un valore tradizionale magari sono in rete e lavorano al computer e sono estremamente emancipate. In Tunisia nei caffé vediamo spesso donne sole o anche gruppi di ragazze molto diverse tra loro uscire insieme. Inoltre, le donne tunisine sono mediamente ben istruite e abituate a ricevere un trattamento paritario rispetto all’uomo.

 

Nel romanzo si evince il desiderio di parlare e raccontarsi della gente, che vuole denunciare le angherie e i soprusi subiti durante la dittatura. Cosa cambia dopo le elezioni del 23 ottobre?

Tunisi, taxi di sola andata | Federica Araco, Ilaria GuidantoniSubito dopo la rivoluzione, come quando si toglie il tappo da una pentola a pressione, c’è stata un’esplosione di gioia incontenibile. Nell’agosto 2011, in pieno mese di Ramadan, già si sente un misto di timori, contraddizioni, speranze già deluse dal lavoro che non torna, come normale continuum del processo di cambiamento. Tanti intellettuali già cominciavano a dire che la democrazia non è un pranzo di gala, ma piuttosto assomiglia a una relazione umana che va costruita giorno per giorno, e mentre è più facile essere uniti quando c’è un nemico comune da abbattere, dopo aver scampato il pericolo cominciano a emergere le prime divergenze. Al contempo, la stampa e i giornali locali conoscono una nuova fioritura, nascono nuove forme artistiche come il fumetto d’autore, genere letterario del tutto nuovo in Tunisia, o il rap. Nel momento postelettorale c’è l’esasperarsi del contrasto tra i vincitori, Ennahda, e i grandi sconfitti che devono prendere una posizione in merito. Un personaggio che Sophie incontra nell’ultimo capitolo, intitolato non a caso “i giorni dell’attesa”, le dice: “Infondo anche in Italia dopo un regime sono ascesi due partiti confessionali, uno religioso e l’altro laico”. Questo contrasto, queste delusioni cominciano ad avvertirsi e il rischio è che ognuno esasperi la propria posizione in un muro contro muro sterile.

Nel mondo culturale c’è ancora oggi un certo fermento, una sorta di disordine creativo. Si sente il bisogno di creare un’iconografia della rivoluzione per consolidarne l’immaginario e continuare a testimoniarlo attraverso una nuova memoria storica.

 

Sophie nel libro incontra intellettuali, donne e uomini di cultura, dissidenti politici e oppositori del regime. Molti di loro per anni sono stati costretti a emigrare per continuare a lavorare, altri sono stati imprigionati e torturati. Oggi molti di loro tornano a casa, e anche alcuni cittadini europei, esasperati dalla crisi economica e incuriositi da questo nuovo fermento, si trasferiscono nella riva sud del Mediterraneo. Può parlarci di questo fenomeno?

Le opportunità in questo momento storico stanno forse soprattutto al sud dove almeno c’è vita e voglia di sognare. Non so se la mia Sophie inaugurerà una stagione diversa di immigrazione al contrario, ma sento che c’è bisogno di far centro nel Mediterraneo per appartenere a questa cittadinanza nuova, che non ha a che fare con stati e frontiere ma con la grande culla di civiltà che è stata questa regione in passato.

Ma c’è anche un’immigrazione immaginaria: non trasferirsi in un altro luogo fisicamente ma provare a lavorare insieme per creare un altro mondo possibile. Ci sono già dei tentativi culturali in questo senso, penso alla biennale dell’arte mediterranea in programma per il 2013. Molti intellettuali hanno già un approccio trasversale, apolide: hanno compreso che il loro ruolo è colmare le difficoltà che la politica non riesce a superare. Speriamo che lo scontro non degeneri in violenza, ma forse è già questo un passo verso la democrazia dopo 23 anni di silenzio…



Federica Araco

1/7/2012