The end. La solitudine dello spettatore | Martina Bonichi, Federica Araco, Edizioni CinemaSud, Paolo Speranza, Morin, Barthes, Kermode
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Federica Araco   

The end. La solitudine dello spettatore | Martina Bonichi, Federica Araco, Edizioni CinemaSud, Paolo Speranza, Morin, Barthes, Kermode“Che sia proprio lo spettatore l’unica vera realtà illusoria (illusa?) in questo gioco di ombre ed illusioni create dalla fabbrica dei sogni in più di un secolo di incessante produzione? E se la fabbrica dei sogni è il suo creatore, qual è il destino delle sue creature, gli spettatori?

Esiste in sostanza un libero arbitrio dello spettatore o egli, per poter godere ad ogni proiezione dell’illusione di far parte di quel sogno che chiamiamo cinema, è destinato a subire e accettare la consapevolezza della propria esclusione?”.

Sono questi gli interrogativi attorno ai quali si articolano le riflessioni contenute in questo piccolo e prezioso testo che, lungi dal voler essere un trattato o un saggio teorico, si presenta piuttosto “come una raccolta di pensieri, flash mentali, intuizioni spesso in contraddizione tra loro”.

Seconda uscita della nuova collana Edizioni CinemaSud, diretta da Paolo Speranza, “The End” è il libro d’esordio dell’autrice, Martina Bonichi (Roma, 1978), che in passato ha realizzato i cortometraggi Non lo so (2006, proiettato alla Casa del Cinema) e Pronto (2009) e che da anni collabora con alcune importanti riviste di cinema (Sentieri Selvaggi, Quaderni di CinemaSud, Taxidrivers, Rifrazioni, Cinearte online, Effettonotte, Cinerunner).

“Vagando tra le diverse interpretazioni (spesso discordanti) sul ruolo dello spettatore”, scrive la Bonichi nell’introduzione, “da quelle psicanalitiche, all’artificial life che i grandi teorici di cinema hanno formulato, accanto agli appunti di registi, attori, a considerazioni occasionali di illustri sociologi, critici e studiosi di arti affini come la letteratura e il teatro, ho cercato di mettere in luce chi, per la sua stessa natura, era stato confinato nell’ombra: lo spettatore”

Egli, infatti, sembra avere un ruolo totalmente inerme e passivo allo scorrere delle immagini impresse sulla pellicola. In qualche modo “subisce” la storia, essendone magari affascinato e coinvolto sul piano emotivo, ma è comunque destinato a restare un testimone silenzioso, depositario di un sogno che, seppur grandioso ed emozionante, non è il suo. Alla fine della proiezione, infatti, tutto ciò che resta all’”Homo Sapiens-Videns”, per usare le parole usate da Carlo Lizzani nella prefazione, è un senso di triste abbandono e un solitario, ineluttabile e doloroso ritorno a sé stesso.

 


 

//M.BonichiM.BonichiL’intervista di Babelmed all’autrice.

Come è nata l’idea di questo libro?

Ho sempre pensato al cinema come alla macchina dei sogni. Fabbricando favole, incessantemente, la settima musa non fa che raccontare delle storie, storie che una volta proiettate, perdendo quell’aurea onirica, diventano realtà. Questo piccolo libro nasce da unariflessione sulla figura spettatoriale e sul particolare distacco che segue all'ultima immagine di un film.

A differenza della lettura di un libro, che ti lascia la libertà di scegliere come e quando dedicargli la tua attenzione e ti permette di dare i volti che preferisci ai personaggi incontrati, nel cinema quello che vedi ha una prepotenza tale da non ammettere altre soluzioni che rimanere immobili a guardare. L’avventura dello spettatore segue regole diverse, che quando si spengono le luci della sala gli impongono di abbandonarsi e lasciarsi trasportare: ogni cosa è stabilita e non si può scegliere cosa sognare. Da queste premesse, confuse, incompiute e spesso fumose, emergono la nostalgia, la solitudine, lo straniamento e il senso di abbandono che, in più di un secolo di cinema, hanno pervaso lo spettatore di fronte all’ultimo frame: il “The End”.

Come sottrarsi, dunque, allo struggente oblio della fine?

Che la fine di un film sia brutale, selvaggia, oppure lenta e impercettibile, in ogni caso alla conclusione di questo sogno che chiamiamo cinema per lo spettatore si presenta lo stesso drammatico interrogativo: “Come posso vivere, gioire, soffrire, compiere gesta eroiche con i protagonisti della pellicola che guardo e poi trovarmi impotente e solo nel buio della sala mentre le loro ombre scivolano via dallo schermo?”. Il cinema offre a mio avviso un unico appiglio al quale lo spettatore può aggrapparsi per sopravvivere a ciò che ha di fronte: ricordare. Assistendo a un viaggio, egli non è più solo un soggetto desiderante, che è il meccanismo centrale nell'immaginario filmico: è anche in qualche misura un "sopravvissuto", colui che alla fine del film porterà su di sé la memoria di quanto ha visto.

Nel suo libro ci sono molte citazioni e riferimenti ad autori e intellettuali che si sono occupati di questo argomento. Chi tra questi l’ha ispirata maggiormente?

Lo straniamento provato dallo spettatore nel distacco che segue la fine di un film, trattato di sfuggita nella saggistica cinematografica, è al contrario molto ricorrente nella filosofia e nella letteratura di ogni tempo. Dalla separazione dall’oggetto amato deriva in gran parte lo straniamento dello spettatore, e in quest’ottica la mia elaborazione del senso della fine deve molto ad autori che vanno al di là della saggistica cinematografica. Mi riferisco, per esempio, a Morin, Barthes, Kermode ma anche ad attenti studiosi di cinema come Bazin, Balasz, Casetti, Metz, o Pirandello e Cocteau che, senza applicare esplicitamente le proprie teorie al cinema, con taglio letterario e socio-antropologico si interrogano sulla natura di quest’arte per loro ancora giovane.

Così, ben oltre la storia del cinema, le diverse suggestioni che ho raccolto durante le mie ricerche nascono piuttosto dal desiderio di fusione con l’oggetto amato descritto da Socrate, dal senso di frustrazione che nasce dal distacco in Goethe e in Barthes (per esempio in “Frammenti di un discorso amoroso”), dalla sensazione di straniamento descritta da Sartre in “La Nausea”, dalle ombre vaganti di Bioy Casares ne “L’invenzione di Morel”...

Alla fine del suo libro, propone una selezione degli ultimi fotogrammi di alcune famose pellicole, dal celebre Casablanca a La costola di Adamo, passando per Arancia Meccanica, C’era una volta in America, La finestra di fronte, Tutto su mia madre… Può commentare alcuni di questi finali? Qualcuno di questi ha per lei un particolare significato?

Ho immaginato dei film che fossero metafore stesse della memoria. Film che, pur lontani tra loro, potessero dare modo - dopo le parole - di immergersi in questa chiave interpretativa. Così viene in mente Casablanca, di cui Eco disse: “Un cliché ci fa sorridere, cento ci commuovono”. Un film in cui si sacrifica l’happy end, che vedrebbe normalmente i due amanti insieme, in nome della nobiltà. Quale miglior modo possibile per Curtiz di chiudere Casablanca? Il leitmotiv sembra essere la malinconia di chi, da personaggio, sceglie il ruolo di chi ha memoria. Poi C’era una volta in America, allegoria stessa della memoria, del ricordo, che può, come alla fine, declinare nell’allucinazione, in cui è il protagonista stesso a diventare spettatore della propria storia, o ancora Tutto su mia madre, un altro film sul ricordo, sulla costruzione della memoria, in cui un personaggio si incarica di ripercorrerla e quando muore lascia che sia il coro (i personaggi intorno a lui) a portare avanti il ricordo di amori, storie, gesti. Il film si chiude su un sipario dentro un teatro, magico spazio in cui si dà vita alla rappresentazione di quello che succede nella vita.

Quali sono i suoi progetti per il futuro: cinema o scrittura?

Entrambi perché, seppur diversi, sono linguaggi che si intrecciano l’uno all’altro. Il primo progetto è una lunga intervista che racconta la storia di un uomo e proprio in questo periodo sto lavorando a dei cortometraggi.

 

M.Bonichi, “The End. La solitudine dello spettatore”, Edizioni di CinemaSud, 56 pagine, 12 euro.

 

 



Federica Araco

22/10/2013