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La doppia assenza delle donne migranti. Una doppia invisibilità? Stampa
Cristiana Scoppa   

La doppia assenza delle donne migranti. Una doppia invisibilità? | Siamo come nessuno

Il termine Presenza viene dal latino Praesentia, sostantivo di prae esse che significa “essere innanzi”. Esso mette dunque in relazione due entità che si trovano l’una di fronte all’altra. Il suo contrario è Assenza, che deriva invece da Absentia, sostantivo di ab esse, “essere lontano”.

Quando si ha a che fare la migrazione, il concetto di Presenza sembra acquisire un valore particolare, fondativo.

A un primo sguardo potrebbe sembrare che la migrazione porti inevitabilmente con sé entrambe le dimensioni: Presenza nel nuovo paese di immigrazione, Assenza dal paese di emigrazione. Ma che cosa vuol dire, in questo contesto, essere innanzi?

Per il solo fatto di essere innanzi a qualcuno, si può dire automaticamente di essere per quel qualcuno? Di esistere? Di avere una presenza? Ci si trova a lavorare presso una famiglia italiana, si cucina per loro, si lavano i loro vestiti e si pulisce la loro casa, se ne accudiscono i figli o gli anziani: tutte queste cose implicano di per sé un riconoscimento della presenza?

Oppure si possono fare restando invisibili?

La doppia assenza delle donne migranti. Una doppia invisibilità? | Per poter cogliere la vera presenza è necessaria una sospensione del giudizio, occorre cioè liberarsi da tutte quelle sovrastrutture ed etichette che danno l’impressione di sapere chi si ha di fronte, ma che in realtà impediscono il reale incontro con l’altro. Come scrive Miguel Benasayag, (L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli 2005)

 

Il miracolo dell’etichetta produce l’impressione che l’essenza dell’altro sia visibile. A quel punto l’altro non è più una molteplicità contraddittoria che esiste in un gioco di luci ed ombre, di velato e svelato, ma diventa immediatamente visibile e riconoscibile. Si è convinti grazie all’etichetta di sapere tutto sull’altro, chi è, cosa desidera e come è strutturata la sua vita,perché l’etichetta non si limita a classificare ma stabilisce una sorta di ordine nella vita di chi la porta.

Si potrebbe aggiungere che l’etichetta mette ordine anche nella vita di chi la impone, non solo in quella di chi la porta. Per questo l’abbandono di un’etichetta è sinonimo di caos, di confusione dovuta alla perdita di un ordine familiare e rassicurante. Tutto ciò non fa altro che trasformare la coppia oppositiva presenza-assenza in una doppia assenza: assenza qui, nel paese di arrivo, e assenza lì, nel paese di provenienza.

Solo considerando i due aspetti fondamentali del concetto di presenza, ovvero la sua dimensione esperienziale, relativa al fatto stesso di sapere di esser-ci e del sentire di esser-ci, e quella intersoggettiva, relativa cioè alla relazione del soggetto con l’altro da sé, si può comprendere come molto spesso i migranti, e in questo caso specifico le donne straniere impiegate nel lavoro di cura, possano ritrovarsi in una condizione di doppia assenza.

[…]

Collegati al concetto di presenza sono anche i problemi che si presentano una volta che la donna faccia ritorno al paese d’origine o cerchi di farsi raggiungere dai figli. L’assenza che ha lasciato dietro di sé, e che è stata colmata da beni e benessere economico, viene improvvisamente sostituita da una presenza ingombrante, scomoda. La donna cerca di recuperare una presenza che ha sacrificato e che non le viene più riconosciuta. Si trova di fronte a figli grandi, che non ha visto crescere, e lì hanno inizio i conflitti.

Il primo atto fondamentale verso l’appropriazione della presenza è l’apprendimento della lingua del paese ospitante: senza la lingua non si può che sostare in uno stato di ripiegamento nostalgico. Imparare la lingua del paese ospitante significa invece “ammettere” definitivamente di essere altrove, iniziare un processo di riappropriazione del sé attraverso la sperimentazione di nuove possibilità identitarie, la possibilità di contemplare il proprio sé in trasformazione, un po’ come accade durante la pre-adolescenza e l’adolescenza, con tutte le emozioni di paura, meraviglia e scoperta che ne conseguono.

[…]

In questo contesto la maestra sa di essere un tramite, una traghettatrice, un ponte tra un mondo e l’altro, tra un passato vivissimo e sentito con amore, dolore e nostalgia, e un presente complesso, spaventoso, entusiasmante. Sa anche che spetta a lei sostenere le studentesse nel difficile compito di tendere o recidere i fili della continuità interiore dal lì al qui, come a lei spetta il compito di contenere le angosce senza entrarvi, di supportare il cambiamento senza richiederlo né sancirlo, di dare strumenti, orientamento, conoscenza della nuova realtà, di far sentire le persone ancora a casa, a casa perché “in se stesse”.

La scuola di italiano che sia in grado di stimolare tali processi diventa contesto capace di rassicurare la presenza, perché ristabilisce la centralità dell’individuo nella sua pienezza. Da qui, la scelta della ricerca a scuola di una lingua viva e affettiva, un lessico familiare, costruito insieme al gruppo classe: solo una lingua che nasce da dentro, che non fa uso di strutture esterne rigide ed estranee, può farsi veicolo di ricostruzione identitaria e fornire nuove possibilità di sperimentazione del sé. Sarebbe infatti impossibile raggiungere tali risultati impiegando una lingua fredda, impersonale e rigida, una lingua finalizzata a mantenere la persona all’interno della funzione che l’etichetta di “straniera”, “colf ” o “badante” porta con sé, una lingua utile alla sopravvivenza, ma non alla vita.

Ci è sembrato fondamentale non negare i sentimenti legati alla mancanza, e aiutare anzi le donne a riconoscerla e ad accoglierla, definirla ed esplorarla, in quanto motore principale del percorso individuativo interrotto: sentire la mancanza induce a cercare la presenza. Da qui è derivata anche la scelta del filo rosso che ha accompagnato il percorso di scuola: il tema del viaggio della vita che ci ha consentito di riannodare i nodi di una presenza eclissata, sacrificata per curare la presenza altrui, di quelli che sono rimasti là e di quelli che si sono trovati qui.

 


 

Cristiana Scoppa

3/03/2015

 

La presentazione del volume “Parole Alate” si è tenuta alla Casa Internazionale delle Donne di Roma in occasione del terzo dei quattro incontri dedicati a “Parole e immagini” nell’ambito del progetto I racconti del lavoro invisibile (http://www.iraccontidellavoroinvisibile.it).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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