“Sham Sham. Persone, cose e luoghi siriani” di Giuseppe Alizzi | europei inospitali, Giuseppe Alizzi, Sabirfest, Sham
“Sham Sham. Persone, cose e luoghi siriani” di Giuseppe Alizzi Stampa
Lea Martinoli   

“Sham Sham. Persone, cose e luoghi siriani” di Giuseppe Alizzi | europei inospitali, Giuseppe Alizzi, Sabirfest, ShamOre 8, pullman Messina-Catania, Marcel Khalife nelle orecchie. Era tanto che non azzardavo questa scelta musicale: troppi ricordi, troppe immagini che la parte razionale di me, o forse una corazza sedimentata nel tempo, non permetteva di aprire. Determinata a non accedere a quel compartimento dell’ipotalamo legato alle sensazioni siriane, mi rendo conto che ormai il discorso Siria segue sempre lo stesso percorso: nostalgia per ciò che è stato, analisi più o meno acuta della situazione geopolitica, pensiero per le persone ancora lì e per quelle sparse nel mondo, poi il bisogno di cambiare discorso. Il silenzio diventa un rifugio nella trappola nostalgica, intervallata solo da brevi e a volte ancora più dolorose ricerche online. Mi rendo conto che nelle parole, nelle notizie, la Siria perde piano piano la sua essenza. Mi sono chiesta più volte: Come è possibile parlare di un luogo che si sgretola davanti agli occhi di tutti come momento di felicità, senza cadere nella retorica del sentimentalismo?

Poi leggo le due parole sul programma del Sabirfest di Messina e decido di andare a sentire la presentazione del libro di Giuseppe Alizzi: Sham Sham. Trovarmi lì ha avuto l’effetto di una seduta terapeutica. Finalmente qualcuno riusciva a dare forma a quella sensazione di vuoto, a quella costante memoria nel presente, o “nuvola di rimuginìo” da tenere nascosta o da rimuovere perché troppo complessa. Finalmente le lacrime scendevano davanti a quelle foto che non magnificano una bellezza che è stata e non ci sarà più, o forse lo fanno, ma non con quest’intento, piuttosto ritraggono la sua Siria, la Siria vista da un architetto neolaureato che nel 2010, grazie a una borsa a progetto si ritrova a ripercorre le tappe di quella che era la Siria in epoca ottomana, dal Bosforo a Beirut passando per Aleppo, l’Oronte e Damasco. Un’entità che, come ricorda Lorenzo Trombetta, giornalista che ha scritto la prefazione del libro, oggi non esiste in termini di stato politico ma è esistita ed esiste ancora nell’accezione popolare e anche nella percezione nazionalistica: Sham, la capitale del Levante.

È stato come se vedere e leggere la Siria di Giuseppe Alizzi mi avesse dato la forza per riaprire la Siria vissuta da me, studentessa di arabo alle prime armi, e rievocare quell’anno trascorso lì, proprio mentre l’autore compiva il suo viaggio. La plastica nera delle buste siriane, gli infissi in alluminio di Shari‘ al Ittihad vicino a Suq Saruja, le banane di Bab as Saghir, la cintura in pelle del signore in bicicletta sotto il pergolato di Al Amin, proprio perché normali scatti di vita metropolitana restituiscono alla Siria quell’universalità delle cose quotidiane e il rispetto per un’identità che finalmente non viene mistificata.

Partendo proprio dall’espressione ‘A Sham ‘a Sham, ripetuta dai tassisti che si dirigono a Damasco, Giuseppe Alizzi ci fa dono del racconto di un viaggio che com’egli stesso dice: “è il tentativo di ricostruire 24 ore nelle terre di Sham con frammenti di immagini che invitano a riflettere con tanti punti interrogativi senza punti esclamativi e a porsi un po’ più verso il basso per ciò che riguarda la Siria al momento. Io non sono siriano e non posso esprimere ciò che hanno espresso altri siriani, posso soltanto dire che Sham non merita quello che sta succedendo, non merita un’Europa smemorata, un’Europa goffa e degli europei inospitali. Al dì là della retorica buonista è un invito a tenere a mente che c’era e c’è un’umanità che deve essere mostrata per poter essere frequentata e ricordata”.

Caterina Pastura, direttrice della casa editrice Mesogea che ha pubblicato il libro, lo presenta come “una sorta di sasso nello stagno, uno stagno pericolosissimo ovvero quello delle retoriche che generano oblio. Siamo davanti al telegiornale quotidiano dell’orrore che più parla della Siria, più ne cancella la presenza profonda e umana. È la spettacolarizzazione del male quella che noi digeriamo quotidianamente, opere così mettono in condizione di non dimenticare. La Siria diventa una metafora del nostro modo di ricordare e di dimenticare, di difenderci dalla retorica della memoria e di guardare il vuoto, la perdita, il movimento della perdita, in maniera differente. L’autore documenta un suo movimento interiore che non è un movimento narcisistico, bensì una domanda: “Come posso difendermi dalla trappola della nostalgia? Il suo libro è la risposta”. L’assenza di giudizio che lo caratterizza lascia quello spazio necessario a porsi domande. Domande forse più importanti delle disquisizioni geopolitiche sulla questione siriana, per ricordarsi che c’è gente normale, una società civile che tenta di ricostruire e mettere insieme i legami tra le varie comunità. L’importanza di questo documento di valore storico mostra il patrimonio e l’identità di un popolo senza alcuna manipolazione, mostrandola attraverso "quello che non c'è o potrebbe non esserci più" (cf. prefazione).

Ed eccomi a cercare un po’ di Damasco nei mercati di Catania – piccola isola mediterranea che ha ben risposto all’iniziativa Sabirfest Città Arcipelago – e a trovarne tanta, forse proprio grazie agli scatti netti, le didascalie immediate e la scrittura di Giuseppe Alizzi che non vuole spiegare, ma che semplicemente fotografa.

 


Lea Martinoli

02/11/2016