La Palestina non è lontana  | Gianluca Solera
La Palestina non è lontana Stampa
Gianluca Solera   
La Palestina non è lontana  | Gianluca SoleraPernottavo nel monastero di Santa Croce in Gerusalemme, nel centro di Roma, quando fui sul punto di rinunciare definitivamente al mio progetto letterario. Un editore mi aveva appena detto di no. Era l’autunno del 2006, ed erano ormai più di venti le case editrici che avevo contattato senza ricavarne nulla di concreto, se non brividi freddi di attesa. Con una di loro stralciai il contratto dopo poche settimane per la poca professionalità dimostrata, un’altra, che voleva pubblicare solo una parte dei miei lavori, dopo i miei tentennamenti mi aveva congedato, ed un’altra mi disse che non le interessava perché non davo una soluzione al conflitto.
La Palestina è forse una play station?

Dalla mia stanza nel monastero telefono all’amico Marco, mio compagno di studi a Venezia, per salutarlo e comunicargli la mia decisione di desistere, con grande sofferenza. Marco, che gira il mondo inseguendo manifestazioni sportive, mi dice di contattare un editore che si occupa di viaggi e biciclette. Biciclette? Trovai il suo consiglio più un gesto di sostegno morale che un’informazione utile; invece, fu proprio chi si occupava di viaggi e biciclette a darmi fiducia e a pubblicare Muri, lacrime e za’tar (1). Quel suggerimento nei minuti di recupero fu decisivo. Strana combinazione la Palestina e il viaggio (comunque, lo stesso editore ha pubblicato, dopo il mio, il diario di viaggio di Enrico Brizzi e Marcello Fini, che a Gerusalemme ci sono andati a piedi, portando nello zaino Muri, lacrime e za’tar). Ora lo ripeto spesso nelle mie presentazioni: la ricerca di un editore che pubblicasse una raccolta di testimonianze e storie vissute di Palestina fu tanto lunga e laboriosa quanto la scrittura del libro. Uno specchio dei tempi che corrono, sicuramente.
Specchio dei tempi, nei quali Gianfranco Fini e Walter Veltroni pregano fianco a fianco nella sinagoga di Roma per l'ex-primo ministro Ariel Sharon in coma, mentre quando Yasser Arafat (già premio Nobel per la pace) era in agonia nessuno ha pensato di andare in moschea. Specchio dei tempi, nei quali i notiziari non parlano più di Gaza, anche se l’embargo non è mai stato levato e molti malati continuano a morire semplicemente perché non possono accedere a cure adeguate. Specchio dei tempi, nei quali i movimenti sociali israeliani che denunciano l’occupazione e la politica governativa e che lavorano fianco a fianco con i palestinesi, come Ta’ayyush o Combatants for Peace , non vengono intervistati dai nostri mezzi di informazione a causa di un superficiale senso dell’indagine, o con l’intenzione di offrire una immagine omogenea della società israeliana. Specchio dei tempi, nei quali una sera, di passaggio in Italia, accendo il televisore ed ascolto invitata da Gigi Marzullo una giornalista di Sky, co-autrice di un libro su Gerusalemme, che stava seduta al mio fianco alla Fiera del libro di Torino del 2008 mentre presentavamo i nostri testi in una sessione intitolata “Vita quotidiana in Israele e Palestina”, e che candidamente aveva dichiarato al pubblico di non essere mai stata a Gerusalemme.

Muri, lacrime e za’tar
, con cui ho voluto parlare del conflitto nelle persone che ne vivono le conseguenze in carne ed ossa, non ha girato l’Italia passando per gli studi televisivi, bensì attraverso più di cento e dieci presentazioni organizzate da gruppi per la pace, parrocchie, fiere, associazioni culturali, biblioteche e fondazioni. Venti mesi di passione, tra un treno ed un aereo, lambendo le frontiere con la Slovenia e le coste della Magna Grecia, lasciando e riguadagnando le porte di Alessandria d’Egitto nell’oscurità, rubando giorni preziosi alla moglie, riscrivendo il libro due volte, la prima volta in Palestina nella solitudine dello studiolo, la seconda in Italia, conversando con decine o centinaia di persone.
Di città in città, portandomi sempre apresso un vasetto di za`tar, più parlavo di Palestina, più sentivo il bisogno di parlare dell’Italia, di come il mio paese reagisse al dramma umano e politico di due popoli, vittime di ideologie intolleranti che schiacciano oppressori ed oppressi. Molti dei malintesi e dei preconcetti legati alle cose di Palestina sono originati dalla mancanza di conoscenza, e passare in Palestina personalmente o attraverso la testimonianza di un altro che vi è passato, ma passarvici veramente, trasforma il tuo modo di percepire la realtà.

Una sera, durante una presentazione alla libreria Martelli di Firenze, stava seduta devanti a me una signora impellicciata e truccata, che ci ascoltò in silenzio. Alla conclusione della presentazione, alzò la mano e svuotò sul pubblico disarmato un furore inaspettato: era stata in pellegrinaggio in Terra Santa, e l’esperienza del Muro di Betlemme l’aveva segnata irrimediabilmente; da qual giorno portava con sè l’offesa del cuore, per quello che aveva visto, e della mente, per le menzogne che aveva ascoltato nel suo paese e che non corrisposero al vissuto che ebbe la cattiva sorte di sperimentare un giorno, entrando nei Territori occupati. Un giorno solo le era bastato per rendersi conto di essere stata turlupinata. Da sotto la pelliccia, erano riemersi un senso critico e di giustizia addormentati dai codici di “buona condotta” a cui ci siamo assuefatti.
Parlare di Palestina è stato un mezzo per sollevare la questione dello spirito critico, l’anima della democrazia, e del senso di giustizia, l’anima della pace e della convivenza, partendo dall’esperienza quotidiana dell’occupazione e dell'oppressione: questo è quanto ho constatato attraversando l’Italia con il libro sottobraccio.

Per scuotere la polvere dai nostri abiti, per alzare il capo e uscire dai nostri quartieri, dobbiamo creare tantissimi santi Tommaso, prima che il “laboratorio Palestina” faccia scuola: l’uso strumentale in politica della paura del diverso basata su codici razziali, culturali o religiosi, l’ossessione della sicurezza come fattore di regolamentazione sociale o di restrizione alla libertà, la subumanizzazione del “nemico” nel discorso scolastico, sociale e politico, la giustificazione dell’uso sistematico della violenza per mantenere livelli di benessere straordinariamente superiori a quelli del vicino, lo sviluppo di un’economia del conflitto e dell’emergenza che impoverisce ed isola gli uni per arricchire gli altri; lo sviluppo di norme che condizionano la vita di centinaia di migliaia di persone, reprimendone il diritto alla mobilità, allo studio, al lavoro, all’impresa economica, alla famiglia, alla residenza. Tutto questo è parte intrinseca del costrutto sociale e giuridico che regolamenta la vita di migliaia di persone in Israele e nei Territori occupati e materia di esperienza quotidiana di diverse generazioni: pensiamo al successo delle tecnologie della sicurezza, punta di diamante dell'industria israeliana, che hanno però trasformato intere città palestinesi in bacini di sottoproletari a basso costo; o a quello della costruzione di intere città di qualità in Cisgiordania, edificate con manodopera araba, ma proibite agli arabi.

Eppure, se avessi omesso i riferimenti toponomastici ed i nomi propri, non avremmo potuto immaginare che tutto questo succede già in Italia o potrebbe succedervi presto? L’implosione della questione israelo-palestinese e le derive politiche e sociali interne stanno facendo scuola, e se Israele si può permettere di ignorare il diritto internazionale e mettere sotto assedio un milione e mezzo di persone (gli abitanti della Striscia), perché non dovremmo usare la mano pesante noi con gli albanesi o i sub-sahariani? La cultura dell’impunità e della violenza su cui si è costruito il dramma palestinese aprirà molte  porte nuove, e riserverà moltre amare sorprese a chi pensava che la Palestina fosse lontana, e che fosse sufficiente ignorare vittime e oppressori di una contesa che non ci riguarda.

Scrivere questo libro è stato per me un atto di amore verso la Palestina e verso il mio paese natale, l’Italia. Molti commentatori o esponenti pubblici nostrani chiedono o si compiacciono della rinascita del paese. Ogni volta che ascolto queste dichiarazioni, cerco di intuire come costoro si atteggiano nei confronti del dramma di Palestina: è come una cartina di tornasole, per capire se mi posso fidare. Ognuno ha le proprie cartine di tornasole, questa è la mia, e me ne scuso. Forse, se mi richiedessero una volta ancora perché ho scritto Muri, lacrime e za’tar, non direi più: “Per dare voce alla sofferenza della terra di Palestina e a quegli arabi ed ebrei che ne pagano le conseguenze”, ma risponderei: “Per contribuire a risvegliare lo spirito critico ed il senso di giustizia. Dovunque siamo. Senza dimenticarci di chi paga più di tutti, o per tutti”.

Come quelli di Gaza. Ora che il libro è giunto alla seconda edizione, vorrei dedicarlo alle vittime materiali e morali dell’ultima guerra. A quel padre di cui non conosco il nome, che rimasto senz’acqua in un edificio circondato dai soldati durante tre giorni con i due bimbi, ne appagava la sete con la propria urina. A Mahmoud, che celato tra i ruderi della sua casa per una settimana davanti ai tank stazionati nella periferia di Gaza City, esce per vedere se qualcuno è sopravvissuto nella casa vicina squarciata dai cannoni, e trova a fianco dei corpi senza vita di una madre e di un fratello una dodicenne ancora viva. La carica sulle spalle e correndo all’impazzata la porta fino al consolato ucraino. Aveva un passaporto ucraino, e sicuramente era rientrata con la famiglia a Gaza tra la prima e le seconda Intifādha sognando terra e libertà come molti fecero all’epoca. Ma il destino non avvisa prima da che parte virerà il corso degli eventi; Dio neppure, pare. A Nomika, che da Sderot aveva dichiarato : “Il bagno di sangue di Gaza non è stato fatto a mio nome, né in nome della mia sicurezza”. Lei non ha portato i figli ad assistere ai bombardamenti alla frontiera come si portano alle giostre. Con Another Voice for Sderot , vuole liberare la sua gente dall’ebrezza della guerra e dell’odio. Quell’ebbrezza che portava il colonnello Yoav, pilota dell’operazione “Piombo fuso”, a dichiarare: “Avremmo dovuto essere più duri. Dresda! Dresda!”.

Ma quando un uomo brutalizza un altro uomo, brutalizza se stesso. Non puoi praticare la violenza a grande scala contro un popolo senza che la tua anima ne venga irrimediabilmente sfregiata. L’intellettuale di Haifa Emil Habibi diceva che non vi è altro popolo che capisca meglio gli ebrei dei palestinesi. Anch’io lo credo: per questo ho voluto raccontare storie vissute dentro un conflitto dove solo l’umanità potrà riscattare i due popoli, oppressori e vittime condannati a coesistere, e imbavagliare i cantori dell’odio e dell’ingiustizia. La funzione della letteratura è anche questa: denunciare soprusi, alimentare speranze, risvegliare coscienze.

Gianluca Solera
(06/06/2009)

La Palestina non è lontana  | Gianluca Solera(1) Nuova Dimensione , che ha pubblicato Muri, lacrime e za’tar , è una sigla collegata ad Ediciclo .


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