“Il tesoro delle parole morte”, di Brizio Montinaro. | Federica Araco
“Il tesoro delle parole morte”, di Brizio Montinaro. Stampa
Federica Araco   
“Il tesoro delle parole morte”, di Brizio Montinaro. | Federica AracoAttore teatrale, scrittore e studioso, Brizio Montinaro dagli anni Settanta svolge importanti ricerche sulla cultura popolare del Salento. I suoi approfondimenti sul campo e i numerosi studi costituiscono un importante riferimento per comprendere la complessità e la ricchezza di questo territorio.

Originario di Calimera, nella Grecìa salentina, Montinaro è un conoscitore appassionato della lingua grica introdotta dai coloni greci che migrarono in Terra d’Otranto tra l’VIII e il IX secolo. Il tesoro delle parole morte. La poesia greca nel Salento (Argo, Lecce 2009) è dedicato a questo antico idioma.

Abbiamo incontrato l’autore in occasione della presentazione del libro, avvenuta all’interno dello spazio culturale “All’ombra del Barocco” presso la libreria Liberrima di Lecce.

“A Calimera nel 1962 e ‘63 lavorai duramente alla realizzazione di un’enorme raccolta di testi in grico quando, ancora liceale, ebbi l’onore di affiancare le ricerche del glottologo greco Anastasios Karanastasis”, esordisce. “Avevo il compito di accompagnare il professore nelle case degli anziani del mio paese. Nessuno, allora, si occupava della lingua grica, considerata la lingua dei “cafoni”, dei contadini. E i più “cafoni” erano proprio i primi a sforzarsi di parlare in un italiano stentato e sgrammaticato piuttosto che continuare ad esprimersi correttamente nella lingua materna. Ogni riferimento alla cultura popolare, contadina era considerato con disprezzo da coloro che desideravano sopra ogni altra cosa riuscire ad affrancarsi da quel modello socio-culturale”, spiega. Le registrazioni che Montinaro effettuò in quegli anni nelle campagne salentine, poi confluite nell’antologia “Musiche e canti popolari del Salento”, (voll.1, 2, Albatros 1977-78), costituiscono tuttora una fonte inesauribile per i numerosi gruppi musicali che intendono proporre un repertorio ispirato al folk revival locale.

L’amore per la propria terra, un’approfondita conoscenza delle complesse dinamiche antropologiche e socio-culturali che la caratterizzano, oltre ad una consolidata competenza in materia linguistica (l’autore parla correntemente il grico e il neogreco) sono alcuni dei tratti più significativi di questo lavoro.

“Le parole morte alle quali faccio riferimento nel titolo del libro sono quelle del grico, lingua ormai quasi scomparsa. Il mio intento è quello di raccontarne i lemmi, i termini e le sfumature linguistiche a coloro che non li conoscono, ma anche a chi li utilizza parlando tuttora la lingua, senza però averne una conoscenza approfondita. Il tesoro di cui parlo è ormai finito, sottoposto ad una profonda, incessante trasformazione che lo vede confluire inesorabilmente in un’altra lingua, in un’altra cultura: quella italiana”. Dall’XVI secolo, l’idioma, con il progressivo processo di latinizzazione, sia linguistico che culturale, cadde lentamente in disuso e con esso andò disperdendosi l’identità greca di un intero popolo. Le profonde trasformazioni socio-culturali della modernità, le massicce emigrazioni della fine dell’Ottocento e degli anni ‘50 e ‘60 del Novecento, il graduale abbandono da parte dei parlanti della loro lingua materna hanno contribuito ulteriormente ad accelerare questo processo. Le tradizionali tecniche di trasmissione orale sono da tempo inusuali e la flebile memoria degli anziani è ormai l’unica depositaria di questo antico tesoro.

La prima parte del testo sviluppa una riflessione sulla lingua grica sotto il profilo dell’analisi grammaticale e fonetica del suo vocabolario, arricchita da una puntuale contestualizzazione storico-culturale volta a chiarirne origini e processi evolutivi.
“A 15 anni dalla pubblicazione di Canti di pianto e d’amore dell’antico Salento , (antologia poetica della tradizione orale in lingua grica, ndr), ho sentito la necessità di continuare il discorso, disponendo ancora di moltissimo materiale raccolto nel corso degli anni”, spiega Montinaro.

“Al momento dell’unificazione nazionale, su 28 milioni di persone, solamente 600.000 erano in grado di esprimersi in italiano. Tutti gli altri parlavano i numerosi dialetti presenti nella penisola, la maggior parte dei quali dotati di una ricchissima tradizione orale, ma non letteraria a causa della scarsa alfabetizzazione”, riferisce l’autore. E prosegue: “La tradizione grica si inserisce in questo contesto di trasmissione orale. Contrariamente a quanto si pensa, nel Salento non disponiamo di un repertorio di canzoni popolari particolarmente significativo: si tratta essenzialmente di poesie veicolate attraverso ritmi musicali, come presso i grandi lirici greci. Disponiamo di numerosi testi poetici composti in ottave di endecasillabi e recitati su “arie” melodiche che dovevano agevolarne la memorizzazione. Ne sono esempio le note “arie gallipoline” e quella dei “trainieri”, i carrettieri. Lo stesso ritmo musicale accoglie infiniti testi, principalmente d’argomento amoroso”.

Uno dei temi principali nella poesia d’amore in grico è rappresentato dalla descrizione della donna amata: bianca, prova della sua illibata operosità domestica, la cui bellezza imperitura, inafferrabile, è per l’innamorato motivo di grande struggimento. Il desiderio di lei induce il giovane a sperare di potersi trasformare in rondine, acqua, vento o rosa purpurea pur di esserle accanto e riuscire a varcare la porta chiusa che la protegge, simbolo divenuto in Grecia un vero e proprio topos letterario.

“Secondo i dati forniti dall’Unesco, ogni anno nel mondo dieci lingue esauriscono il loro corso vitale. Solamente in Europa ci sono cinquanta comunità che rischiano di perdere la propria lingua madre. I greci del Salento sono tra queste. Nel mio lavoro ho tentato di tradurre il grico cercando di rispettarne la forma originaria, per quanto possibile. Esistono, però, parole intraducibili, poiché esprimono un universo concettuale appartenente ad un cultura profondamente diversa. Se una lingua non dispone di termini adeguati per potersi esprimere, deve necessariamente rivolgersi ai vocabolari di altre lingue. Alcuni sostengono che il grico si sia in qualche modo “imbastardito”, accogliendo al suo interno termini provenienti dal latino o dall’italiano. Io credo, piuttosto, che questo sia l’esito naturale di quel processo di modificazione e trasformazione che ogni lingua, come entità vivente, attraversa durante il proprio corso vitale. Quando una lingua non riesce più a comunicare, muore. Questo sta accadendo al grico. Ma prima che vada tutto perduto, dovremmo adoperarci al fine di preservarne la memoria, così da assicurare agli studiosi del futuro una documentazione attendibile di ciò che fu”.

La seconda parte del libro propone una ricca antologia di poesie in grico, brani tratti dalla tradizione popolare greca e alcuni frammenti di autori classici. “L’intento è di ricomporre un mosaico capace di esprimere un clima culturale piuttosto omogeneo, perché derivato da un’unica fonte”, spiega Montinaro.

Ecco un piccolo assaggio:

“Tutte le cose bianche, le rose i gigli,
furono tutte mescolate insieme,
e fecero pasta di cristallo fino,
fecero pasta per formare te”
(Canto di Zollino, Grecìa salentina) .

“O bianca Galatea, perché respingi chi ti ama?
Tu, più bianca che giuncata, più tenera che agnello,
più allegra del vitello, lucente più dell’uva ancora acerba…”
(Teocrito, Idillio XI)



Brizio Montinaro
Il tesoro delle parole morte. La poesia greca del Salento
Argo, Lecce 2009, euro 18, p.272.

Bibliografia dell’autore:
Salento povero (Longo Editore, 1976);
Diario macedone. Con Anghelopolus sul set di Alessandro il Grande (Edizioni il Formichiere, 1980);
Cristoforo Colombo.Diario di bordo (Eri, 1985);
Canti di pianto e d’amore dell’antico Salento (Bompiani, 1994);
San Paolo dei Serpenti. Analisi di una tradizione (Sellerio Editore,1996);
Danzare col ragno , completo di CD audio (Argo, 2007).


Federica Araco
(06/08/2009)




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