Su Adriatica, da Palermo a Lampedusa | Roberto Alajmo
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Roberto Alajmo   
Mondello, primo settembre 2008. Pomeriggio
Su Adriatica, da Palermo a Lampedusa | Roberto AlajmoSiamo nel golfo che conosco meglio di ogni altro posto al mondo. Da qui vedo casa mia. Il viaggio, tecnicamente, per me non è ancora iniziato. Eppure è viaggio anche questo: vedere le cose di ogni giorno con gli occhi delle persone che le vedono per la prima volta. E lasciarsene sorprendere.
È pure curioso questo viaggio che comincia con la contemplazione della propria casa, delle proprie radici. Come dire: Pensaci bene, prima di intraprendere questo viaggio. Pensa a quel che stai per lasciare.
Porto di Palermo, due settembre. Mattina
Mi chiedono se mi sento diverso, in quanto siciliano, rispetto al resto d’Italia. Rispondo sì, e leggo negli occhi dei miei interlocutori subito il fraintendimento. Allora mi affretto a spiegare che non si tratta di una diversità rivendicativa. Non la diversità della Catalogna, o dei paesi Baschi. Non è orgoglio, ma rimorso. La Sicilia è diversa dal resto d’Italia, e nei suoi abitanti migliori si sente persino in colpa, per questa diversità. Perché si tratta di una diversità contagiosa, che col tempo ha infettato il resto del paese. Non tanto una diversità, quindi, ormai. Da quando Leonardo Sciascia aveva preconizzato lo spostamento verso nord dell’ideale linea della palma, la sicilianizzazione del paese ha proceduto speditamente, fino a raggiungere l’arco delle alpi. E ancora forse procede.

Porto di Palermo. Sera
Prima che parta, con Bjorn Larsson (romanziere svedese) abbiamo avuto due giorni di tempo per annusarci. Filippo, il capitano, ci ha destinato nella stessa cabina, seguendo la logica di gestione di Adriatica, ma forse pure un più recondito senso, nell’intento di ottenere la reazione chimica di caratteri diversi. In due giorni si misurano due diversi tipi di riservatezza: scandinava e siciliana. Niente di più diverso. Però è un confronto cordiale, solidale nei confronti della telecamera che ci ruba l’intimità e la spontaneità del comportamento.
Col trascorrere delle ore, la riservatezza si scioglie, si scoprono passioni in comune: Stevenson, naturalmente. L’unica incomprensione riguarda le due escursioni in terraferma: malgrado le discrete insistenze, Larsson non vuole scendere dalla barca. Boccheggia dal caldo, di sicuro. Forse non è abituato ad avere sempre tanta gente attorno, e tanto invasiva, per cui è indotto a cercare la solitudine. Preferisce rimanere su Adriatica, in compagnia del solo equipaggio, a fumare e riflettere. L’incontro fra l’autore del La Vera storia del pirata Long John Silver e Palermo è rinviato, se pure ci sarà mai.

Fra Palermo e Lipari, tre settembre. All’alba
Forse esiste il modo per aggirare le distorsioni della Sicilia, le sue controindicazioni. Per goderne la bellezza più recondita è necessario immergercisi. Ma immergendosi nella Sicilia non si può fare a meno di ravvisare la bruttezza diffusa, il sistematico disprezzo per gli spazi comuni, l’incapacità delle persone anche migliori di fare rete e porre rimedio a queste distorsioni. Viaggiare attraverso la Sicilia significa sporcarsene. E si tratta di uno sporco persistente, di quelli più difficili da trattare.
Allora, la soluzione: non lasciarsene contagiare. Non viaggiare attraverso, ma viaggiare intorno. Circumnavigare. Tenersi alla larga dalla costa, ma non tanto da non scorgere anche il profilo delle montagne dell’interno. Per capire bisogna prendere le distanze. La Sicilia è lì, a meno di un miglio, quasi a portata di mano, ma non abbastanza per esercitare il peggio di sé.

Lipari. Mattina
Lipari possiede una sua esausta bellezza, in questo periodo dell’anno. Appare stremata dal passaggio della piena d’agosto. Ma in questa malinconia preautunnale non perde bellezza, anzi. È una bella donna al risveglio, dopo una notte d’amore. Se davvero è bella, e consapevole di sé, non correrà subito a rifarsi il trucco. Indugerà al tavolo della cucina, sorseggiando il caffè, in modo che il suo uomo possa guardarla bene ora. La accetti per com’è: una bella donna, e ancora più bella perché adesso anche vera.
Nella tradizione, quando si sente la necessità di identificare ogni tappa del viaggio di Ulisse nel Mediterraneo, alla Sicilia viene attribuita quella del nono canto, il canto di Polifemo. Ma più che terra di Ciclopi, giganteschi e brutalmente ottusi, questa pare piuttosto l’isola di Circe, la maga che esercita sui viaggiatori il suo fascino vincolante. È Circe, non Polifemo, il simbolo di questa terra di incantesimi. Incantesimi maligni, spesso. Ma incantesimi.
A Lipari, di Circi ne troviamo addirittura due: entrambe straniere che hanno scelto di venire a vivere su quest’isola. Una, Loredana, fa la pittrice: e si capisce che far conoscere al mondo il proprio talento partendo da questa condizione isolana sia per lei un tentativo disperato. Lipari le sta stretta. È come se l’incantesimo di Circe si fosse ritorto su di lei, rendendola prigioniera a sua volta.
L’altra Circe di Lipari è Silvia, che è nata a Siena, terra di perfezione conclusa. Già suo padre, arrivato a un certo punto dell’esistenza, aveva deciso che ne aveva abbastanza di civiltà, ed era tornato a vivere qui, decidendo programmaticamente di non indossare mai più un paio di scarpe. E davvero, camminò scalzo finché ebbe vita. Anche sua figlia, un giorno ha deciso che la sua esistenza l’avrebbe spesa qui. Dice: a Siena era tutto perfetto, tutto già realizzato, e realizzato già dal rinascimento, cosa avrei potuto fare lì? A Canneto di Lipari ha realizzato un minuscolo albergo bellissimo, Casajanca. E prima ancora, si è battuta per la realizzazione di un consultorio. Era una battaglia che a Siena aveva già combattuto negli anni settanta, e combatterla di nuovo a Lipari è stato come perdere di botto vent’anni.

Fra Lipari e Messina. Pomeriggio
Adriatica attraversa la rotta di un branco di delfini. In due si staccano, tornano indietro e giocano a prua, saltando e gareggiando. Sono trenta secondi in cui anche i più professionali membri dell’equipaggio si entusiasmano come ragazzini, costituendosi al rapporto infantile che da sempre lega l’uomo ai delfini.
Il gioco dei due esemplari dura non più di trenta secondi, ma sono trenta secondi di felicità purissima, proprio infantile. Poi uno dei due si stacca, sembra dire: Basta scherzare, dài, torniamo al branco altrimenti restiamo indietro. L’altro indugia qualche secondo in più, pare quasi di avvertirne il rammarico. Si concede un altro salto. E sparisce pure lui.

Stretto di Messina. Al crepuscolo
L’attraversamento dello stretto è un’esperienza quasi mistica. Ci si prepara in silenzio. Alcuni a bordo si vanno persino a cambiare, come per una occasione particolare. In silenzio si aspetta di passare capo Peloro per immergersi nel flusso della storia. Passando fra Scilla e Cariddi si ripete l’esperienza di milioni e milioni di imbarcazioni prima di noi, ed è come un rito. Si scorge subito una linea di mare che appare diverso . Quasi un confine da passare. Il mare, che si è mantenuto calmo per tutta la giornata e ancora è calmo cinquanta metri più in là, qui si spezza. Le onde si alzano e si frangono come se ci fossero degli scogli affioranti, si formano piccoli gorghi che subito spariscono: garofoli , li chiamano da queste parti. Ma è una agitazione enigmatica, perché non è facile riconoscere il senso della corrente. Sono piuttosto due correnti che vengono a scontrarsi proprio qui. È come se il mare, nella confusione dello scontro, avesse smarrito il suo senso di marcia. A bordo, per tutto il tempo del passaggio, nessuno apre bocca. Alla fine, quasi con sorpresa, si può dire che non sia successo niente. Non siamo stati inghiottiti dai vortici, né sbattuti sulla costa. Non ci siamo nemmeno andati vicino, eppure l’esperienza rimane dentro. Abbiamo molto semplicemente attraversato il mito.

Costeggiando il litorale ionico della Calabria, quattro settembre. All’alba
Ho passato i primi tre giorni di questo viaggio su Adriatica a interrogarmi su cosa ci fosse di diverso. Nella compagnia, proprio. Alla fine sono riuscito a capirlo: manca lo stronzo. In ogni situazione c’è sempre uno stronzo. Uno antipatico, che non riesce a fare gruppo. È un elemento drammatico essenziale in ogni compagnia viaggiante, che serve a fare emergere le dinamiche narrative. Lo stronzo risulta tanto più prevedibile durante un viaggio in barca, dove gli spazi sono ridotti e il peggio di ciascuno tende a emergere. Qui, no: su una decina di persone incontrate a bordo pare non ci sia nessuno stronzo. Nessuno che se la tiri, o che faccia i capricci. Nessuno che imponga le proprie fisime agli altri. Nessuno che il capitano sia costretto a rimettere al suo posto. Davvero strano. Tanto che stamattina, appena sveglio, il dubbio mi è venuto: che lo stronzo della situazione fossi io.

Al largo della Calabria. Mattina

Oggi è giorno di navigazione, in direzione di Leuca. Molto mare, mare calmo. Promette di essere una giornata di noia, di quelle che uno scrittore dovrebbe devotamente coltivare, in cui ogni microevento assume un valore. Il volo prolungato di un pesce volante, una medusa un po’ più grande del solito, l’arrivo dei pasti preparati sontuosamente con minimi ingredienti, da Marco e Mattia. A un certo punto appare pure un delfino dall’andamento lento, forse anziano. Sente la nostra barca e devia dalla sua rotta per venirci dietro, ma senza affrettarsi. Rimane in scia per qualche minuto e poi ci perdiamo. Anche lui forse aveva voglia di annoiarsi un po’.

Golfo di Taranto. Sera

La noia possiede almeno una qualità in comune con la corsa o il nuoto: passata la prima fase, salito il primo gradino, provoca un benessere diffuso. Produce endorfine positive. Si acuiscono i sensi, si trae il massimo profitto da ogni sollecitazione. L’evento del giorno è la pesca dell’aguglia imperiale, che costituirà la nostra fonte di alimentazione per almeno un paio di giorni.
Quando al tramonto si cala la lenza a traino, presto la si dimentica, concentrandosi su altre piccole incombenze di bordo. Poi improvvisamente la canna si piega e comincia a ronzare: è allora che il tempo accelera all’improvviso. Mattia va a tirare il mulinello un po’ alla volta, lasciando che il pesce si sfianchi nel tentativo di liberarsi. A bordo si fanno illazioni sulla stazza della preda. Alla fine risulterà essere un’aguglia imperiale sui dodici chili. Una bestia che si batte finché può, ma viene finita nel pozzetto di Adriatica con un coltello, con grande effusione di sangue, a sua volta spazzato via a forza di secchi d’acqua di mare.
È una scena piuttosto cruenta, arcaica e cruenta, di quelle che sarebbero piaciute ad Hemingway, e ad altri farebbero venir voglia di diventare vegetariani.

Porto di Leuca, cinque settembre. Nel cuore della notte

Su Adriatica, da Palermo a Lampedusa | Roberto AlajmoArriviamo in Puglia, e torna quel silenzio a bordo che segna le tappe fondanti. Le operazioni di attracco sono accompagnate dalla musica di un concerto di pizzica, poco lontano. Il primo brano è bello e coinvolgente, fa venire voglia di ballare. Poi il secondo pezzo è uguale al primo, il terzo al secondo, e così via, per cui l’entusiasmo un po’ tende a sfumare, tanto da far rientrare a pieno titolo il genere nella categoria bello purché breve, assieme ai dervisci rotanti, all’opra dei pupi e a molte altre espressioni dell’anima popolare.
Sale su Adriatica Francesco, che sente il bisogno quasi di scusarsi: spiega che pizzica e taranta, la musica che negli ultimi anni è passata a simboleggiare il folklore del Salento e di tutte le Puglie, sono una reinvenzione abbastanza recente, basata su una tradizione irrilevante fino a pochi anni fa. A un certo punto, tutti si sono scoperti cultori delle proprie radici popolari, almeno danzatori dilettanti, se non esecutori di pizzica e taranta. Gli assessorati alla cultura erogano, e gli artisti si adeguano. Quella che tecnicamente si definisce l’invenzione della tradizione.

Porto di Leuca. All’alba
Il silenzio in barca, come pure la noia, possiede una qualità speciale. Una grana più raffinata del silenzio di terraferma. C’è il silenzio del capitano, che magari sta pensando ai banalissimi cazzi suoi, ma che per autorevolezza viene accreditato dei pensieri più profondi.
Il silenzio assume consistenza quando viene spezzato da piccoli suoni ricorrenti. Lo schiocco della vela che anche solo per un attimo smette di prendere vento alla perfezione. Il battere metallico delle drizze sull’albero. E poi il silenzio della notte, propiziatorio del sonno, valorizzato al massimo dal rumore più conciliante del mondo: il cigolio delle cime di ormeggio che si tendono e si allentano a seconda del moto ondoso.

Leuca, Bar del Porto. Sera
Si sono invertiti i poli dell’interesse, a quanto pare. Prima mi succedeva di godermi una traversata in funzione dell’approdo. M’importava sbarcare e scoprire la terraferma. La traversata era l’elastico della fionda che veniva teso, ma importante era lo scoccare terrestre. Era la terra che dava un senso a tutto il mare che veniva attraversato. Adesso scopro che mi succede il contrario. Già ieri notte sono sceso da Adriatica con il mio tempo, senza la solita fretta di sentire qualcosa di stabile sotto i piedi. Ora ne sono sicuro: sto aspettando di riprendere il mare. Qui sono tutti estremamente cordiali e accoglienti, ma mi sento fuori posto, e mi accorgo che anche per l’equipaggio è così. Ho voglia di tornare in barca. Voglia di ripartire.

Golfo di Taranto, sei settembre. mattina
L’elastico ha ripreso a tendersi, la noia fertile della traversata a farsi sentire. Certo, sono sbarcate Antonella e Stefania, e adesso a bordo ci sono solo maschi. Si scherza, su questo, ma l’assenza di una componente femminile viene avvertita da tutti. Un paio di noi hanno smesso di farsi la barba, per esempio. E scherzi a parte, tende ad affiorare una malinconia molto più maschile. Nel microcosmo della barca, le due ragazze rappresentavano un perno immobile su cui inavvertitamente ruotavano parecchie dinamiche.
Tutto questo per dire che ci sentiamo un po’ più soli.

Golfo di Squillace, pomeriggio
Mi rendo conto di aver trascurato, finora, uno degli argomenti centrali di ogni diario di bordo che si rispetti: il vento. Le condizioni del vento sarebbero un ottimo argomento di conversazione, se vento ce ne fosse sul serio. Il fatto è che da Palermo fin qui, di vento ne abbiamo trovato pochissimo. Abbiamo navigato a motore per la maggior parte del tempo, e questo ha certo tolto molta poesia alla navigazione su Adriatica.
Giornalisticamente parlando, anche questa notarella sarebbe fuori luogo, visto che la bonaccia non costituisce notizia. Oggi non è successo niente non è mai un buon modo per agganciare l’attenzione di chi legge. Eppure, tutto assume un significato. Silenzio e bonaccia sono la parafrasi marina del più famoso rumore della foresta che cresce: per chi lo sa ascoltare, è più fragoroso del singolo albero che viene abbattuto.

Al largo della costa ionica della Sicilia, sette settembre. Mattina

Rileggo quel che ho scritto l’altroieri sera e devo resistere all’impulso di cancellarlo. La storia dell’elastico, l’elogio della traversata fine a se stessa: tutte stronzate. Il fatto è che stamattina si è levato un leggero vento traverso e abbiamo alzato le vele. Solo che assieme al vento e alle vele si è alzato anche il mare, e il rollio di Adriatica ha tolto molto fascino alla fertile noia della traversata. Ritiro senz’altro tutto quel che ho detto di male sulla terraferma.
A star male, praticamente da quando è salito a bordo, è soprattutto Matteo, lo sceneggiatore, che si è ritirato in cabina come si dice facciano gatti e capi indiani quando sentono che è arrivato il momento di morire, perché la propria agonia non diventi uno spettacolo pubblico. Morire in disparte è tutto ciò che si chiede quando il mal di mare ti prende.
Anche perché la nausea e il vomito fanno parte di quel genere di infermità che provocano spesso un discreto buonumore in chi le osserva dall’esterno. La cecità suscita commiserazione, la sordità invece, non si capisce perché, ironia. Il mal di mare pure: sebbene l’equipaggio di Adriatica sia troppo civile per lasciar trasparire anche la semplice commiserazione.

Porto Palo di capo Passero. Sera
È una sosta voluttuaria, una concessione che ci facciamo calcolando di arrivare così a Malta con la luce, domani mattina. Io per primo mi rendo conto che questo posto ha acquisito una fama un po’ sinistra, dopo le rivelazioni del bellissimo e dolorosissimo libro di Giovanni Maria Bellu, I fantasmi di Porto Palo.
Breve riassunto: un naufragio, la notte di natale del ’96, quasi trecento morti, e nessuno disposto ad ammettere la loro esistenza. Per i parenti nessuna notizia, né buona, né cattiva: trecento figli semplicemente spariti. Gli unici a poterne sospettare qualcosa erano i pescatori di qui, che per il gioco delle correnti cominciarono a trovarsi ogni giorno un cadavere fra le reti. E lo ributtavano in mare. Una ubrys, per i marinai di ogni latitudine. Circolando per le strade del centro abitato, parlando con la gente del porto, il peso morale di questa ubrys si avverte e ricade sull’intera comunità. Un signore ci spiega come secondo lui stanno le cose partendo da posizioni apertamente razziste e facendo un giro a 360 gradi di tutte le opinioni plausibili, più molte anche implausibili. Una settantina di migranti sono sbarcati proprio ieri e proprio qui, gente che il nostro interlocutore descrive con una gamma di sentimenti che vanno dal disprezzo alla pietà. Mischini, dice a un certo punto, con l’intercalare di commiserazione che i siciliani preservano direttamente dall’arabo.
Malgrado tutto, però, bisogna sforzarsi di capire anche lo smarrimento etico di questa gente. I pescatori ributtavano in mare i cadaveri nel timore di un fermo giudiziario dell’imbarcazione, con susseguente perdita di giorni e giorni di lavoro. Questo non giustifica la ubrys, ma la rende comprensibile. È umano, il loro comportamento, e come tale si può capire. Giustificare, mai: ma capire sì. Se non si capisce un ragionamento del genere non si può nemmeno cercare di disinnescarlo. Ed è il ragionamento di tutti i siciliani che si trovano di fronte un sistema monolitico di regole che non capiscono e da cui si sentono schiacciati. La reazione appare disumana, e consiste nel ributtare in mare il corpo di una persona: qualcosa che per millenni è stata considerata contraria a ogni regola morale. Il caso dei pescatori di Porto Palo è a suo modo esemplare di tutta la Sicilia di questi anni, dilaniata fra il passato remoto e un futuro precoce. Fra una mentalità arcaica e un nuovo sistema di regole e modelli culturali inconsulti. Da qui deriva l’impazzimento della buona gente. Da qui, la ubrys di un intero popolo che fino ad ieri aveva dato prova di grande spirito d’accoglienza.

Verso Malta, otto settembre. Mattina
Intorno a mezzogiorno finalmente arriva un vento sufficiente a veleggiare senza restare in balia delle onde. E cambia tutto. Adriatica diventa un fuso che taglia il mare, contagiando di orgoglio tutto l’equipaggio, che finora aveva viaggiato a scartamento ridotto. Dopo tanto motore, il silenzio della vela risulta magnifico persino alle mie orecchie di agnostico marino.

Porto di Malta. Pomeriggio
Magnifico è pure l’arrivo al Porto di Malta, quasi un canale che penetra fin dentro il cuore della città. Il porto che vezzosamente viene chiamato piccolo possiede viceversa una monumentalità che sorprende, con le massicce fortificazioni che si annodano su se stesse, concentriche, difficili da decifrare, prima ancora che da espugnare.
Sorprende soprattutto la perfetta bipartizione urbanistica ed edilizia, sulle due sponde del porto. A sinistra, la rocca della Valletta, con le sue chiese, la pietra gialla chiara, la storia. A dritta, invece, lo scatenamento dei quartieri moderni, palazzi e palazzoni senza identità, e con un boschetto di gru a indicare che ancora non s’è finito di costruire.
In questa perfetta bipartizione si misura la sospensione temporale di quest’isola, fra passato e futuro. E apparentemente senza che passato e futuro interagiscano fra loro.

Malta. Sera
Siamo capitati nel giorno di festa, al quartiere di Senglea. Balconi impavesati di giallo e rosso, botti sparati in aria fin dal pomeriggio. L’otto settembre qui è una triplice festa. Si celebra la natività di Maria, si ricorda la fine della seconda guerra mondiale e ancor prima la fine dell’assedio turco, nel cinquecento. Secondo e terzo evento vengono naturalmente ascritti alla benevolenza della Madonna bambina.
Girare stasera per le strade di Malta, per un siciliano è leggermente spiazzante. Riconosco il calore delle feste popolari, ma è come se qualche dettaglio restasse fuori posto. Gli abitanti indossano i vestiti della festa, i giovani si sono messi in tiro: questa è serata di seduzione. Esattamente come succederebbe in occasione della festa di qualche santo patrono, nel sud d’Italia. E allo stesso tempo è come se, ai miei occhi, nella ricostruzione di una festa popolare, il regista abbia tralasciato un dettaglio fondamentale.
A ritrovarsi qui senza la memoria del viaggio compiuto, sarebbe difficile stabilire se ci troviamo nel mondo arabo, o in un paese balcanico, o in una delle colonie storiche albanesi di Sicilia o di Calabria. Se però si accosta l’orecchio fino a intercettare qualche conversazione, lo spiazzamento trova la sua consistenza, perché i maltesi parlano una lingua a sé stante. Mixiata, come dice un signore appositamente interpellato. Ci sono elementi che evocano il dialetto siciliano, ma l’impasto linguistico è prevalentemente arabo. Inoltre, tanto per rendere più inestricabile la complessità identitaria maltese, i cartelli stradali sono in inglese, il volante delle automobili si trova sulla destra e persino le cabine telefoniche sono rosse, come ormai neanche a Londra. La cucina stessa è una mescolanza di specialità che spaziano dalla pasta al porridge. E i ristoranti si pregiano di offrire del burro da spalmare sul pane, un vezzo che a questa latitudine suona abbastanza bizzarro.
A dirla tutta, questo spiazzamento è pure un po’ inquietante, almeno per me. Mi sento a casa, ma è come se i miei parenti avessero cominciato da un giorno all’altro a parlare una lingua che non conosco. Dev’essere così la mattina in cui ti svegli e scopri di avere avuto un ictus.

La Valletta, nove settembre. Mattina
Sono cinque i quadri che Caravaggio dipinse su quest’isola, prima di essere costretto a fuggire anche da qui. Un paio sono a Palazzo Pitti, uno al Louvre, ma due sono rimasti e si trovano nell’oratorio della co-cattedrale di Saint John. C’è un San Girolamo spettrale, e c’è soprattutto la decapitazione di San Giovanni, la sua tela più grande, la cui eccentricità non dev’essere stata estranea al precipitare delle fortune di Caravaggio presso i cavalieri di San Giovanni, che erano i suoi committenti.
Non è tanto il tratto pittorico in sé, che colpisce. E in parte nemmeno la dazione della luce, così famosa quando si tratta di Caravaggio. Qui a fare scandalo è la distribuzione degli spazi. La scena della decapitazione è relegata a occupare quasi solo un terzo dell’immensa tela: in basso a sinistra. Il resto è tutto un’ombra, da cui a stento emergono gli sguardi morbosi di due prigionieri che osservano l’esecuzione. Ancora oggi, a guardare questa disposizione si rimane sconcertati. Ma forse la banalità crudele del gesto di uccidere un uomo emerge con tanta evidenza proprio per contrasto col buio retrostante. Uccidere un uomo, e per futili motivi, è esattamente quel che succede. Non è un santo, la vittima. Niente aureola, niente di estatico: un uomo. Potrebbe essere l’illustrazione di una campagna contro la pena di morte.

La Valletta. Pomeriggio
Incontro all’Istituto italiano di cultura. Parlandone, anche in maniera informale, emerge meglio la peculiarità linguistica di questa gente. Ai maltesi non piace sentir dire che la loro parlata somiglia all’arabo. Dicono che è una lingua semitica, il che suona di gran lunga più raffinato. Gli esperti sostengono che comunque somiglia parecchio all’arabo che si parla in Libano, e questo spiega l’essenza prismatica della cultura maltese. Come i Fenici, antichi abitatori del Libano, i Maltesi intercettano le diverse culture con cui vengono a contatto e le fanno proprie fino al punto di non sentire il bisogno di sviluppare un’arte propria. Non sono anglosassoni, né arabi, né latini: ma tutte e tre cose assieme. Possono eventualmente rinnegare una componente della loro personalità, ma la sostanza cambia poco.
Anche il simbolo dell’isola è significativo, in questo senso. La croce a otto punte rappresenta le otto lingue parlate a Malta. Una mescolanza che è rimasta come tratto caratteriale assoluto. Probabilmente è il maltese la lingua da studiare volendo immaginare qualcosa di più a proposito del misterioso Sabir.
Sabir è la lingua franca che veniva parlata nei porti del Mediterraneo. Una lingua comune, utilitaria, sedimentata poco alla volta. Parlavano sabir i mercanti con gli armatori, i marinai con gli ormeggiatori, i pescatori fra di loro. Era una lingua composita, una sorta di esperanto empiricamente realizzato prendendo in prestito termini provenienti da tutti i vocabolari del Mediterraneo: francese, italiano, spagnolo, greco, arabo ed ebraico. L’importante era riuscire a capirsi.
Questa lingua franca è stata utilizzata in tutti i porti del Mare Nostrum fino al settecento, fin quando è stata soppiantata prima brevemente dal francese e poi stabilmente dall’inglese. Il problema è che adesso nessuno sa esattamente com’era questa lingua perché non esistono testimonianze scritte. Non c’era motivo di scrivere il sabir. Lo cita di sfuggita Moliere in una sua opera, e poi basta, completamente cancellato. Il sabir era una lingua parlata, che si è parlata fin quando è servito. Dopodiché è scomparsa senza lasciare traccia. E dio solo sa quanto oggi una lingua comune sarebbe utile per capirsi, da una sponda all’altra del Mediterraneo. Le lingue morte, purtroppo, non possono risuscitare.
In pratica il sabir è l’equivalente linguistico di Atlantide. Forse in questo senso il maltese, parlato com’è da meno di mezzo milione di persone, rappresenta un reperto archeologico. Una civiltà scomparsa che affiora sotto il pelo dell’acqua.

M’dina, dieci settembre. Mattina
C’è stato un tempo in cui Malta voltava le spalle al mare, quando l’antica capitale di fondazione araba era collocata saldamente nell’interno dell’isola. Poi, lo spostamento delle funzioni amministrative alla Valletta è stato metaforicamente come mettersi alle spalle la componente islamica della propria identità, considerata un insopportabile retaggio del passato. Questo rifiuto si riconosce nello zelo religioso ostentato dalla popolazione, da quanto ancora oggi sia radicata l’avversione per il nemico di là dal mare.
A partire da quel momento M’dina è stata progressivamente relegata al ruolo di museo di sé stessa. La pietra chiara che alla Valletta è gialla qui diventa quasi rosa, e appare usurata solo dal tempo, non dall’uomo. L’uomo ha lasciato questa città al suo destino dopo averla ricostruita per puntiglio, in seguito al terremoto del 1693. Ricostruita e abbandonata come un parente all’ospizio, solo per salvare le apparenze di famiglia. Ricostruita secondo la pianta urbanistica medievale, ma secondo modalità architettoniche tardo barocche. Dopodiché, il tutto è stato imbalsamato e tramandato ad uso dei turisti: le uniche forme di vita locale sono le botteghe di souvenir e i caffè che si sforzano di trattenere il turista di passo. In ogni caso, più che nella moderna Valletta, è qui che sarebbe più suggestivo immaginare una storia di Corto Maltese.

Attraversando l’isola. Pomeriggio
Lo spiazzamento iniziale creato dall’impatto linguistico resta confermato muovendosi all’interno dell’isola, nei brevi tratti di campagna che si possono rintracciare fra un centro abitato e l’altro. È sempre casa mia, persino i nomi sulle insegne dei negozi mi sono familiari: ma è come se qualcuno mentre non c’ero avesse spostato tutti i mobili, fino a rendere irriconoscibili le diverse stanze. I muretti a secco scandiscono il paesaggio, ma sono costruiti secondo una tecnica diversa da quella della Sicilia sud-orientale. E anche la pietra è diversa da quella scura che è tipica delle isole minori di Sicilia. Le piccole barche da pesca hanno gli stessi colori, ma una forma leggermente diversa, con la prua più eretta, e un paio di occhi che qui vengono considerati di buona fortuna, diretti discendenti di quelli che adornavano la prua delle navi fenicie.
Perfino l’ulivo, la pianta che più di ogni altra accomuna le sponde del Mediterraneo, qui è diverso da quello basso e tortuoso che cresce in Sicilia. Qui evidentemente non li potano, e sono liberi di crescere in altezza. Sono ulivi slanciati, come se ne vedono in Grecia.
Uguale e diversa, vicina e a sé stante: questa è Malta come appare al viaggiatore che le si accosti per la prima volta, proveniente da un mondo uguale e diverso, vicino e a sé stante.

Verso Lampedusa. 11 settembre. Mattina
Su Adriatica, da Palermo a Lampedusa | Roberto AlajmoPoco dopo l’alba usciamo dal porto e ci infiliamo fra Gozo e Comino per un bagno di prima mattina, che costituisce pure il nostro commiato da Malta. Poi filiamo verso Lampedusa, dove pensiamo di arrivare in serata.
La mia ultima traversata su Adriatica è l’occasione per azzardare un tardivo dramatis personae, visto che mi sono accorto di aver scritto molto di quel che succedeva intorno, ma poco dei miei compagni di viaggio.
Filippo, il capitano, è persona generosa e alla mano come poche se ne trovano. Fa affidamento sull’autorevolezza del ruolo concedendosi il lusso di stemperarla con molta ironia. In fondo per mantenere l’ordine a bordo non ha bisogno di dimostrare nulla: la differenza che esiste fra autoritarismo e autorevolezza.
Ricardo, il più anziano, è il Secondo di bordo. È argentino e si esprime in uno spagnolo ironicamente enfatico. Cranio e profilo da imperatore romano. Riservato all’apparenza, cameratesco alla sostanza.
Marco e Mattia sono i due membri dell’equipaggio, burberi e benefici. Marco è sardo: e come spesso succede ai sardi, ciò basta a definirlo in termini di ritrosa cordialità. Mattia è ligure e, oltre che un bel vedere per le ragazze, in questi giorni ha rappresentato la nostra speranza di pescare e mangiare qualcosa offerto dal mare.
Vito è il videoperatore, uno svizzero anomalo, sciamannato. Non sembri svizzero, gli dice a un certo punto qualcuno: e vuole essere un rallegramento.
Questi sono rimasti a bordo per tutto il tempo, ho avuto modo di conoscerli meglio. Poi c’è Antonella, la redattrice di Giudizio Universale, sponsor di questo viaggio. E ancora Marina, Stefania, Bijorn, Giuseppe, Matteo, Emilio, Andrea, Paolo, Chiara, Carla. Con ciascuno di loro ho diviso un pezzetto di viaggio, con tutto ciò che in termini di intimità questo può significare. Forse alcuni di loro non li vedrò più, e mi dispiace. Non abbastanza però da rischiare di portarmi dietro, oltre al nome, anche il loro cognome. Il rischio sarebbe di rivederci magari fra anni e fare una di quelle patetiche rimpatriate fra reduci, rinfacciandoci a vicenda i capelli persi e i chili guadagnati. Tanto più grande è la memoria felice, tanto più banale risulta la sua rievocazione esteriore. Invece così ognuno di loro resterà dentro di me come un puro e semplice nome di battesimo, destinato a rimanere giovane se non per sempre, per quella quota di sempre che tocca a ciascuno di noi.

Lampedusa, 12 settembre. Notte fonda

Approdati a Lampedusa, scopriamo che negli ultimi due giorni sono sbarcati circa 650 migranti. I giornali ne hanno parlato a stento, quando ne hanno parlato. Certe notizie sono scomparse anche dalle pagine dei quotidiani, oltre che dalle televisioni. Ha prevalso la tendenza a affrontare i problemi non per risolverli, ma per abrogarli: per decreto, proprio.
Raccontano che di recente a Linosa il cadavere di un uomo è rimasto a sbattere sugli scogli per due giorni. Due giorni: in assenza di un vigile del fuoco, nessuno si è voluto prendere la responsabilità di tirarlo fuori dal mare. Commento degli astanti: speriamo che si alza il maestrale e se lo porta.
Lampedusa. Mattina
Fra le isole siciliane questa è la più evocativa. Evocativa di qualcosa di diverso da sé. In realtà è una gigantesca lastra di marmo pressoché brulla lasciata ad arroventarsi al centro dello stretto di Sicilia. Difficile immaginare che questa terra senz’ombra fino a un paio di secoli fa era fitta di boschi e abitata da animali selvatici, riserva di caccia dei Borboni. Gli alberi di Lampedusa vennero sacrificati alla causa del rinnovamento della real flotta navale. E quando a una latitudine del genere si pratica il disboscamento selvaggio poi è impossibile rimediare. C’è da ricordarsene, quando su quest’isola si va in cerca di scampo dall’ombra. Una specie di memento che in senso lato riguarda l’intero pianeta.
A Lampedusa si viaggia per trovare uno dei mari più belli del Mediterraneo. Per la spiaggia chiara dell’isola dei Conigli, dove le tartarughe quand’è stagione vanno a depositare le loro uova. Poi le uova si schiudono e comincia la corsa delle tartarughine verso il mare. Sono meno di cento metri durante i quali si consuma una disperata lotta per la vita. I gabbiani rappresentano un’insidia alla sopravvivenza stessa della specie. Solo poche tartarughe riusciranno a raggiungere il mare, e anche quelle, dopo che hanno lasciato la spiaggia, saranno in balia dei predatori.
A rileggere il paragrafo precedente si capisce in che senso Lampedusa è un’isola altamente metaforica. Difficile sfuggire al paragone fra la corsa delle tartarughe verso il mare e quella dei migranti che su questa stessa isola arrivano ogni anno a migliaia. Una corsa uguale e contraria: le tartarughe attraversano la terra per arrivare in mare, e gli uomini il mare per arrivare alla terra. Anche in questo secondo caso, solo uno su cento ce la fa. Anche in questo caso la selezione della specie avviene senza misericordia possibile.
Ludovico Ariosto decise di ambientare proprio a Lampedusa lo scontro finale dell’Orlando Furioso: Brandimarte, Orlando e Oliviero contro Agramonte, Gradasso e Sobrino. Tre cristiani contro tre musulmani. Una premonizione, quasi, dello scontro di civiltà che qui si misura quotidianamente. Succede di rado, ma succede che sulle spiagge dell’isola, improvvisamente si materializzi uno di quelli che i giornali definiscono sbarchi. Se succede d’estate è un cortocircuito umano: nel pieno delle vacanze dell’occidente fa irruzione la disperazione del sud del mondo. I due estremi dell’opulenza e della miseria si toccano, sulle coste di Lampedusa.
Uno dei luoghi più evocativi è il cimitero delle barche, perché è l’immagine ideale di quel che resta delle speranze dei poveracci che partono cercando le luci di Parigi e si ritrovano a Lampedusa, vale a dire su un’isola lontana dall’Europa quasi quanto la terra da cui provengono. Se pure qui riuscissero a sbarcare indisturbati non avrebbero risolto nemmeno la centesima parte dei loro problemi. Lampedusa è niente. Lampedusa è uno sputo nell’oceano. Difatti molti di loro, quando scoprono la verità, ci rimangono male: avevano coltivato l’ignoranza o l’illusione di approdare direttamente nel cuore dell’Europa.
Solo di recente si è arrivati a questa forma di smaltimento. Prima le barche dei clandestini rimanevano a lungo in un angolo del porto nuovo. Poi una volta s’è alzata una libecciata che le ha fatte scarrocciare per tutto il porto, e in quell’occasione i danni sono stati parecchi. I lampedusani, che nell’arco di una decina di anni già erano passati dalla solidarietà al risentimento, si sono ribellati. Hanno detto che bisognava bruciarle, piuttosto, con tutto quel che c’era rimasto dentro. Proprio come succedeva ai tempi della peste. Bruciare tutto. Ciò che era appartenuto all’appestato va distrutto col fuoco. È l’unico sistema per non diffondere l’epidemia. I migranti in fondo sono questo: gli appestati degli anni duemila. E dunque, dopo essere arrivati sull’isola, li portano in un lazzaretto chiamato centro di accoglienza, dove vengono tenuti in vita fino al momento del rimpatrio. Ma stando bene attenti che non vengano mai a contatto con la parte sana della popolazione, o peggio ancora coi turisti presenti sull’isola: il cortocircuito umano non deve ripetersi per nessun motivo.
Sui giornali a ogni naufragio corrisponde una serie di numeri: partiti tot, di cui tot donne e tot bambini. Tot di loro risultano disidratati e tot sono morti durante la traversata. Le cifre però dicono poco. Servirebbero dei nomi da dare a questi poveracci. Ecco: quello che colpisce dei drammi che si susseguono nello stretto di Sicilia è l’assenza di nomi. Sui giornali si legge: dieci morti, cinquanta morti, ottantacinque morti, cento morti. E nemmeno un nome. Mai. Non è una questione di mancanza di pietas da parte degli organi di informazione. È proprio che nomi non ce ne sono. Nessuno conosce i nomi degli appestati e nessuno è interessato a conoscerli e diffonderli, neppure gli stessi clandestini, che confidano nell’anonimato per riuscire a cavarsela. I nomi sarebbero troppi, per essere elencati. Senza dire che i nomi sono difficili da pronunciare, in televisione.
Ricapitolando: ci sono le barche che sono un po’ i carri degli appestati. C’è il cimitero. C’è il lazzaretto curato da una confraternita. Ci sono troppi appestati per darsi la pena di attribuire loro un’identità, tanto che finiscono spesso in quella fossa comune che è il tratto di mare compreso fra Lampedusa e la costa africana. E poi ci sono i monatti, i militari della Capitaneria di Porto, che a Lampedusa fanno un mestiere un po’ da sbirri e un po’ da crocerossine. All’occasione hanno l’accortezza di portarsi dietro guanti di lattice e mascherine di garza. E li indossano prima di entrare in contatto fisico coi clandestini. Con le loro divise bianche immacolate sembrano altrettanti chirurghi timorosi del contagio. I monatti della capitaneria fanno quello che possono fare: raccogliere i naufraghi e rifocillarli. Oppure ripescare i corpi finiti in mare. Se le onde restituiscono un cadavere, gli viene risparmiata la fossa comune, come si faceva per gli appestati dei secoli bui. Nel camposanto del paese c’è una zona riservata a loro: tutte tombe senza nome, naturalmente. Ma sono poche, perché a un certo punto hanno smesso di portarli là: erano troppi, e dei morti senza nome non importa a nessuno. I nomi nessuno li conosce mai. Peccato, perché i nomi servono a rendere credibili anche le storie più tremende. I nomi conferiscono un’identità anche all’ultimo degli appestati. I nomi, molto meglio delle cifre, aiuterebbero a capire che cos’è la peste, come si è diffusa e come fare a debellarla.

Cala Pisana. Sera
Cena di commiato da Paola, dopodiché Adriatica partirà senza di me. È stata un’esperienza straordinaria, sebbene già stasera dormendo sulla terraferma, posso dire che anche poter gettare la carta nel water è una cosa che dà qualche soddisfazione.
Questo tipo di viaggio, coi compagni che cambiano man mano che si procede, somiglia molto alla vita com’è: veniamo al mondo quando già a bordo c’è qualcuno, che ci accompagna per un certo tratto. Poi questo qualcuno sbarca, e noi ci consideriamo fortunati a poter andare avanti: all’inizio il viaggio ci pare interminabile. Altri salgono a bordo, e sono più giovani. Loro crescono e noi invecchiamo. Fin quando arriva anche per noi il momento di sbarcare, lasciando spazio alle ultime generazioni di viaggiatori e a quelle che siamo destinati a non conoscere mai, che saliranno nei porti del futuro. È nell’ordine del mondo, sebbene all’inizio del viaggio sembrasse impensabile: le cose finiscono.

Per ulteriori approfondimenti: www.giudiziouniversale.it
Roberto Alajmo
(20/08/2009)



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