La via del mare | Simone Perotti
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Simone Perotti   
Accade così. Tu parti in treno, poi auto, arrivi a St. Maxime dove devi imbarcarti su Adriatica. Hai un mucchio di cose in testa, roba che ti storce lo stomaco per i suoi versi, idee e immagini per un romanzo che devi scrivere, lo schema di una terrazza di legno da costruire, la stagione invernale di vela, un e-book. Sei, come si dice in gergo, perso per il tuo mondo. Arrivando ti chiedi perfino (come sempre): "ma io che ci faccio qui?". La domanda fa capo a un'antica questione, mai risolta, che riguarda la molteplicità, l'estemporaneità, il senso, la dimensione spaziotemporale. Questioni ordinarie, diciamo così. Comunque, la domanda te la fai, e quando te la fai capisci che tutto va bene, perché la tragedia vera è avere una risposta, non farsi la domanda. La risposta potrebbe non piacerti. No, proprio no.
La via del mare | Simone Perotti
Quindi, dicevo, tu parti in treno, ti fai le solite domande, fai spazio a gomitate nel caos in cui navigano i tuoi pensieri, e lasci che tutto si compia. E cosa si compie? Cosa si compie… Si compie che l'autista (un tipo bizzarro, impomatato, con la loquela di un bagnino versiliano, che non sa le strade e non ha neanche l'intuito con cui trarsi d'impaccio, pugliese come la mia ex moglie, quasi dello stesso paese, non ti dico…), l'autista, dicevo, ti molla sul molo, e tu ti trovi lì, un altro molo, un altro mare davanti, che sei sceso da poco da un'intera estate a navigare, e tu ti chiedi un'altra volta: "Ma io, ma porco di quel giuda ladro, ma che cavolo ci faccio qui? Ma non ho imparato ancora, a quarantadue anni, che bisogna restarsene a casa, a casa propria, e farsi i beneamati cavoli propri, perché tanto è tutto uguale e la vita non la freghi, non la sveli andando in giro, non ce la puoi fare, e quindi è meglio starsene dove si sta belli tranquilli, a scrivere il grande romanzo italiano?!". Però questa volta c'è una differenza. C'è il mare. E poco più in là, una barca…

È questo. Quello che fa la differenza, dico. Non che le cose cambino nella sostanza. La sostanza, quella, se pure si sa di che pasta è fatta, non la puoi modificare. La sostanza non si sa cosa sia, e infatti nessuno ne ha idea. No, la sostanza no, ma qualcosa cambia. Lungo la via, La Via intendo, cioè la nostra vicenda umana, le questioni sostanziali non possiamo risolverle. Le risolvi solo con la fede, che però è roba da gente semplice, oppure da gente “oltre”. Non adatta a noi. Noi, quelli in mezzo, non ci possiamo porre questioni definitive. Non fosse altro perché odiamo farci domande a cui non possiamo dare risposte. Troppo volgare. No, più semplicemente, più candidamente, lungo la via possiamo vivere in modo migliore. E guardate che questa cosa qui, questa del migliore e del peggiore, non è una cosa da poco. Su una faccenda come questa si gioca parecchio, tipo una rivoluzione umana, tipo una rinascita delle coscienze, una riappropriazione del proprio mondo. Però nessuno lo sa. Invece il migliore, il modo migliore intendo, con cui vivere c'è e come, e generalmente passa per il mare. Non c'è cosa migliore per prendere il groviglio e smatassarlo. Non c'è ingrediente migliore per prendere il grumo e farlo a pezzi. Non c'è medicina che funzioni meglio, che mi stupisco che qualche azienda non l'abbia già brevettato.

Quando hai voglia di prendere a calci i tuoi vestiti ammonticchiati sul tappeto, oppure quando stai per decidere di vendere la casa, di vendere la macchina, di mandare a quel paese il capoufficio, quando ti accorgi che basta un cenno di qualcuno e tu saresti disposto a seguirlo per le vie del mondo, allora, in quel momento, capisci che la via del mare è l'unica vera cosa di cui hai bisogno. Potresti farle quelle cose. Potresti prendere e buttare via tutto, cancellare tutto, ricominciare da zero. E che problema c'è? Sono cose che si fanno. Ma in realtà non è quella la risposta. Quella è una reazione. E la reazione non è mai una buona risposta. È una risposta sbagliata a una domanda che non è mai stata posta. Inutile e dannosa, dunque.

Il punto, dunque, è che ti trovi nel posto giusto, senza saperlo, senza esserti domandato dove vai, anzi, senza sapere come risponderti. Ti trovi su quel molo e arriva Mattia. Col tender. Tender to Adriatica. Bella faccia da ragazzone limpido, bella voglia di navigare. Ti porta a bordo raccontandoti delle disavventure dei giorni precedenti. E a bordo incontri Filippo, il comandante, tanta vela alle spalle e faccia da uno che non ne ha abbastanza; Riccardo, argentino, fatto-giro-del-mondo, faccia da uomo che ha un suo equilibrio; e poi Vito, Chiara, Marina (con cui hai viaggiato), Marcone. Belle facce, di quelle che incontri per mare, quando non hai sbagliato porto. Un equipaggio, dunque di per sé niente di ignoto, niente di esotico. Ma un equipaggio che sa dove va, che sa andare, che ci va. "Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare" Seneca. E qui invece dove andare, da dove si viene, si sa. E tu ti siedi, ti senti a casa, sul grande liquido, con gente diversa da te, ma che ti somiglia, e ti metti a parlare, ascoltare, e capisci che c'è sempre qualcuno che ha fatto percorsi simili, o diversi quanto più non si può, e vive, fa la sua rotta senza difficoltà minori o superiori alle tue, e allora guardi intorno, le decine di barche che entrano a St Tropez, una bella regata, e immagini che anche lì ce ne sono altri ancora, infiniti, a perdere l'occhio sul mare, di gente che vive scampoli incomprensibili della stessa condizione, parziale, squilibrata quanto basta per reggere, in equilibrio precario quanto basta per crollare.

E ti senti a casa, ancora, perché quella del balsamo che è una barca è una storia che sai, che hai provato, visto, spiegato, ritrovato, ogni volta, e allora la questione del senso non la puoi affrontare - questa no - ma il resto, tutte le altre questioni, a partire dal migliore e dal peggiore, queste sì, quelle sì, e infatti ti accendi una sigaretta e pensi che va tutto bene, che il grande romanzo italiano che devi scrivere lo scriverai, che la terrazza di legno non l'hai ancora disegnata, dunque non avresti potuto iniziare oggi a costruirla, che le miglia da qui a Genova serviranno, oh sì se serviranno, come tutte le altre miglia, come sempre, e non sarà tempo gettato via, ma tempo ritrovato, roba che serve a fare del tuo meglio NEL FRATTEMPO (che è il vero concetto chiave della post-post-modernità), dunque da qui a lì, dunque in attesa del grande sparo che ti getterà come una meteora farinosa nel ventre del buco nero, dove scomparirai per sempre in una nuvola di neve asciutta, ma non ora, non oggi, non ancora, non qui.

È lì che sorridi. Sorridi e pensi che vorresti un bicchiere di vino. E quando lo trovi, come sempre su ogni buona barca, guardi la costa e non pensi più. Da qui, da questo luogo liquido, l'umanità fluida non ti fa più alcuna paura. Al massimo ti fa sorridere, e infatti sorridi. E basta.

Il comandante stamattina aveva gli occhi luminosi. "Ultimo giorno. Arriviamo stasera!"
Qualcuno avrebbe pensato: "Non è carino dire a un ospite che si è contenti di finire il viaggio, dunque contenti di sbarcare anche lui". Ma chi va per mare sa come vanno le cose.
Il comandante è sempre contento di concludere il suo viaggio, che lo faccia dopo due giorni di charter o dopo due mesi o dopo due anni della migliore avventura. Tornare a terra è la sostanza di cui è fatta una partenza, è il suo lato oscuro, la sua anima profonda. Il comandante è contento con se stesso, si compiace, e ringrazia i santi numi, San Brendano e San Nicola, o gli dei dell'Olimpo. Si compiace e ringrazia perché ha saputo preparare ogni cosa, scegliere l'equipaggio, far fronte agli imprevisti, condurre le prua, manovrare nei porti e rientrare. Il ciclo della sua navigazione, rotondo come ogni cerchio vitale, si è concluso senza danni, senza vittime, e la barca rientra in porto al riparo. Il suo è stato dunque un buon lavoro, e il suo patto con se stesso, con il mare, è stato rinnovato, si è nuovamente rivelato saldo. Dietro di lui non ha lasciato alcuna scia, come sempre, nessun segno tangibile. Ritornerà presto in mare, non potrebbe fare altrimenti. È la sua vita. Ma prima, prima di una nuova partenza, ci saranno ore, giorni di quiete. Il comandante ha fatto le cose per bene, ed è contento di potersi meritare un giusto riposo.
Per questo guardo il comandante e gli sorrido. Capisco cosa vede guardando al giorno davanti a sé.

La via del mare | Simone PerottiArrivo a Genova
Adriatica termina il suo viaggio, e lo fa in un luogo speciale per me: Genova. Da questa città viene la mia famiglia, i tanti parenti imbarcati sui piroscafi d’inizio secolo come macchinisti, camerieri di bordo, e poi altri, più recenti, dirigenti marittimi, appassionati di regate… Sono venuto qui da bambino, a trovare i nonni. Mi ricordo l’odore e l’austerità un po’ sciatta dei suoi vicoli, l’eco della sua grande storia, ancora scritta sui palazzi, sui veli d’eleganza con cui si veste nei giorni di quiete. Sono venuto qui molte volte, a prendere barche, a riportare barche, di passaggio, per proteggermi dal libeccio, o in partenza al primo calo del vento. Torno su queste banchine con emozione, perché un uomo sa da dove viene il sangue che gli scorre dentro, e deve alla sua provenienza più d’un tratto del suo viso. Mi immergo nei vicoli appena posso, dopo lo sbarco, e affondo i piedi nella laguna di uno dei miei posti amati. Una città di mare, una città del Mediterraneo mare, non una città qualunque.

Che il mio breve viaggio su Adriatica si concluda qui è un altro dei tanti segni che mi giungono in questo periodo di terremoto emotivo, di vita. Un segno buono. Come quando si nota, per la prima volta, che i frangenti di una burrasca che ci ha sbattuti a lungo, si vanno piano piano diradando.

Per ulteriori approfondimenti: www.giudiziouniversale.it

Simone Perotti
(22/08/2009)




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