La nuova generazione di scrittori italiani | Bia Sarasini, Niccolò Ammanniti, Silvia Avallone, Paolo Giordano, Valeria Parrella, Michela Murgia
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Bia Sarasini   
La nuova generazione di scrittori italiani | Bia Sarasini, Niccolò Ammanniti, Silvia Avallone, Paolo Giordano, Valeria Parrella, Michela Murgia
Niccolò Ammanniti
Non è più giovane, Niccolò Ammanniti, nato com’è nel 1966, neppure in un paese come l’Italia, dove si rimane ragazzi praticamente in eterno. Ma è da Ammanniti che intendo iniziare questa (rapida) ricognizione dei “giovani” scrittori italiani.
A partire dall’ultimo libro che ha appena pubblicato, il romanzo breve o racconto lungo “Io e te”(Einaudi), la storia di un ragazzo che fa credere ai genitori di partire per una settimana di vacanza in montagna invitato da una compagna di scuola, e invece si nasconde per una settimana nella cantina di casa.
Non è la prima volta che Niccolò Ammanniti scrive di un adolescente difficile, colto sulla “linea d’ombra” della scoperta delle ambiguità e responsabilità della vita adulta.
«Per tutto un lungo periodo l'adolescente vive in un eterno presente, poi all'improvviso si chiede che tipo di persona diventerà, cosa lo aspetta, con chi dovrà fare i conti» ha detto intervistato da Antonio Gnoli sul quotidiano “Repubblica” (1).
Una linea di confine che segna lo stesso autore. Negli anni Novanta fece parte di quel fenomeno letterario, quella meteora che prese il nome di “cannibali”, giovani autori – tra gli altri Aldo Nove e Tiziano Scarpa – che irrompevano sulla scena letteraria e raccontavano storie crude, realistiche, insomma decisamente “pulp”.
Una corrente, un gruppo che è stata soprattutto una trovata editoriale, svanita velocemente mentre ciascuno degli autori trovava la sua strada. Per Ammanniti la via è stata dare voce alla sua vocazione di narratore di storie, che nel mettere in scena l’innocenza dei ragazzi (con più di un riferimento, anche nel testo, al suo maestro Stephen King) racconta l’Italia contemporanea.



Come avviene, per esempio in “Come Dio comanda” (Mondadori 2006). In una lingua limpida, precisa, scorrevole, all’interno di un impianto narrativo denso e chiaro, i protagonisti – un padre naziskin e un figlio adolescente – si muovono in un paesaggio livido: la peggiore Italia, tra una casa tirata su con le proprie mani, ancora senza intonaco, e una pianura dove scorrono fiumi che non stanno nei loro argini, tra circonvallazioni, statali, capannoni e giganteschi centri commerciali.
Un ambiente opposto ai campi di grano assolati del precedente romanzo, quello che gli ha dato il successo: “Io non ho paura” (Einaudi 2001).
Sono romanzi che precedono il celebre “Gomorra” (Mondadori) di Roberto Saviano – lui sì giovane, meno di trent’anni, allora – che uscito nello stesso 2006 ha avuto bisogno di quasi un anno di letture e passaparola per avere un pieno successo, il romanzo-reportage che ha fatto conoscere al ceto medio intellettuale gli intrecci neanche tanto occulti della criminalità italiana.
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Nicola La Gioia

I romanzi di Ammanniti ne condividono, e anticipano con i mezzi propri della narrazione, il racconto di un’Italia attraversata da un inquieto rapporto tra benessere e delinquenza, tra vita quotidiana e orrore. Temi che sono al centro di nuovi romanzi e di nuovi autori.
Per esempio “Riportando tutto a casa” (Einaudi 2009) di Nicola Lagioia, che, nato nel 1973, con questo romanzo si è misurato con lo stravolgimento antropologico che ha segnato l’Italia, un fatto sotto gli occhi di tutti e di cui non si riesce a rintracciare l’origine.
Per dirla con Lagioia: “Per quelli della mia generazione si tratta di riappropriarsi di un trauma senza evento. Noi non abbiamo avuto una data cruciale da cui far discendere il resto. Ma questo non significa che, da qualche parte negli anni Ottanta, non ci sia stato un evento catastrofico per il sentire comune. ‘Riportando tutto a casa’ vuole indicare il riappropriarsi di qualcosa che è emotivamente informe e metterlo nella forma di un romanzo, finalmente raccontabile”.
Il passaggio dalla povertà alla ricchezza, l’avvento della tv commerciale che scioglie ogni freno e inibizione.
Nel romanzo non si nomina mai Berlusconi, non è necessario, bastano per esempio le icastiche le descrizioni dei nuovi comici del programma culto “Drive In”, che mise a disposizione delle famiglie – prima le frequentavano solo i cumenda e i cavalieri del lavoro – le donne tutte curve e la comicità triviale dell’avanspettacolo anni cinquanta fino ad allora bandita dagli schermi tv.

I comici, scrive nel romanzo Lagioia, erano “una vittoriosa antitesi delle facce d'attori d'avanspettacolo” e le ballerine, “che poi non erano vere ballerine, bensì ragazze di bella presenza con una disperata vocazione all'anonimato, si travestivano da ragazze fastfood”.
L’intrattenimento che mettono in scena, scrive, cambia perfino il modo di ridere: “Li vedevi, quei comici che non facevano ridere, e ridevi lo stesso”.
Romanzo complesso, dalla scrittura ricca, acuta, a tratti grottesca ma senza farne il registro dominante, “Riportando tutto a casa” squaderna e per questa via rivela il cuore antico di un’Italia entrata nella modernità senza trasformarsi, mantenendo intatti miti e riti del passato.
Non solo nella memoria, ma sia nella struttura dell’immaginario che nella vita reale. È interessante valutare ciò che pensa lo stesso Nicola Lagioia, in un suo recente intervento in una querelle iniziata nell’estate sulle pagine culturali del quotidiano della Confindustria, ilSole 24ORE, e poi sugli altri media, a proposito degli scrittori under 40:
“Credo sia invece più interessante capire come mai per gli under 40 italiani di oggi un certo realismo richieda pochi sforzi e, contemporaneamente, sia anche la dura lezione appresa nel passaggio dall'adolescenza all'età adulta.
La definirei una questione di imprinting: difficile pensare di non vivere in uno dei paesi più corrotti dell'occidente se ti congedi dal liceo poco prima di Tangentopoli; così come è piuttosto complicato credere a uno Stato sovrano se dai il tuo primo esame all'università non quando esplode la bomba sull'autostrada Capaci-Palermo, ma 57 giorni dopo, perché se il beneficio del dubbio poteva sopravvivere con molto sforzo alla morte di Falcone, la sua lapide è stata scritta in via d'Amelio”.
Insomma, sono i misteri della storia italiana che hanno formato i nuovi autori, sostiene Lagioia. Il che non impedisce ad autori più giovani, acerbi nella scrittura e nella costruzione narrativa, di raggiungere il successo per altre vie.

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Silvia Avallone
Basti pensare a “La solitudine dei numeri primi” (Mondadori 2008) di Paolo Giordano, autore di 26 anni che racconta dei dolori del tutto individuali di due ragazzi. O l’autrice rivelazione dell’ultima estate, la ventiseienne Silvia Avallone, che in “Acciaio” (Rizzoli 2010) racconta altri traumi: crescere in una città, Piombino, tra industria, classe operaia in declino e nuovi lavoratori più dediti alla cocaina che al “pezzo”.

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Paolo Giordano
Ma sono altri i libri e gli autori che vanno in profondità, in una ricerca di forme e storie di cui si alimenta anche il rinato cinema italiano. Come è avvenuto per i romanzi di Ammanniti, come è successo alle due autrici con cui si conclude questo giro a volo d’uccello sulla scena letteraria dei giovani autori italiani, Valeria Parrella e Michela Murgia.
Valeria Parrella, nata nel 1984, pratica una forma di scrittura che ha poco a che fare con le trame e le grandi costruzioni narrative. I racconti di “Mosca più balena” (minimum fax 2003) e soprattutto “ Lo spazio bianco” (Einaudi 2008) si valgono di una scrittura rapida, precisa, fulminante che delinea sia scorci umani e metropolitani della città in cui vive, Napoli, sia paesaggi interiori. Diverso lo stile di Michela Murgia, che con il suo ultimo romanzo, “Accabadora” (Einaudi 2009), ha vinto quest’anno uno dei più prestigiosi premi letterari italiani, il Campiello.
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Valeria Parrella
Bisogna sapere che Accabadora è una figura mitica della Sardegna, l’isola dove Michela Murgia è nata nel 1972. Dallo spagnolo accabar, cioè finire, l’accabadora sarebbe stata la donna a cui le comunità di villaggio affidavano il compito di accompagnare –facilitare – la morte delle persone giunte alla fine della vita.
Una figura di cui si favoleggia molto, ma di cui manca una sicura documentazione etnografica e storica. Murgia nel suo romanzo la chiama Bonaria Urrai, e ne fa la protagonista di una speciale storia d’amore, la scelta di una fill’e anima, una specie di adozione nata dell’elezione del cuore, un istituto sociale sancito dalla tradizione e accolto dalla comunità del villaggio.
È una narrazione, quella di Michela Murgia, che mette in luce le radici antiche e vive che la modernità non ha per nulla scalfito, forte di una lingua sontuosa, levigata, in cui affiora la sintassi di una lingua-dialetto come il sardo, ma con uso molto sorvegliato dei vocaboli, quasi mai dati in originale, solo un paio di parole. Tra queste accabadora.

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Michela Murgia
Colpisce molto, l’amore tra una madre e una figlia che sembrano vivere in due ere, in due mondi diversi.
Colpisce anche il confronto con il romanzo d’esordio, “Il mondo deve sapere” (ISBN 2006), resoconto totalmente contemporaneo di un mese passato in un call center di una multinazionale americana, materiale che da un blog è diventato un libro, una delle descrizioni, – in una lingua già sicura di sé fino alla sfrontatezza – più ironiche e acute di un mondo crudele e assurdo, fondato sulla competizione estrema e la pretesa di dedizione di chi lavora, tanto più se precario.
È come se nel suo lavoro di scrittrice Michela Murgia avesse attraversato i temi che sembrano toccare più da vicino i giovani scrittori italiani. Una modernità che si rivela traditrice, rigonfia di promesse illusorie.
E l’irrompere prepotente di quel mondo arcaico, contadino che nell’ottimismo del dopoguerra e del boom economico, gli italiani, gli autori italiani avevano pensato di avere lasciato alle loro spalle. Solo uno aveva visto la minaccia del cambiamento incombente: Pier Paolo Pasolini.

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(1) La Repubblica, 26/10/2010: http://www.repubblica.it/ammaniti


Bia Sarasini
(07/12/2010)