Riportando tutto a casa | Federica Araco, Nicola Lagioia, Nichel, Pierpaolo Pasolini, Lettere Luterane
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Federica Araco   
Riportando tutto a casa | Federica Araco, Nicola Lagioia, Nichel, Pierpaolo Pasolini, Lettere LuteraneTre adolescenti di buona famiglia vagano tra le luci e le ombre degli anni Ottanta a Bari, dove un mondo ovattato dal benessere economico e deformato dallo schermo ricurvo della nascente televisione commerciale confina con realtà altre. A poche strade dal centro, dove i padri stringono alleanze per la scalata sociale mentre madri e matrigne consumano i tacchi davanti alle vetrine, il quartiere dormitorio di Japigia brulica come un “bazar a cielo aperto per la vendita di sostanze stupefacenti”. Qui confluiscono e si alimentano i vertiginosi flussi di denaro negli anni in cui “qualcosa di molto simile alla follia meteorologica percorre l’economia del nostro piccolo paese”.

Giuseppe, figlio di un ex meccanico arricchito grazie a un prestito della malavita locale, cavalca l’onda del boom. Capelli rossi, grassoccio e con il viso coperto di brufoli, dispone di una quantità di soldi illimitata che spreca per inutili capricci. Sul tenebroso e inafferrabile Vincenzo incombe l’ombra del padre, avvocato influente nella Bari che conta, e della madre appena scomparsa e già sostituita con una fuorisede appariscente e determinata.
Il terzo compagno è l’io narrante che, pazientemente e meticolosamente, annota e descrive ogni cosa, con la maniacale precisione di un adolescente aggrappato a un mondo in dissolvenza che tenta disperatamente di comprendere, per non dimenticare.

Con un lessico ricercato e complesso, Lagioia ci regala indimenticabili istantanee di un decennio ricco di sfumature e contraddizioni, in genere sottovalutato rispetto ai due che lo hanno preceduto. E nei lontani anni Ottanta, individua quelle piccole crepe invisibili che avrebbero fatto scomparire il mondo fino ad allora conosciuto per far nascere, sulle sue ceneri, l’Italia di oggi. Che, “non più terra da neorealismo o da neoavanguardia o da post-moderno –, scrive l’autore – è piuttosto una sorta di incubo di Hieronymus Bosch con sottofondo di jingle pubblicitari, una dimensione in cui prima non eravamo mai stati”(1).

Come tasselli di un mosaico, Lagioia riordina eventi apparentemente insignificanti e scollegati tra loro, suggerendone connessioni, intrecci segreti. Ricordando, per esempio, come la nascita delle televisioni commerciali e dei primi programmi spazzatura come il Drive In abbiano preparato il terreno al berlusconismo e alla prima “telecrazia compiuta dell’Occidente”. In quei nuovi e chiassosi studi televisivi una comicità che non faceva più ridere smetteva di opporsi al potere per diventarne subdolo strumento, condividendo il suo stesso linguaggio elementare da slogan pubblicitario. “ Drive In aveva vinto – scrive – ‘si piange con il cuore ma si ride con il cervello’, una frase di Molière che non sarebbe più stata vera: anche il cervello, come il cuore, trasformato in un organo del tutto involontario.[...] La risata che ci avrebbe dovuti seppellire tutti quanti era arrivata”.
E la finale Juventus-Liverpool, giocata lo stesso, e trasmessa in diretta dalla rete nazionale, sotto il cielo insanguinato di Bruxelles: “Seguimmo la partita senza sapere cosa stessimo guardando. Era la morte, ed era un gioco, ed era in qualche modo uno show televisivo”. E, ancora, l’incubo dell’AIDS, esploso per soffocare e inibire gli ultimi echi della rivoluzione sessuale degli anni Sessanta e Settanta. Poi la tragedia di Cernobyl, che fece di colpo vacillare l’incrollabile fede nel progresso tecnologico considerato, fino a quel momento, l’unica salvezza per l’umanità.

Figli di un trauma senza evento, dice Lagioia, noi trenta-quarantenni di oggi subiamo la realtà senza riuscire a cambiarla. Cresciuti nella secolarizzazione del benessere, accettiamo la precarietà lavorativa imposta da un sistema corrotto e gerontocratico continuando a identificarci con codici e ideologie che appartengono al passato. Disillusi e disgregati nel caleidoscopio contrattuale della mobilità lavorativa, siamo perfino incapaci di ribellarci, riconfigurarci, lottare, uniti, per i nostri diritti.

Viviamo, dunque, in quella condizione di disagio esistenziale che Pasolini seppe anticipare e descrivere nelle sue Lettere Luterane: “Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”(2).


Un incontro con l’autore

Riportando tutto a casa | Federica Araco, Nicola Lagioia, Nichel, Pierpaolo Pasolini, Lettere LuteraneNato a Bari nel 1973 e laureato in giurisprudenza “per motivi misteriosi”, Nicola Lagioia è direttore di Nichel, la collana della minimum fax dedicata alla narrativa italiana. Esordisce con il romanzo Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (minimum fax 2001, premio Lo Straniero). Con il secondo romanzo, Occidente per principianti (Einaudi 2004), vince il premio Scanno. Autore di saggi e racconti brevi, ha curato numerose antologie e dal 2010 conduce Pagina3, la rassegna quotidiana di cultura di Radio Tre. Riportando tutto a casa , suo ultimo romanzo (Einaudi 2009), è vincitore del Premio Viareggio per la narrativa, ed è già alla nona ristampa.

Lo abbiamo incontrato in occasione dell’incontro organizzato il 26 novembre a Roma presso lo Spazio DaSUD “Noi siamo lo specchio. 3 scrittori, 1 generazione, 1 nuovo immaginario”. Ospiti della serata, oltre Lagioia, Christian Raimo e Caterina Venturini.

Questo romanzo racconta il radicale stravolgimento antropologico che ha segnato l’Italia negli ultimi trent’anni, e prova a rintracciarne l’origine...
Gli anni Ottanta segnano un momento di profonde trasformazioni nel nostro paese, con tanti piccoli eventi apparentemente di poco conto. Possiamo dire che la nostra generazione è figlia di un ‘trauma senza evento’ perché non abbiamo avuto, in effetti, nessun evento cardine e forte a fare da catalizzatore, come nel caso dei nostri nonni, o padri. Nessun 8 settembre o 25 aprile, nessun rapimento Moro o stragi di Piazza Fontana a partire dai quali far discendere tutto il resto. Ma ci sono stati tanti micro-traumi che hanno segnato la nostra generazione. E la televisione ha svolto un ruolo importantissimo. La modernità come epoca di emancipazione e liberazione è stata tradita, è venuta meno. Oggi viviamo in un modello arcaico, il modello proposto da Marchionne è arcaico perché spazza via decenni di lotta. Siamo cresciuti nella secolarizzazione del benessere e continuiamo ad accettare la situazione perché ci immaginiamo ancora con codici e schemi che appartengono al passato, identificando nei soldi l’unica chiave per l’avanzamento sociale. Il problema è che non riusciamo a renderci autonomi da un modello fallito, non siamo capaci di ripensarci per quello che siamo.
Credo che il problema secolare dell’Italia sia aspettare l’uomo della provvidenza. Vorrei, invece, che gli italiani si salvassero da sé. Aspettare l’aiuto esterno è una tremenda ammissione di impotenza, una rinuncia vigliacca alla partecipazione. Del resto, noi non veniamo da una tradizione popolare. Non abbiamo avuto nessuna rivoluzione, sul modello di quella francese o americana. In Italia il Risorgimento o la Resistenza sono state esperienze elitarie, mai di massa. Non viviamo in uno stato nato dalla volontà popolare e non pensiamo che il concetto di cittadinanza implichi quello di partecipazione.

I protagonisti del romanzo sono scaraventati dall’adolescenza all’età adulta senza alcun impegno politico o militanza ideologica, in una sorta di generale anestesia della coscienza di classe. Come uscirne?
Siamo cresciuti in un vuoto ideologico, una sorta di deserto di idee. I nostri padri ci hanno detto “andate e laureatevi, e il mondo sarà vostro”. Noi ci siamo formati, ma non ci siamo messi in gioco. Nel 1998, finiti gli studi, vivevo a Milano con un amico. Avevamo fatto i soliti stage non pagati, stavamo in una casa orrenda, non avevamo un lavoro. Una sera andammo a un incontro per festeggiare il trentennale del Sessantotto. C’erano intellettuali, scrittori, artisti. Qualcuno disse “Se i ragazzi oggi stanno bene, se hanno un lavoro, è merito delle generazioni precedenti”. Mi sembrò tutto piuttosto assurdo. Viviamo in un paese gestito da canuti, dove tutto il potere è in mano a persone dai sessant’anni in su. Siamo stati traditi dalle generazioni prima di noi, che non hanno fatto il passaggio di consegne. All’Università di Vibo Valentia, per esempio, ci sono ricercatori che guadagnano 1.000 euro l’anno. Basterebbe mandare in pensione un barone per pagare lo stipendio a quattro di loro. Ma quello che più mi colpisce è l’assoluta mancanza di conflittualità sociale. Certo, gli studenti in questi giorni sono scesi in piazza, ma ormai manifestare non basta più. Dovremmo rielaborare un lessico comune, dare un nome alle cose. E ognuno di noi dovrebbe cominciare a fare bene il proprio lavoro: insegnanti, scrittori, politici. Tutti.

Riportando tutto a casa sta andando molto bene. C’è qualche nuovo lavoro in cantiere?

I miei lavori sono sempre molto lunghi e lenti. E non riesco mai a parlare di un libro se non ho superato almeno la metà. Come la camera oscura per i fotografi, se la esponi alla luce si brucia...

Vorrei che mi parlasse della sua esperienza come responsabile della collana Nichel della minimum fax. Qual è lo stato di salute della nuova narrativa italiana?
Riceviamo moltissimi manoscritti, ma al 95% non si tratta di romanzi, piuttosto di tentativi di romanzi inviati da scriventi, non da scrittori. Nulla a che vedere con la letteratura. Lo stato di salute degli aspiranti scrittori mi preoccupa, soprattutto a giudicare dalle lettere di presentazione che accompagnano i libri. Per molti di loro è più importante pubblicare che scrivere un buon romanzo. Parlano delle loro opere senza convinzione, con un atteggiamento quasi da talent show e mi preoccupa davvero questo ragionare in termini di carriera che non dimostra una vera passione per la letteratura. L’altro elemento è la scarsissima esperienza di lettura, che conferma che siamo un popolo di grafomani che osserva poco e legge ancora meno. Ma non c’è dubbio che la letteratura italiana è molto vitale. Ci sono segnali incoraggianti, anche se spesso non riusciamo a esportare il meglio, e negli Istituti di cultura italiana all’estero si trovano i libri di Moccia... Direi che c’è una specie di scollamento tra il paese reale e il paese ufficiale.

Secondo lei è possibile individuare tratti comuni, tematiche, prospettive, difficoltà, testi e contesti di riferimento degli autori italiani ‘under 40’?
Sono esperienze molto diverse. Ma a differenza degli anni Novanta, in cui gli autori raccontavano di luoghi ‘altri’, penso per esempio a Baricco o ai film di Salvatores, negli ultimi quindici anni gli scrittori hanno ricominciato a parlare della realtà di questo paese che, per quanto disgraziato e in profonda crisi, ha ancora tanto da raccontare. Con i suoi contrasti forti, l’Italia di oggi è un laboratorio sociale d’avanguardia per l’occidente. Abbiamo una cultura millenaria ma siamo sempre impreparati all’incontro con l’altro. L’incontro ritardato con la postmodernità ci ha trasformato nella prima telecrazia compiuta del mondo occidentale e il contesto economico, sociale e politico in cui viviamo ha dato vita a fenomeni letterari come Gomorra, che poteva nascere solo da noi.

Quali saranno le novità editoriali di Nichel nel 2011?
A gennaio uscirà Paesaggio con incendio di Ernesto Aloia, su un paesino dell’Appennino centrale dove gli odi incrociati degli abitanti nascondono orrori e vecchi risentimenti. Poi pubblicheremo un romanzo di Gianluigi Ricuperati. Un libro sul denaro e sui prestiti in un’Italia che affoga nei debiti. Parla della crisi che stiamo vivendo.

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1) - N. Lagioia, Manifesto degli autori under 40, “Il Sole 24 ore”, 8 agosto 2010.
2) - Pierpaolo Pasolini, Lettere Luterane, Garzanti 2009 (pubblicato postumo nel 1976).


Federica Araco
(07/12/2010)