Un incontro con Andrea Segre | Federica Araco
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Federica Araco   
Regista, scrittore e ricercatore di sociologia della comunicazione all’università di Bologna, Andrea Segre da anni documenta storie di emarginazione ed emigrazione. L’intervista di Babelmed.


Un incontro con Andrea Segre | Federica AracoCome è nata l’idea di un documentario sui braccianti africani di Rosarno?
Il progetto è nato dopo un incontro con Peppino Lavorato, avvenuto nel 2008. Fui invitato dai ragazzi dell’Osservatorio migranti di Rosarno che aveva organizzato la proiezione del mio documentario A sud di Lampedusa nel quale raccontavo per la prima volta il viaggio attraverso il deserto tra Niger e Libia dei migranti sub-sahariani. Ma durante le riprese incontrammo anche molti migranti costretti ai rimpatri coatti dalla Libia: le prime conseguenze degli accordi tra Berlusconi e Gheddafi. Cinque anni fa, tutto ciò che oggi è scottante attualità era ignorato dall’opinione pubblica italiana. La serata organizzata a Rosarno voleva esprimere solidarietà nei confronti dei braccianti africani che qualche settimana prima avevano manifestato per denunciare gli abusi subiti dai caporali. Nei lunghi anni di commissariamento del comune per infiltrazioni mafiose, le rare iniziative culturali erano in genere poco seguite dai rosarnesi. Arrivarono, però, circa cinquanta migranti lavoratori che rividero per la prima volta il loro viaggio proiettato su uno schermo. Ci fu grande emozione: non era Rosarno che parlava agli immigrati ma erano loro che raccontavano quel viaggio ai cittadini del paese che li accoglieva.
Così decidemmo di parlare della loro condizione di braccianti nel sud Italia.

A sud di Lampedusa è il primo documentario italiano ad occuparsi delle rotte sub-sahariane. Da allora come è cambiato il fenomeno migratorio, e il tuo modo di raccontarlo?
Il fenomeno segue tre tensioni complementari. Da un lato, l’aumento della velocità di comunicare e l’accesso virtuale incrementano il desiderio di partire che anima la maggior parte dei viaggi. Non sempre, infatti, la migrazione è conseguenza di tragedie, guerre e condizioni di forte disagio, a volte, più spesso di quanto si pensi, si tratta di diritto alla mobilità negato e trasformato in qualcosa di illegale. Anche se l’unica illegalità è l’aver istituito questo divieto, rendere illegali gli spostamenti.
Dall’altro, con l’aumentare dei divieti, il desiderio di spostarsi alimenta il flusso. In questi anni, la rotta tra Niger e Libia, attraverso il deserto del Sahara, è ormai diventata impraticabile perché rischiosa e troppo costosa. Molti migranti provenienti dai paesi sub-sahariani hanno provato a raggiungere l’Europa attraverso l’Egitto o il Sinai, o per nave dalla Turchia o passando per la Grecia. Prima del 2010, un altro passaggio molto frequentato erano le coste tunisine o le isole Canarie, poi bloccate a seguito dell’irrigidimento dei controlli. Assistiamo, dunque, al rimpallo tra il desiderio normale, legittimo di mobilità, accresciuto da condizioni sociali ed economiche difficili, e il tentativo di bloccarne il flusso sia fisicamente che culturalmente. È ormai senso comune parlare di “contrasto all’immigrazione clandestina”, piuttosto che di “negazione del diritto di mobilità”. In effetti dovremmo piuttosto riconoscere che c’è una maggioranza della popolazione al mondo alla quale non è concesso di viaggiare e spostarsi liberamente. Questa situazione di evidente squilibrio ha animato le mie riflessioni e le mie ricerche e con libri e film ho provato ad approfondire l’argomento. Volevo evidenziare il fatto che chi gestisce il potere vuole evitare le testimonianze dirette. Chi gestisce il complesso squilibrio su cui si basa il mondo non vuole rischiare che sia messo in discussione. Piuttosto, fa di tutto per renderlo accettabile, normalizzarlo, evitare che se ne parli e che si raccontino le vite delle persone che ne testimoniano l’esistenza. L’unica contro-arma culturale che abbiamo è denunciarlo e incoraggiare questo confronto.

Veniamo a Il sangue verde . Come è stato lavorare con i migranti e condividere con loro esperienze così intime e dolorose? Quali difficoltà hai incontrato?
La difficoltà che c’è sempre è trovare un terreno, uno spazio di condivisione e confronto che abbia senso sia per me che per il protagonista del raccontare. Se ha senso solo per me, il racconto non funzionerà. Se nasce la complicità, allora comincia il racconto “partecipato”, che comunque conduco io da un punto di vista della narrazione. Ma nulla esisterebbe di tutto questo se si trattasse di una semplice intervista. L’unica parte difficile è trovare un punto di incontro tra un venticinquenne senegalese che nella vita raccoglie patate per mandare qualche soldo a casa e un regista di trentacinque anni che ha una vita molto più comoda...

Cosa puoi dire del rapporto con i cittadini di Rosarno, che nel tuo documentario non compaiono affatto? Quali reazioni, quali resistenze hai incontrato?
Non ho fatto un documentario su Rosarno, quindi non ho voluto raccontare il punto di vista dei cittadini, anche se era importante. Il sangue verde parla del rapporto tra il ministro dell’interno Maroni, che esprime la sua posizione in modo molto chiaro nel documentario, e le condizioni dei lavoratori immigrati. A Rosarno abbiamo avuto un ottimo rapporto con i ragazzi dell’osservatorio sull’immigrazione e con l’ex sindaco Giuseppe Lavorato. Quando abbiamo proiettato in paese il documentario finito, alcuni hanno reagito lamentandosi del fatto che i cittadini ci facevano “una brutta figura”. Altri invece erano pronti a discuterne per cercare di comprendere come sia potuto accadere tutto questo, e provare a confrontarsi.

Un incontro con Andrea Segre | Federica AracoDa anni in Italia si parla di immigrazione come di un’emergenza. Ma in realtà è ormai un fattore strutturale del tessuto socio-culturale ed economico del nostro Paese.
In Italia l’unica emergenza che esiste è l’utilizzo dell’emergenza da parte della classe politica per non affrontare i problemi, o per far finta di affrontarli. Il governo preferisce scatenare emergenze mediatiche, come ha fatto nelle ultime settimane a Lampedusa, dove ha lasciato che il numero dei migranti aumentasse fino a rendere la situazione insostenibile e giustificare così lo stato di emergenza. Questo ha permesso di drenare ingenti risorse al sistema di accoglienza per profughi, migranti e richiedenti asilo distribuendo finanziamenti ad amici non controllati piuttosto che sostenere e incoraggiare le strutture di accoglienza già funzionanti. Mi riferisco, per esempio, alle reti dei comuni per l’asilo e ad altre realtà che, lavorando sul territorio, cercano da anni di colmare la lacuna causata dalla mancanza di una legge quadro sull’asilo e l’assenza di finanziamenti ad hoc per garantire, nel lungo periodo, asilo e accoglienza agli immigrati. L’emergenza a Lampedusa ha consentito di creare una rete di accoglienza parallela, gestita dalla protezione civile, bypassando progetti in piedi da anni che simili finanziamenti non li hanno mai visti. Quello dell’immigrazione è un fenomeno talmente prevedibile da essere quasi ovvio, ma lo scopo del sistema è continuare a nascondere lo squilibrio e l’emergenza è l’unico modo per continuare a farlo.

Come cambieranno i rapporti nord-sud e le rotte migratorie dopo le rivolte nel mondo arabo e la guerra in Libia? Quali possibili scenari in un dopo-Gheddafi?

Dopo le rivoluzioni arabe la prima preoccupazione dei governi europei è stata quella di interagire con i nuovi governi, o con i loro referenti provvisori, per continuare a garantire la collaborazione sull’emigrazione. Nulla sembra essere cambiato. La speranza è che, considerate le evidenti conseguenze negative degli accordi italo-libici e di quelli siglati dall’Europa con la Tunisia e l’Egitto, si cerchino nuove strategie per evitare altre follie illegali come i respingimenti e smettere di finanziare polizia ed eserciti per controllare e fermare i “pericolosi migranti”. Mi auguro che, al contempo, venga incoraggiato l’esercizio di una libera capacità democratica nelle società civili tunisina ed egiziana e siano creati i presupposti per possibili collaborazioni sul piano associativo e sociale. L’opinione critica nei paesi del Nord Africa va sostenuta. La Libia si sta svuotando, e quel vuoto, per un processo osmotico, chiamerà altre persone. Chi è già arrivato in Europa non tornerà indietro, chi è nei campi per rifugiati al confine con Tunisia ed Egitto tenterà la traversata. Ci sarà un nuovo flusso, contro il quale si cercherà di costruire nuove barriere. Ma queste sono solo opinioni personali...

A quali progetti ti stai dedicando ora?
Ho da poco finito di lavorare a un lungometraggio di finzione che racconta una storia di immigrazione, ma come metafora ( Shun Li e il Poeta , ndr). È la storia di una donna cinese che lavora a Chioggia, nella laguna veneziana, e lì conosce un uomo, un pescatore. È l’incontro tra due mondi lontanissimi ma anche molto vicini tra loro. L’associazione ZaLab, invece, sta producendo altri due documentari dedicati ai temi della marginalità e dell’immigrazione.

Federica Araco
(20/05/2011)

Di Andrea Segre, sul tema dell’immigrazione:

A sud di Lampedusa (Italia 2006, 32’) (sottotitoli: ita-ing-spa)
Come un uomo sulla terra (Italia 2008, 110’) (sottotitoli: ita, spa, ing, ted, fr)
Il sangue verde (Italia 2010, 57’) (sottotitoli: ita, ing, fr)

I suoi documentari sono acquistabili sul sito:
www.zalab.org

http://andreasegre.blogspot.com/
http://ilsangueverde.blogspot.com/
http://www.zalab.org/osservatorio-braccianti/

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