“Carta bianca” a Elias Khoury | Rosita Di Peri, Elias Khoury, La porta del sole, Yalo, Sultan Oweiss Award, Prix IMA, Circolo dei Lettori di Torino, Elisabetta Bartuli
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Rosita Di Peri   
“Carta bianca” a Elias Khoury | Rosita Di Peri, Elias Khoury, La porta del sole, Yalo, Sultan Oweiss Award, Prix IMA, Circolo dei Lettori di Torino, Elisabetta Bartuli“Carta bianca a Elias Khoury” è il suggestivo titolo di una serie di iniziative legate all’illustre scrittore libanese realizzate al Circolo dei Lettori di Torino per il ciclo “Gli arabi si raccontano” curato da Elisabetta Bartuli.
Khoury è uno tra i più apprezzati scrittori arabi contemporanei, conosciuto nel mondo occidentale soprattutto per il fortunato romanzo dal titolo “La porta del sole” dal quale è stato tratto l’omonimo film diretto da Yousry Nasrallah. L’ultimo romanzo di Khoury, Yalo , sembra essere il pretesto da cui prende le mosse il titolo della rassegna. Yalo è un ex miliziano che ha combattuto a fianco delle Forze Libanesi durante la guerra civile (1975-1989). Dopo la fine della guerra, viene arrestato dalla polizia libanese con l’accusa di rapina, stupro e detenzione di armi da guerra. Mentre è in carcere viene obbligato a scrivere la storia della sua vita e proprio questo trovarsi di fronte ad un foglio bianco genererà in lui una serie di sentimenti contrastanti che lo porteranno dal ricordo all’oblio, dall’invenzione al sogno in un vortice di amore e violenza di inaudito impatto.

Attraverso le pagine di Yalo , Khoury affronta alcuni nodi chiave della recente storia libanese, come quello della giusta memoria e della ricostruzione. Yalo è l’emblema di una generazione perduta, di una generazione che ha vissuto in prima persona gli orrori della guerra e che si sente marchiata dalla propria esperienza così come dalla propria appartenenza confessionale. Ma non è solo questo. Yalo è anche un assassino, un voyeur e uno stupratore, un violento che fa fatica a integrarsi nel suo Paese ma che non saprebbe vivere altrove. Eppure, attraverso una costruzione narrativa di eccezionale levatura, il lettore si affeziona a Yalo e alle sue vicende, empatizza con lui e lo sente vicino quando racconta la storia della sua famiglia, di suo nonno, di sua madre e di suo padre. Ma anche quando ripercorre le tragiche pagine della guerra civile, oppure del suo esilio forzato in Francia. Oppure, infine, quando nelle carceri libanesi viene sottoposto a torture disumane che dovrebbero costringerlo a ricordare e a ri/scrivere la storia della sua vita.

Yalo è vittima di un sistema che non ammette sconti e compromessi, un sistema ancora fortemente ancorato alla spartizione del potere in chiave confessionale e che fa delle comunità la modalità di gestione della propria società. Yalo , in fin dei conti si pone ai margini del sistema, è un piccolo ingranaggio arrugginito. Anche quando parla della sua famiglia siriana ortodossa e della storia di suo nonno curdo di religione musulmana che si converte al cristianesimo ortodosso diventando sacerdote, Yalo trascende il sistema confessionale raccontando la storia come una vicenda di fede e non di potere.

“Carta bianca” a Elias Khoury | Rosita Di Peri, Elias Khoury, La porta del sole, Yalo, Sultan Oweiss Award, Prix IMA, Circolo dei Lettori di Torino, Elisabetta BartuliUno degli aspetti più interessanti della narrazione riguarda il processo di scrittura. Yalo in carcere davanti al Commissario è muto, quasi perde l’uso della parola. Ma dentro si sé ha un mondo immenso fatto di ragionamenti a volte immaginifici ma lucidi, dove passato e presente si confondono senza soluzione di continuità. Così Yalo gioca con la sua memoria (che è metafora della memoria collettiva del popolo libanese) scrivendo, di volta in volta, una storia diversa della sua vita. I fatti sono ricordati in maniera caotica, le storie di Yalo sono riscritte ogni volta con un inizio e un finale diversi, quasi a voler immaginare una trama differente della storia o piuttosto delle storie libanesi. Yalo si confronta con i suoi ricordi e con quelli che gli vengono sbattuti in faccia dal
Commissario di polizia che lo ha arrestato, della bella Chirine (che lo accusa di violenza carnale) e di altri accusatori che cercano di metterlo all’angolo. E proprio la sua storia con Chirine (dai confini ambigui tra amore, paura e violenza) è oggetto di una delle più belle riflessioni di tutto il libro perché è il pretesto per una ricerca interiore che tocca tutte le fasi della vita del protagonista, dalla sua infanzia alla sua maturità passando per una adolescenza tormentata. Attraverso un meccanismo selettivo egli fa assumere ai suoi ricordi la direzione desiderata. Così lo stupro di Chirine diventa un incontro d’amore e proprio l’amore verso questa donna lo spinge nelle mani della polizia. Yalo deve ricordare e scrivere la storia della sua vita ma ogni tentativo è sempre più faticoso e difficile e al dolore del ricordo si affianca il dolore fisico per le torture subite. I fogli bianchi diventano un incubo, l’inadeguatezza di Yalo come scrittore riflette l’inadeguatezza dell’uomo nel suo vivere quotidiano, nel suo prender parte ad una società schizofrenica.

La “carta bianca” diventa ben presto un incubo ma, a poco a poco, la paura si trasforma in speranza e quasi in piacere. Man mano che Yalo ricorda e dalla sua mente scaturiscono le tante storie della sua vita, i fogli bianchi prendono vita e diventano l’anima stessa dell’uomo. Attraverso un processo catartico egli si immerge nelle parole che diventano al tempo stesso la sua ancora di salvezza e la sua condanna. E inizia a scrivere freneticamente senza sosta nella speranza che le sue parole vengano ascoltate….

L’esperienza di Yalo può essere letta attraverso la fatica dello scrittore, la sua missione nel mondo, il suo essere tramite per la verità ma può anche essere vista come una metafora per descrivere le tante possibili versioni della storia e delle vicende libanesi. Khoury durante una delle serate al circolo dei lettori ha dichiarato che in Libano non si può parlare della memoria della guerra perché per parlarne occorrerebbe che la guerra fosse finita davvero. Khoury ha sostenuto che dopo la firma degli accordi di Ta’if (1989) la guerra in Libano sia continuata sotto altre forme. Certo, non è stata una guerra guerreggiata ma è stato un conflitto strisciante, latente, che ha pervaso la società e l’ha resa schiava, permeabile alle influenze esterne, incapace di decidere del proprio destino. In un certo senso anche per Yalo la guerra non si è mai conclusa: egli vive in una dimensione spazio-temporale che non ha futuro perché non ha passato né presente. Però, proprio attraverso la scrittura e i fogli bianchi Yalo riesce a spezzare le catene della storia e con esse quelle della sofferenza. Allo stesso modo il Libano per Khoury sembra essere un Paese che non ha futuro perché non ha passato, un paese i cui fogli bianchi sono stati profanati dai tanti commissari che si sono avvicendati nella storia di questo Paese (la Siria, Israele, i palestinesi). Eppure, come Yalo, nemmeno dopo la liberazione che avviene con la scrittura, il Libano è riuscito davvero ad affrancarsi dai suoi nemici, a riscrivere per intero la sua storia.

Elias Khoury è nato nel 1948 a Beirut dove risiede. È una delle voci più rappresentative nel panorama culturale libanese. È autore di dodici romanzi, direttore del supplemento culturale della rivista al-Nahar. Nel 2008 ha ricevuto il Sultan Oweiss Award per la narrativa e il Prix IMA pour le roman arabe.

Elias Khoury, Yalo , Einaudi, Torino 2009, 15 euro


Rosita di Peri
(11/11/2009)