Madrelingua | Kenza Sefrioui, Abdelfattah Kilito, Matteo Mancini, Kafka, Ahmed Sefraoui, yiddish, Salim Jay, ed. Mesogea, Maria Elena Paniconi, Elisabetta Bartuli, Amélie Nothomb
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Kenza Sefrioui   

Madrelingua | Kenza Sefrioui, Abdelfattah Kilito, Matteo Mancini, Kafka, Ahmed Sefraoui, yiddish, Salim Jay, ed. Mesogea, Maria Elena Paniconi, Elisabetta Bartuli, Amélie NothombLa prima lingua, la madrelingua, è il filo conduttore di Tu non parlerai la mia lingua (Mesogea, 2010), ma il titolo originale in è  in arabo, titolo ispirato ai Diari di Kafka, che evocava con gli stessi termini il suo rapporto allo yiddish. La madrelingua è l'unica lingua che si riceve “in un colpo solo” e che non presenta mai “una zona misteriosa”, diversamente da quelle imparate più tardi, che ci obbligano a restare sempre sulla difensiva. È al tempo stesso rassicurante e onnipresente : è la lingua di cui “non ci si libera”, che riemerge quando se ne parlano altre sotto forma di un accento, di una costruzione, perfino di uno sguardo, perché “si, la lingua ha un viso”. E ciò che all'orale mette a disagio, è totalmente rivendicato nella scrittura: lo scrittore magrebino che scrive in francese rivendica la sua cultura araba o berbera, e “sarebbe d'altronde inammissibile, per chi lo legge, che andasse diversamente, che il riferimento natale fosse abolito”. Questo non vuol dire che ci si deve chiudere in questa nostra lingua originale: parlare di letteratura suppone necessariamente la conoscenza di altre lingue, di altri universi letterari – o almeno “supporne l'esistenza”. “Come si può essere monolingue ?”, titolo della prima parte della raccolta, è un'arringa a favore della traduzione, che per Kilito è all'origine dei due rinascimenti arabi del IX° e del XIX° secolo, quest'ultimo chiamato anche Nahda. È la traduzione che permise il rinnovo dei generi letterari, l'ammorbidimento della lingua scritta, in poche parole, l'entrata nella “Weltliteratur, la letteratura mondiale, necessariamente plurale” - a tal punto che oggigiorno, un autore arabo si può dire veramente “pubblicato” solo se viene tradotto. Nonostante all'autore dispiaccia che la storia della traduzione sia separata da quella della letteratura araba, egli tesse l'elogio dei debiti e crediti tra letterature, in cui il debito è costruttivo: “una letteratura che non contrae più debiti è destinata a morire”.

Fino a che punto condividere questa lingua ?

 

Eppure, la riflessione di Kilito è segnata da una certa inquietudine sulla perdita di sé e l'acculturazione. “ Non si cambia spazio impunemente: si rischia di dimenticare la propria lingua; ovvero, si rischia di diventare qualcun'altro”, commenta l'autore citanto l'Epistola del perdono di Ma'arrî, in cui è scritto che Adamo quando fu cacciato dal paradiso dimenticò l'arabo, la sua madrelingua. L'autore riprende l'ipotesi che formula in Tu non parlerai la mia lingua ( Mesogea, 2010): “ Non ci piace tanto che uno straniero parli la nostra lingua: non ci piace che la parli male, e non ci piace per niente che la parli perfettamente”. In causa, la paura dell'espropriazione, l'angoscia che nasce dalla condivisione di questa lingua, che sfoca le frontiere tra sé e l'altro. Citando la disaventura raccontata in Stupore e tremori da Amélie Nothomb, a cui intimarono di scordarsi la sua padronanza del giapponese, Kilito ci parla delle resistenze alla condivisione di parole e idee, come se bisognasse proteggere gelosamente questo rapporto previlegiato con la madrelingua. C'è da dire che l'argomento sarebbe stato più pertinente se fosse stato accompagnato da una presa in considerazione dei rapporti di potere che riguardano anche le lingue; al posto di queste considerazioni sentimentali. Ma dimentichiamo che ci si fa questa domanda in un Marocco superficialmente bilingue, poiché tra francofoni e arabofoni “ad ognuno la sua letteratura”. A Kilito dispiace questo “tacito consenso alla separazione tra due mondi […] che impedisce un riconoscimento reciproco” : “Così prevale l'impressione di vivere una situazione in cui convivono due monolinguismi piuttosto che un bilinguismo”. In causa, il fatto che la letteratura era insegnata, all'epoca di Kilito, “al difuori del nostro mondo”, con dei testi francesi od orientali, ma mai di autori marocchini, e allora era diffusa l'idea che “la nostra madrelingua era bastarda, degenerata, indegna della letteratura e della scrittura”. Eppure il riconoscimento di questa madrelingua, l'arabo dialettale marocchino, permetterebbe di dare questa piacevole sensazione d'intimità. Lo stesso Kilito si dice tentato dal pensare che l'arabo dialettale marocchino, “in quanto carico di una storia e di una geografia, permetterebbe di riconoscere un'opera marocchina, in arabo o in francese, classica o moderna”. Sarebbe l'unico modo di concepire in modo globale la letteratura marocchina, scritta in arabo e in francese, di scriverne la storia, perché fin'ora, “l'unica possibilità di reunirle sembra essera l'inventario, il catalogo, il dizionario”, come quello di Salim Jay (Eddif / Paris Méditerranée, 2005). L'arringa di Kilito non va fino a sostenere una scrittura letteraria in darija, ma allarga con intelligenza il dibattito. Rendendo omaggio ad Ahmed Sefraoui, di cui saluta l'arte della traduzione in francese delle espressioni marocchine, che solo il lettore bilingue ritraduce in arabo, Kilito scrive : “La domanda: in che lingua scrive? ha senso solo se completata da quest'altra, allegramente trascurata: in che lingua legge? ”.

 


 

Kenza Sefrioui

Traduzione dal francese Matteo Mancini

03/06/2013

Abdelfattah Kilito

"Tu non parlerai la mia lingua"

Edizioni Mesogea