Le stelle che brillano contro il fondamentalismo islamista | Mahi Binebine, Sidi Moumen, Casablanca, Nabil Ayouch, Sophia Akhamisse
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Nathalie Galesne e Cristiana Scoppa   

Il 17 maggio scorso Babelmed ha accolto, presso la nuova sede della redazione, il coworking Cowall a Roma, un incontro con lo scrittore e artista marocchino Mahi Binebine, in occasione della prima traduzione in italiano di un suo libro, Il grande salto (titolo originale Les étoiles de Sidi Moumen, edito da Rizzoli).

Le stelle che brillano contro il fondamentalismo islamista | Mahi Binebine, Sidi Moumen, Casablanca, Nabil Ayouch, Sophia AkhamisseRomanzo breve e intenso, corale anche se narrato in prima persona, Il grande salto si legge d’un fiato. Il protagonista, cui Binebine dà vita con realismo impressionista, ironia e insieme delicatezza poetica, è uno dei giovani attentatori protagonisti del cosiddetto “Venerdì Nero” di Casablanca.

Correva l’anno 2003. Il terrorismo islamista che aveva insanguinato l’Algeria negli anni Novanta, durante il cosiddetto Decennio Nero, non aveva toccato il Marocco. Per questo lo shock, all’indomani del violento attacco terroristico a Casablanca, la notte del venerdì 16 maggio, presto ribattezzato appunto “Venerdì Nero”, fu ancora più grande.

Il mito dell’eccezione marocchina, paese immune al terrorismo islamista, crollava di fronte alla carneficina perpetrata da una dozzina di kamikaze provenienti dalla bidonville di Sidi Moumen. Muniti di cinture esplosive, i terroristi colpiscono contemporaneamente 5 diversi obiettivi : un ristorante spagnolo, un ristorante italiano vicino al Consolato del Belgio, un albergo internazionale, la sede dell’Alleanza Israelitica e un antico cimitero ebraico. Quando le sirene si spengono e la notte lascia piano piano il passo all’alba, il conteggio delle vittime è drammatico: 45 morti e oltre un centinaio di feriti.

//Sidi MoumenSidi Moumen

Rivendicati da Al Qaeda, gli attentati di Casablanca sono coordinati da una cellula locale affiliata all’organizzazione e denominata Gruppo Islamico Combattente Marocchino (GICM), che ha reclutato e indottrinato i giovani terroristi di Sidi Moumen.

A seguito della tragedia, che segna in maniera indelebile il primo anno del regno di Mohammed VI, il potere marocchino prende una serie di misure drastiche a tambur battente. Il 28 maggio approva una legge antiterrorismo, tuttora in vigore, che porta all’arresto di migliaia di presunti salafisti. Gli interrogatori muscolari e le vere e proprie torture che i servizi di sicurezza adottano grazie alla copertura di questa legge saranno poi denunciati dagli attivisti per i diritti umani.

Il periodo che segue gli attentati si caratterizza ciononostante per una serie di riforme ambiziose, che riguardano innanzitutto la condizione delle donne, perché alla fine dello stesso anno il re annuncia la riforma del codice della famiglia, la Moudawana. Inoltre, la politica del nuovo ministro degli Affari Religiosi, Ahmed Taoufiq, acquista tutta la sua legittimità: promotore di un islam moderato, si situa agli antipodi del suo predecessore, Abdelkebir Alaoui M’Draghri, che nei 18 anni precedenti era stato uno stretto seguace della dottrina wahabita.

Durante il regno di Hassan II Mahi Binebine era immigrato in Francia “perché gli artisti sono, per il potere costituito, come dei piromani”, dunque da estirpare con tutte le forze. Laureato in matematica, si mantiene insegnando questa materia “nelle scuole di periferia, quelle dove lo stato francese aveva parcheggiato migliaia di immigrati di origine marocchina in enormi edifici di cemento grigio, stipati gli uni sugli altri, ai margini della società”.

Dopo le elezioni francesi del 2002, quando il Fronte Nazionale per la prima volta entra in Parlamento, Mahi Binebine decide di rientrare in Marocco, e di consacrarsi interamente alla creazione artistica: dipinge, scolpisce, scrive. Ed è a Marrakech che lo sorprende il Venerdì Nero.

Come hai vissuto quel momento?

Mi ricordo perfettamente di quella giornata. Stavo ascoltando il giornale radio quando improvvisamente è stato come una doccia fredda. In Marocco non eravamo abituati al terrorismo. Pensavamo che era un problema dell’Algeria, della Cecenia, del Medio Oriente. Ovunque, ma non da noi. Eravamo sconvolti da questa carneficina. È stato allora che ho sentito parlare per la prima volta di Sidi Moumen.

Che cosa hai fatto dopo l’attentato?

Avevo un amico giornalista che era originario di questo immenso quartiere, dove vivono oggi circa 300 mila persone. Gli ho chiesto di accompagnarmici. Grazie a lui, malgrado una certa ostilità degli abitanti nei confronti di chi veniva da fuori, le persone mi hanno aperto le porte. Volevo comprendere questo luogo, e per me è stato un secondo shock. Perché si trattava di un territorio terrificante, una condizione abitativa che non pensavo esistesse nel mio paese: migliaia di persone che vivevano senza acqua, senza elettricità, con le fogne sventrate e in mezzo alle discariche… Non poteva essere il Marocco! Eh sì che c’ero passato accanto centinaia di volte, perché la bidonville si trova ai margini dell’autostrada che collega Casablanca a Rabat. Solo che è nascosta da altri muri e palizzate, per nasconderla allo sguardo.

Che cosa ti ha colpito in particolare?

La prima cosa che ho visto, arrivando a Sidi Moumen, è stato un gruppo di ragazzini che giocavano a calcio su una discarica, felici. L’immondizia che circondava ogni cosa è una violenza banalizzata, resa condizione quotidiana. È questo che ho voluto raccontare nel mio romanzo. Sono tornato decine di volte a Sidi Moumen, ho incontrato le famiglie dei kamikaze, ho mangiato nelle baracche, ho fatto le ore piccole chiacchierando con le persone.

Le stelle che brillano contro il fondamentalismo islamista | Mahi Binebine, Sidi Moumen, Casablanca, Nabil Ayouch, Sophia AkhamisseQual è stata la gestazione del romanzo?

Scrivere un romanzo che raccontasse le storie che avevo conosciuto, che cercasse di spiegare come e perché questi ragazzi si erano trasformati in kamikaze. Ma scrivevo un libro che mi faceva paura, perché se io comprendevo le loro ragioni, come dirlo in un romanzo, io che combatto il terrorismo con tutte le mie forze? Alla fine ho abbandonato il libro, e nel frattempo ne ho scritto un altro, Le Griot de Marrakech, una raccolta di storie leggere e leggende intorno alla mia città natale. Ma Sidi Moumen mi perseguitava.

Nel 2008 ho ripreso il testo e sono finalmente riuscito a trovare la chiave del libro, e a concedermi di far amare questi ragazzi ai lettori, mostrando che in fin dei conti quello che c’era di mostruoso era lo Stato, lo Stato che aveva permesso che si sviluppasse un cancro urbano come Sidi Moumen, dove avevano spinto questi ragazzi, che non erano mai andati a scuola, a vivere in condizioni disastrose.

Come spieghi il terrorismo islamista?

In un certo senso, per quello che sono riuscito a capire di Sidi Moumen, era piuttosto lo Stato a essere il terrorista, era lo Stato che aveva distrutto le forze laiche marocchine e permesso al whahabismo di penetrare ovunque nel paese. Occorre ricordare che all’epoca il nemico numero uno era il comunismo e non l’Islam whahabita sostenuto dalle petromornarchie del Golfo e dall’Arabia Saudita, questa grossa macchina che terrorizza il mondo e davanti alla quale tutti i potenti del pianeta si inginocchiano. Di fatto, durante tutti gli gli anni del regno di Hassan II la mafia religiosa a potuto penetrare e mettere radici nelle bidonville del paese.

Le stelle che brillano contro il fondamentalismo islamista | Mahi Binebine, Sidi Moumen, Casablanca, Nabil Ayouch, Sophia AkhamisseQuando ho cominciato la mia inchiesta su Sidi Moumen, ho ritrovato lo stesso malessere che avevo già conosciuto 17 anni prima, quando ho scritto Cannibales, il romanzo sui giovani marocchini che cercano a tutti i costi di emigrare illegalmente in Occidente. Quando ho scritto quel libro, se ne parlava ancora poco. Ma a dire il vero, la storia degli attentatori aveva molti tratti in comune con quei giovani in attesa di partire, assolutamente deprivati di ogni risorsa, senza alcun sogno da realizzare nel proprio paese. Loro avevano scelto di imbarcarsi su un barcone per andare a Parigi, a Milano… Questi di abbandonare questa terra per il paradiso. In queste due realtà parallele troviamo lo stesso business che conduce i ragazzi alla morte.

Ci sono delle similitudini anche con gli attentati terroristici che hanno colpito recentemente l’Europa, Parigi e Bruxelles?

Anche in Europa i giovani sono stati parcheggiati nelle periferie, e poi ci si è dimenticati di loro per diverse generazioni. Anche lì, come a Sidi Moumen, è toccato ad occuparsi dei giovani, approfittando del vuoto in cui erano stati lasciati, per dare loro una parvenza di dignità attraverso l’arruolamento nella fila del terrorismo islamista. Ci vogliono solo due anni per radicalizzare un adolescente, è un processo molto rapido. E lo scenario internazionale facilita questo processo. Tutto è cominciato con le menzogne che hanno portato all’invasione dell’Iraq che ha fatto migliaia di morti e destabilizzato un’intera regione, per arrivare fino all’intervento in Libia per cacciare Gheddafi lasciando il paese nel caos. Non c’è dunque da stupirsi che questi conflitti siano esportati anche in Occidente.

Cosa sta cambiando oggi in Marocco?

In Marocco si è ormai preso coscienza del problema. Il governo ha capito che la stabilità del paese passa dal superamento delle bidonville. Credo che nel complesso la società marocchina se la passi meglio. Per questo sono rientrato a vivere in Marocco dopo 22 anni di esilio.

Insieme a Nabil Ayouch a Sidi Moumen ha creato la Fondazione Ali Zaoua e aperto il centro “Les étoiles de Sidi Moumen”, perché?

Con Nabil Ayouch, che dal mio romanzo ha tratto il film I cavalli di Dio, che ha avuto un grande successo ed è stato premiato a Cannes nel 2012, abbiamo voluto fare qualcosa per i bambini di Sidi Moumen, un modo per connettere il quartiere al resto di Casablanca e aprirlo al mondo. Grazie al successo del romanzo, tradotto in 15 lingue, e del film, siamo riusciti a mettere insieme i fondi per creare un centro culturale, Le stelle di Sidi Moumen, che poi era il nome che avevo inventato per la squadra di calcio di quartiere nella quale giocavano i protagonisti del mio libro.

Il centro occupa una superficie di 2 mila metri quadrati coperti, è circondato da un giardino di 1.500 metri quadrati realizzato dagli stessi ragazzi, e comprende un sala cinema da 200 posti, una biblioteca di coltre 15 mila volumi, una sala per la danza classica e contemporanea, una sala musica con tutti gli strumenti, una sala computer con 40 postazioni, e una caffetteria dove ragazzi e ragazze si possono incontrare in libertà, e diverse sale formazione. Al momento ci sono ca. 400 ragazzi iscritti e altrettanti che partecipano ai corsi gratuitamente. Il centro è diretto da una donna straordinaria, Sophia Akhamisse. È un luogo dove si danza, si canta, si fa teatro, si imparano le lingue, si fanno corsi di giornalismo.

//TRAILER - Les chevaux de DieuTRAILER - Les chevaux de Dieu

Che reazioni ci sono state al progetto?

All’inizio non è stato facile. Bisogna pensare che noi siamo andati nel territorio dei fondamentalisti, a pescare nel loro stesso bacino di “utenti”. Ma piano piano, grazie alla collaborazione con le organizzazioni della società civile che nel corso del tempo si sono comunque costituite nel quartiere, il Centro è diventato una realtà. Quando è uscito Much Loved, il nuovo film di Nabil Ayouch, gli islamisti hanno organizzato un sit in davanti al centro, oltre 300 persone, con le loro lunghe barbe, vestiti di bianco, che gridavano slogan tipo “Se frequentano questo posto, le vostro figlie diventeranno delle puttane”. Ma sono state le stesse madri, con le bambine, che entravano al centro, a cacciarli. E ogni tanto vedi arrivare un nonno, con la sua djellaba bianca, la sua barba, il berretto, che tiene per mano la nipotina in tutù rosa… La cultura della vita, contro la cultura della morte.

Quali sono i nuovi progetti in cantiere?

In due anni e mezzo il centro è diventato un modello. Ed è stato capace di attirare fondi sufficienti al punto che Nabil ed io non abbiamo più bisogno di sostenerlo. Grazie a una donazione di un emigrante marocchino che ha fatto fortuna negli Stati Uniti e che si è innamorato del progetto, stiamo realizzando altri due centri simili, uno a Fes, l’altro ad Essaouira. Un terzo dovrebbe aprire a Ouarzazate, e sarà sostenuto dall’impresa che sta realizzando il vasto impianto di pannelli solari per la produzione di elettricità del Marocco, uno dei più grandi del mondo, in previsione anche dell’espansione della città. Infine, in occasione della Cop 22, la conferenza sul clima che si è data appuntamento a Marrakech a settembre prossimo, la Prefettura mi ha appena offerto uno spazio pubblico per realizzare un centro simile nella mia città natale. E nascerà nella scuola elementare che ho frequentato da bambino, abbandonata da qualche anno. La cultura della vita, contro la cultura della morte, è questo che bisogna fare!

 


 

 Nathalie Galesne e Cristiana Scoppa