Muri, lacrime e Za’tar, Voci e storie di vita dalla Palestina | Catherine Cornet, Gianluca Solera
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Catherine Cornet   
Muri, lacrime e Za’tar, Voci e storie di vita dalla Palestina | Catherine Cornet, Gianluca SoleraGianluca Solera ha scritto ‘Muri, lacrime e Za’tar’ perché si sentiva debitore. Ha raggruppato e pubblicato le sue impressioni e i suoi incontri durante il soggiorno in Palestina, come altrettanti doni resi a una terra che gli ha dato e insegnato molto. Pellegrino, accompagnatore del Parlamento europeo, studente di arabo, giornalista, sotto diverse facce l’autore non dissimula il medesimo obiettivo: “Ho voluto pagare il debito che sentivo di avere verso questa terra e il suo popolo, al quale la pace è rifiutata da troppo tempo”, scrive nell’introduzione. Partendo sulle tracce dei luoghi santi, la guida sottobraccio, egli si è lasciato trasportare nella vita quotidiana di persone che “sanno ravvivare il cuore, quando, caduta la notte, chiusi i check point e asciugate le lacrime dietro i muri, si accontentano dei piccoli piaceri della vita come lo za’tar all’olio d’oliva, dentro cui è così buono inzuppare il pane fatto in casa”. Da turista a compagno, Gianluca Solera ha voluto capire i meccanismi umani che sottendono o patiscono l’occupazione e la violenza.

La narrazione è di una grande onestà e lo stile misurato corrisponde alla modestia del viaggiatore-autore, che al suo arrivo nella regione, si è visto disorientato e soprattutto incapace di decifrare tutta la complessità di questa terra. Un giorno, nel passaggio al check point di Qalandiya, un soldato gli dice “La Palestina non esiste!”. Udita l’affermazione, è stata proprio questa a dargli la voglia di scrivere, nel momento in cui si è sentito “ignorante come il soldato di Qalandiya (..) Ho voluto sopperire alla mia ignoranza descrivendo i luoghi della segregazione, le città e le università assediate, la vita attorno alle colonie israeliane, le vittime della macchina oppressiva, l’immaginario della Palestina cancellato dalla storia recente, l’impronta viva dei testimoni di Cristo. Ho provato a farlo ascoltando anche i protagonisti della società civile israeliana che cercano la riconciliazione, la voce dei politici che propongono un’alternativa a quella dei loro governi, gli uomini di chiesa che parlano del ruolo dei cristiani in Terra Santa e le tensioni che vivono tutti i giorni”.

L’empatia con un popolo che soffre si scopre in tutti i colloqui che ha condotto con gli attori della società civile israeliana e palestinese. Nel momento in cui la segregazione e la violenza potrebbero annullare l’identità della Palestina, l’autore registra i gesti e le parole, ogni dettaglio della vita quotidiana, documenta la sofferenza palestinese e le conseguenze, sociali e umane, dell’occupazione sotto gli Israeliani. Egli cerca di comprendere partendo dal basso, ascoltando una società civile vivace, incontrando politici, rifugiati, professori, vescovi e patriarchi, resistenti e persone comuni. Ricostruisce il quadro di una terra confusa e divisa: si può anche incontrare un colono intransigente di Qiryat Arba che descrive una Ebron di due parti; o lasciarsi condurre da un rabbino tra i beduini che vivono nelle baracche alla periferia degli eleganti quartieri di Gerusalemme Est.

Talvolta, il quadro finale appare assai cupo: che ne sarà dei bambini che ogni giorno vivono, sperando che il piombo nella testa non esploda? O di quella vecchia signora a cui hanno tolto tutto per punirla di aver avuto un figlio kamikaze? Ma i personaggi incontrati spesso sono così forti e combattivi da permettere anche la speranza, come l’incredibile energia vitale di Suad Amiry, autrice di ‘Cappuccino a Ramallah’ , o i gruppi israeliani del Comitato “Breaking the silence”, che cercano di spezzare il silenzio militare per lasciar parlare i dolori personali. Descrivendo con grande ammirazione la tenacia del popolo palestinese e il coraggio insensato di certi soldati d’Israele, l’autore fa intravedere delle fessure nei muri. E permette in qualche modo di passarvi attraverso.

Per un lettore laico –che può essere meno abituato a una lettura religiosa del mondo-, un’altra particolarità dello scritto è che Gianluca Solera è un pellegrino, un cattolico praticante che si apre al Medio Oriente, facendo continui riferimenti all’universo biblico. Lo statuto della Terra Santa, che porta nel cuore di se stessa la storia di tre monoteismi, aggiunge alla narrazione un tono particolare. Se nell’attualità politica il conflitto è letto come antagonismo tra musulmani e ebrei, un autore cristiano rammenta gli equilibri e ricorda che, almeno spiritualmente, l’attaccamento a questa terra è altrettanto profondo per i cristiani, che per gli ebrei o i musulmani. Davanti a questa testimonianza di buona volontà, ci si richiama con un po’ di nostalgia alla soluzione vaticana per la Palestina, la sua famosa soluzione di una Gerusalemme città internazionale, come di recente lo ricordava a Roma il cardinale Jean-Louis Tauran, nuovo presidente del consiglio pontificale per il Dialogo interreligioso: ”Gerusalemme è un luogo simbolico e due sono i problemi che vengono a porsi: una questione politico-territoriale, il che equivale a dire che bisogna sapere se Gerusalemme deve essere la capitale di uno o due Stati e un problema spirituale riguardo lo statuto dei luoghi santi di tre religioni. Questa presenza di ben tre luoghi santi dà alla città di Gerusalemme una natura sacra e coesa; noi dobbiamo preservare per l’avvenire questa sacralità e il carattere unico della città dovrà essere oggetto di uno statuto speciale, garantito a livello internazionale”. La testimonianza cristiana permette anche un arbitrato e l’uscita dalla pericolosa dicotomia Islam e Stato ebraico. A conferma, il seguente passaggio di un’intervista a Padre Pietro, tratta da uno degli ultimi capitoli dell’opera. Padre Pietro è l’autore di svariate pubblicazioni sulle tre religioni abramitiche e della traduzione in arabo del Libro dei Salmi. Questo colloquio dona un’ottima prospettiva al valore del libro di Gianluca Solera, una testimonianza scritta con curiosità e empatica volontà di comprendere.

“Padre, gli ebrei dicono che Dio ha donato loro questa terra, i musulmani che si tratta di un patrimonio musulmano. Ma se guardiamo alla storia, i primi abitanti di questa terra furono i Cananei. Un passaggio dal Libro di Ezechiele dice: “Tu, Gerusalemme, sei figlia di padre amoreo e madre ittita”. Hanno abitato la Terra Santa numerose civiltà: i pagani durante otto secoli, gli ebrei per cinque e mezzo, i musulmani circa dodici. A chi, dunque, appartiene questa terra?” gli pongo questa domanda, mentre la sorella ci serve un bicchiere di limonata.
“Questa terra appartiene al popolo di Cana, che è fuggito dalla siccità dell’Arabia, e ai suoi discendenti. All’alba della storia, la presenza cananea si consolida in tutta la regione, attraverso i Filistei sulla costa e le diverse tribù o clan, come gli Ittiti, gli Amorei, i Gebusei e gli Israeliti- che arrivano in periodi differenti- nell’interno. Allora Gerusalemme era conosciuta sotto il nome di Jebus. Davide e gli Israeliti occuperanno militarmente Gerusalemme nei circa mille anni prima della nascita di Cristo. Oggi chi sono i legittimi discendenti dei Cananei? La risposta è legata a un principio: né la teocrazia, né i Dieci Comandamenti danno il diritto di scacciare o uccidere qualcuno perché la terra apparteneva agli avi. Questa terra non può divorare i suoi abitanti: l’uomo è più importante della terra” (…) Sondo, quindi, la sua anima: “Allora questa terra appartiene agli ebrei, ai cristiani o ai musulmani?”.
“Non possiamo dare una risposta banale alla questione dell’appartenenza. Un proverbio arabo dice “Vuoi la verità o sua cugina?”. Per gli ebrei, l’unico cittadino è l’ebreo, l’altro è ‘gher’, ossia l’ospite del popolo ebreo su questa terra. Come sono arrivati in Terra Santa i cristiani? Da nessuna parte. I cristiani erano antichi ebrei o antichi pagani. Gesù, uomo di questa terra, entrerà a Gerusalemme con un asino e non su un cavallo, simbolo di battaglia. Ha avuto la parentesi delle Crociate, certo, ma i crociati furono guidati dalla cristiani d’Occidente, non dai cristiani locali.
In due secoli, le famiglie crociate rimaste in Terra Santa, vennero arabizzate o, ugualmente, islamizzate. E come si è imposto l’Islam? Con Al-Futuhat, le conquiste, che non furono nient’altro che occupazioni militari. L’unica religione a ‘entrare’ in Gerusalemme senza violenza fu la religione cristiana, e, malgrado questo, i cristiani sono i soli a dire che questa terra appartiene a tutti e che tutti dobbiamo essere uguali su questa terra”.


Muri, lacrime e Za’tar, Voci e storie di vita dalla Palestina | Catherine Cornet, Gianluca SoleraGianluca Solera è nato sul lago di Garda nel 1966. Dopo molti anni a Bruxelles come consigliere politico del Parlamento europeo, nell'estate del 2004 è partito per la Palestina, che ha percorso tra andate e ritorni per due anni. Attualmente è Coordinatore delle reti della Fondazione euromediterranea Anna Lindh per il dialogo tra le culture, che ha sede ad Alessandria d'Egitto.


Catherine Cornet
25/06/2008
(Traduzione di Maddalena De Bernardi)