Mohammad Bakri, la verità a tutti i costi | Enzo Ferrara - Carlo Tagliacozzo
Mohammad Bakri, la verità a tutti i costi Stampa
Enzo Ferrara - Carlo Tagliacozzo   
Mohammad Bakri, la verità a tutti i costi | Enzo Ferrara - Carlo Tagliacozzo
Mohammad Bakri
Mohammad Bakri è un attore e regista arabo-israeliano. Giudicato miglior attore in “Haifa” (1995) di Rashid Masharawi, ha recitato fra gli altri per Constantin Costa-Gavras (“Hanna K.”, 1983), Uri Barbash (“Oltre le sbarre”, 1984) e Amos Gitai (“Esther”, 1986). Più di recente, ha lavorato con il giovane regista italiano Saverio Costanzo in “Private” (2004). Nel 2007 ha recitato in “La masseria delle allodole”, opera di Paolo e Vittorio Taviani sul genocidio armeno. Da regista ha diretto i documentari “1948” (1998), sulla Nakba, la “Catastrofe” che colpì il popolo palestinese alla proclamazione dello Stato d’Israele, e “Jenin, Jenin” (2002). Nel 2007 ha prodotto “Da quando te ne sei andato”, dialogo immaginario con l’intellettuale e attivista arabo-israeliano Emile Habibi, scomparso nel 1996. Per aver realizzato “Jenin, Jenin”, Bakri è stato accusato da cinque militari di aver falsificato la realtà e di aver ricevuto fondi dal ministero palestinese della cultura. L’intervista è stata raccolta prima della sentenza del tribunale di Petah Tikva che quest’estate ha respinto il ricorso per diffamazione presentato dai soldati israeliani accusando il regista di aver diffamato l’intero esercito israeliano, ma non quei cinque in particolare. In questo modo Bakri non sarà costretto a pagare le richieste di risarcimento danni presentate dal gruppo di militari.

Qual è la tua storia?
Sono nato nel 1954 ad Al-Bi’nah (Bina), un piccolo villaggio della Galilea, che nel 1948 aveva meno di mille abitanti. In quel periodo la Palestina non era troppo diversa dell’Italia meridionale per il territorio e l’agricoltura, il 20% della popolazione era di religione cristiana e c’era una borghesia molto attiva commercialmente e culturalmente. Vivo ancora nel villaggio dove sono nato. Mio padre era uno scalpellino, un operaio tagliatore di pietre, mia madre curava la casa e allevava noi ragazzi che eravamo tanti: sette sorelle e quattro fratelli, io sono l’ultimo nato. Ho frequentato le scuole elementari del villaggio e le scuole secondarie nella cittadina di Akko, sul mare. Poi sono andato all’Università di Tel Aviv. All’Università non ti saresti mai accorto della differenza fra un palestinese e un israeliano. C’erano un ambiente e una comunità molto accoglienti anche se la situazione politica all’esterno era molto difficile. Sono stato fortunato, studiavo teatro, i miei insegnanti erano tutti israeliani, ma non c’era nessun problema fra arabi e israeliani.
Col tempo, con l’esperienza quotidiana, crescendo, la mia carriera artistica ha seguito un indirizzo preciso in termini di impegno e di testimonianza. Ma non è stata una mia decisione, semplicemente mi sono ritrovato in quella situazione e il mio carattere si è formato di conseguenza. Inoltre, ho incontrato uno dei miei maestri Emile Habibi quando ero ancora bambino. Era un intellettuale palestinese con cittadinanza israeliana, un leader carismatico del partito comunista, fiero oppositore dell’occupazione militare in Galilea. Teneva discorsi pubblici, era una persona molto coraggiosa, combatteva l’occupazione con i metodi della nonviolenza e ha fatto più volte parte del parlamento israeliano, la “Knesseth”. E’ stato Habibi a insegnarmi la nonviolenza, il senso della giustizia e della dignità.

Mohammad Bakri, la verità a tutti i costi | Enzo Ferrara - Carlo TagliacozzoAd Emile Habibi hai dedicato il tuo ultimo film, “Da quando te ne sei andato”, che è anche una tua autobiografia...
“Da quando te ne sei andato” non è un’elegia a Emile Habibi, e non è nemmeno il racconto della sua o della mia storia. Ho pensato al film piuttosto come a un dialogo, una conversazione tra due amici che si ritrovano dopo lungo tempo. Io racconto ad Emile le nascite, le morti e tutti gli avvenimenti che hanno scosso la nostra terra dopo la sua scomparsa, nel 1996. Lui si dimostra a volte entusiasta e a volte pessimista, speranzoso e scettico. Emile Habibi è il padre della letteratura palestinese dell’assurdo: se la condizione umana è inesorabilmente assurda, può essere rappresentata solo con opere e scritti anch’essi assurdi. Habibi guardava al dramma del popolo palestinese con compassione, con sincerità ma anche e soprattutto con ironia. Da quando non è più con noi abbiamo bisogno più che mai di ricordare la sua testimonianza e la sua perspicacia.
Ho realizzato un testo teatrale, “Il pessottimista” basato su un suo racconto del 1986. Un uomo racconta la propria vicenda, dice: “La mia storia comincia con un miracolo. Stavo andando con mio padre a dorso di un mulo quando tutto intorno sono cominciati degli spari. Mio padre è stato colpito ed è caduto. Così mi sono riparato dietro il mulo, poi anche il mulo è stato colpito. Io però non mi sono fatto niente, e questo è stato sicuramente un vero miracolo. Vedete che mi è andata proprio bene: sono sopravvissuto, sono fortunato”. Questo è il pessottimismo: qualunque situazione è sempre migliore di una ancora peggiore. Io credo che il pessottimismo sia un atteggiamento molto diffuso nel mondo, non appartiene solo ai palestinesi. E’ dappertutto dove si trovano minoranze, persone deboli, oppresse. Lo trovi in Italia, in Sicilia, a Roma, dappertutto. E’ la filosofia della sopravvivenza spiccia, quella che spinge ad affermare che qualunque cosa possa capitare, per quanto brutta, potrebbe sempre andare peggio. Il personaggio di questa storia è un esempio molto negativo, io non condivido il suo atteggiamento. Con tutto il rispetto per chi è oppresso, ho deciso di realizzare il testo per trovare una via di uscita da quella condizione, non per sostenerla. Il pessottimista è falso, ipocrita, non affronta i problemi, non lotta. E’ una persona finta, senza un minimo di onestà. Io penso che si debba essere onesti, che si debba lottare, essere se stessi e orgogliosi di quel che si è senza dover nascondere i propri sentimenti e le proprie passioni. Soprattutto dobbiamo raccontare la verità, anche se questa non è piacevole. Habibi scrisse “Il pessottimista” per liberarsi di questa condizione e noi dobbiamo liberare la nostra anima dall’atteggiamento di chi dice “Ok, ok, grazie. Basta che non mi uccidi, va tutto bene”. E’ lo stesso messaggio del Candido di Voltaire, del Buon soldato Sc’vèik di Hasek. Purtroppo questo è anche l’atteggiamento prevalente nel mondo. Si dice: “In Iraq ci sono stati solo centomila morti, o duecentomila, ma potevano essere molti di più”, oppure sui miei film, “Preferisco non prendere posizione, purché non dicano che sono antisemita”.

Mohammad Bakri, la verità a tutti i costi | Enzo Ferrara - Carlo TagliacozzoDopo “Jenin, Jenin”, che ha sollevato così tante polemiche, ti sei sentito solo, abbandonato?

Non sono solo, assolutamente. Ho molti amici, in tutto il mondo, che stanno dalla mia parte. Anche in Israele alcune persone hanno superato i loro timori e si sono schierate con me: perfino il mio avvocato, mister Feldman, è israeliano. Mi rendo conto che ci sono molte persone preoccupate per quello che sta accadendo, sempre più israeliani protestano contro il loro governo e vengono al processo, organizzano dimostrazioni, e il loro numero aumenta ogni volta. Sono certo che alla prossima udienza saranno ancora di più. Non sono solo.
Ma ciò che mi rincuora sopra ogni cosa è che i miei amici si organizzano per aiutarmi. Per esempio in Italia, dopo il concerto dello scorso anno all’Auditorium di Roma con la scuola di musica “Al Kamandjâti” di Ramallah, hanno organizzato questo mio giro in Italia, in 34 città, per sostenere la mia causa. Apprezzo molto questo gesto.
Girare il film non è stato difficile, se non emotivamente. Era pericoloso, c’erano ancora sparatorie, ma ho solo dovuto accendere la telecamera e poi sono andato in giro a intervistare le persone. “Che cosa è accaduto?”, chiedevo, e mi hanno raccontato le loro storie, dei loro figli delle loro case. Esperienze, sentimenti, paure, sofferenze, speranze: il desiderio di pace, la fine dell’occupazione. Soprattutto la fine dell’occupazione.

Com’è cambiata la tua vita dopo “Jenin, Jenin”?

Prima di “Jenin, Jenin” la mia vita era molto semplice: in Israele ero rispettato e apprezzato, lavoravo in teatro, al cinema, non avevo problemi. Dopo sono diventato il diavolo, non per la gente, ma per le istituzioni. Non è il pubblico che mi è ostile, ma il governo, i media e la politica. La mia vita è cambiata, dicono che sono un terrorista. Non me lo aspettavo, non lo avrei pensato nemmeno nel peggiore dei miei incubi.
Ho avuto un’altra esperienza terribile, contraria a ogni mio principio. Non credo nella violenza, sono per la resistenza nonviolenta e l’ho sempre affermato. Purtroppo uno dei miei nipoti -ho alcune decine di nipoti- è stato coinvolto in un terribile atto terroristico compiuto da un attentatore suicida. Era un suo amico, erano stati assieme nei giorni precedenti l’attentato. Ma io e la mia famiglia non siamo responsabili per questo. I giornali hanno scritto invece che se lui era mio nipote, dunque anche io ero colpevole per questo. Ma allora dobbiamo considerare che se Misna Igal Amir ha ucciso Rabin, allora anche tutta la sua famiglia è colpevole per quell’assassinio. Non riesco a capire perché non si faccia un’equazione analoga. In modo assai poco originale tutto questo si è sommato con la produzione di “Jenin, Jenin” ed è partita una campagna contro la mia persona. Il fatto è che quanto è raccontato in “Jenin, Jenin” è difficile da accettare. Tuttavia, l’ho detto molte volte, la mia lotta non è legata all’islam. Io non ho problemi con gli ebrei ma col governo israeliano. La lotta contro l’ebraismo non mi appartiene. Mio nipote ha fatto una cosa terribile, ma non c’entra niente con me né col mio lavoro e non rinnego la mia produzione. Purtroppo tutta la famiglia è stata coinvolta, però la vita continua, succedono anche cose belle: per esempio il mio figlio maggiore è diventato attore anche lui, ha recitato in “The band’s visit”, nominato per l’Oscar.

“Vilipendio delle forze armate” è un’accusa che speravamo di non sentire più trattando di cinema e di cultura...

Il film non parla del massacro, è un film sulla verità e per la verità ci sono sempre versioni diverse, come in “Rashomon”. E’ un film di parte, “one side movie” lo dice anche il sottotitolo, ma il governo israeliano non ha apprezzato il mio sguardo-Rashomon e così sono diventato un soggetto molto ostile per Israele.
Adesso sono chiamato di fronte alla corte perché cinque soldati mi hanno chiamato in causa, chiedono un risarcimento di due milioni e mezzo di shekel (circa 500 mila euro) per aver offeso il loro onore. Ma il film racconta la sofferenza della popolazione di Jenin dopo l’incursione, iniziata il 2 aprile 2002: non volevo parlare dell’esercito, volevo che la popolazione avesse spazio per raccontare. In giudizio ci sono anche le cineteche di Tel Aviv e Gerusalemme che hanno messo in programmazione il film dopo la sua uscita, perché a quell’epoca era sotto sequestro. La pellicola fu bloccata per due anni e solo dopo un mio ricorso all’Alta Corte di Giustizia, la proiezione è stata autorizzata in tutto Israele. Nonostante questo, il film non è più andato in programma. Addirittura, il canale satellitare franco-tedesco “Artè”, che aveva comprato “Jenin, Jenin”, non lo ha mai mandato in onda. Penso che sia per le pressioni delle ambasciate israeliane che in tutto il mondo ostacolano la diffusione della verità sull’occupazione. Hanno messo in atto un vero massacro mediatico nei miei confronti.
Quel che più mi innervosisce è che se sarò giudicato colpevole la gente in Israele penserà che il mio film sia solo una massa di menzogne. C’è anche il pericolo che nessuno abbia più il coraggio di raccontare la verità. Voglio essere giudicato innocente perché non ho mai manipolato nessuno. So però che in Israele può accadere di tutto se il soggetto è un arabo, dipende dalle affermazioni politiche. Farò un film sul processo, ma vorrei raccontare anche storie d’amore. Anche il film “Private” di Saverio Costanzo è stato mostrato in tutto il mondo, ma non in Israele. E’ un grande film, tutti lo hanno apprezzato. Non si poteva fare una campagna contro Costanzo, ma il suo film è stato come spazzato via. “Private” non è né anti-israeliano né pro-palestinese, racconta la storia di un’abitazione palestinese occupata dai soldati, di quello che succede fra la famiglia e i soldati o nella famiglia stessa. Sono orgoglioso di essere fra i fautori di questa pellicola che parla di una resistenza non violenta, delle piccole cose della vita. Ma forse non si vuole parlare neppure di questo. E la motivazione è politica: negli Stati Uniti e in Israele non si vuole che la gente, che io credo non sia diversa da me e da te, veda questo film. Io penso che alcuni israeliani sappiano la verità, che alcuni non la sappiano e che alcuni non la vogliano conoscere. I miei film sono per quelli che non conoscono la verità. Da tempo oltre un milione e mezzo di persone soffre per la politica israeliana a Gaza. Non credo che Gaza corrisponda ad Hamas, che tutta Gaza stia sparando missili contro Israele. Se avessi potuto sarei andato laggiù a fare “Gaza, Gaza”.
Ciononostante, non odio gli israeliani. Sono molto arrabbiato con loro, ma non li odio e la differenza fra rabbia e odio è molto grande. Credo che ogni palestinese possa dirsi profondamente adirato contro Israele, ma non ho mai, davvero mai, paragonato quello che succede ai palestinesi con quello che è accaduto agli ebrei durante l’Olocausto. Considero l’Olocausto il crimine più mostruoso mai commesso dall’umanità, oltretutto commesso sistematicamente. Nel 1948 i palestinesi sono stati cacciati dalla loro terra ma non è la stessa cosa, non si può paragonare il sistema israeliano con il nazismo. Neppure credo che tutti i soldati e tutti i comandanti dell’esercito israeliano siano uguali. Mi metto nei panni di un giovane soldato, che non è andato abbastanza a scuola ed è obbligato a fare questo servizio militare, considero anche lui una vittima. So che la leadership palestinese è corrotta, come quella israeliana, americana e italiana. Ma bisogna prima offrire ai palestinesi il controllo del loro stato, perché possano regolarsi con la loro leadership. Io dico, dateci il rispetto e in cambio ci libereremo della nostra rabbia, dateci pane e libertà e in cambio ci libereremo dall’odio. Sto cercando di scrivere una nuova trama, è una speranza, ma il processo non mi permette di concentrarmi. Vorrei scrivere una storia d’amore, magari fra un palestinese e un’israeliana, che sappia andare oltre la disperazione. Credo che sia arrivato il tempo di andare oltre, dobbiamo sforzarci di essere ottimisti per creare un futuro nuovo. Credo che israeliani e palestinesi siano esausti e che entrambe le parti abbiano necessità di trovare una soluzione. Purtroppo né la leadership israeliana né quella palestinese si prendono questa responsabilità per il loro popolo. Continuo a girare film per questo. Affronterò il processo con l’intenzione di non pagare nemmeno un solo shekel, anche se dovessero giudicarmi colpevole.
La mia speranza è che arrivi il giorno in cui gli israeliani mi ringrazieranno per aver girato questo film. Un giorno diranno: “Mohammad Bakri aveva già raccontato tutto questo e lo aveva fatto già dieci anni fa, quindici anni fa”.

A cura di Enzo Ferrara e Carlo Tagliacozzo
Per gentile concessione da UNA CITTÀ n. 161
(31/03/2009)