Palestine o le metamorfosi dello spazio | Alessandro Rivera Magos
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Alessandro Rivera Magos   
Palestine o le metamorfosi dello spazio | Alessandro Rivera MagosNel centro di Hebron, in un piccolo motel chiamato “I giardini del soggiorno”, Israele e Palestina si amano. Nel chiuso di una stanza, in attesa che il solito check-point si apra e che abbia un senso uscire avendo una direzione in cui andare, in cui poter andare, Israele e Paelstina intrecciano i corpi, le mani dell'uno sotto i vestiti dell'altra, superano i confini più intimi.
È solo letteratura, naturalmente, una storia inventata. “Palestine” di Hubert Haddad, pubblicato nel 2009 in Italia per le edizioni “Il Maestrale”, è la storia del soldato israeliano Cham che, ferito in un agguato e rapito da un commando, perde la memoria e viene accolto da una famiglia palestinese. Diventa per tutti Nessim, il fratello scomparso della giovane Falastin, cui Cham somiglia in modo impressionante. Da un giorno all'altro Cham sfiora la morte e rientra nella vita da uomo nuovo. Dovrà ricominciare un nuovo apprendistato, fino a diventare la nemesi di Cham. Si innamora di Falastin, soffre come un palestinese dei soprusi israeliani, matura la stessa rabbia e disperazione, gli stessi intenti suicidi...
Quel che viene da chiedersi è dove sia la letteratura, o meglio, dove sia davvero la finzione.
Amin Maalouf proponeva nel suo “Les identités meurtieres”, di provare “un gioco mentale, rivelatore” di quanto sia relativo ciò che chiamiamo appartenenza o identità. Suggeriva di immaginare di sottrarre un neonato al suo ambiente di nascita, per farlo crescere in un altro del tutto differente, in cui vi fossero magari una religione diversa, una lingua diversa... o addirittura in guerra aperta con il contesto originario. Naturalmente, quel bambino non ricorderebbe nulla della casa, la famiglia, la cultura e il paese in cui è nato, e per un semplice cambiamento di luogo diverrebbe l'ottimo attore di un'altra casa, un'altra famiglia, un'altra cultura...
Questo romanzo racconta quel gioco, per cui non si può dire cos'è che faccia di Cham un israeliano un giorno e il giorno dopo un palestinese, al di là della realtà mutevole in cui si trova ad agire, del semplice fatto di trovarsi dall'altra parte. Quando Cham era un soldato israeliano pensava inquieto ai problemi dei suoi familiari ed era innamorato, una volta palestinese lo angosciano i guai della sua famiglia e si innamora allo stesso modo. Se il gioco è così facile, allora, ci si chiede cos'è che i check-point e i muri separano così strenuamente.
Fernand Braudel ha scritto che le civiltà sono spazi e che la prima realtà di una civiltà è il suo spazio. Stando così le cose, tutto diventa più effimero. Quello che rappresentiamo, chi diciamo di essere è una questione di posizione e l'uomo non sa restare sempre nello stesso posto. Di fatto, ha bisogno di terra non solo per vivere, ma anche per farsi un'idea di sé stesso. L'errore, probabilmente, sta nel mettere insieme due piani così diversi fra loro.
La storia di Israele e Palestina in questo senso è di tutta evidenza. Gli ebrei israeliani mantengono un rapporto molto stretto fra il proprio sentirsi ebrei, la terra in cui vivono e la storia che legano ad essa. Eppure queste tre cose hanno poco a che fare l'una con l'altra. La maggior parte degli ebrei che vivono in Israele oggi ha origini del tutto diverse e remote: russi, ucraini, yemeniti, etiopi, marocchini, ecc.. Nessuno di loro, né dei loro avi, per molte discendenze aveva mai visto la Palestina prima che essi “vi facessero ritorno” e quella terra ormai non ha una sola storia da raccontare, ma molteplici, come le culture che l'hanno chiamata “casa”. Eppure un ebreo israeliano è disposto a correre il rischio di morire pur di vivere in Israele, quasi che scindere questi tre elementi sia per sé minaccia più grave della morte.
Palestine o le metamorfosi dello spazio | Alessandro Rivera Magos
Allo stesso modo un palestinese sa di essere tale molto più oggi, che questa rivendicazione gli è negata o che addirittura non può far più ritorno in “patria”, di quanto non potesse saperlo un secolo fa. Il posto in cui i suoi genitori o i suoi nonni sono vissuti e in cui lui o lei stessa vivono li fa palestinesi attraverso la malinconia di uno Stato che non è mai esistito.
Tuttavia, essere palestinese o israeliano vuol dire di per sé appartenere a due esistenze radicalmente diverse fin dalla nascita, a meno che qualcuno non ci faccia la cortesia, o il dispetto, di cambiarci posto.
Ecco perché leggendo di Cham/Nessim, ci si chiede dove sia la finzione. Se siano più realisticche una storia inventata, che parla di metamorfosi dello spazio, o le vite vissute davvero nella convinzione di essere l'idea di qualcosa. Nessuno appartiene a sé stesso, o meglio nessuno possiede per intero la propria vita; è una commedia che si recita a parti assegnate.
Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun ha raccontato, in “Partire”, l'ironia a volte crudele e mortifera che assume tale commedia. Azel, uno dei protagonisti del racconto, è un tangerino che sogna di andare in Spagna. Non può perché è marocchino e non gli è concesso. Così passa il tempo a guardare la casse che al porto vengono caricate sulle navi. Le invidia. Lui, uomo, arriva ad invocare il diritto di essere una di quelle casse, per poter viaggiare e lasciare il Marocco.
Le differenza tra Cham e Nessim non sta in quello che sono, ma nell'uso che viene loro concesso di sé e dello spazio.
Apparentemente, l'uomo sembra afflitto da due problemi opposti: un eccesso di spazio e la sua mancanza. Tuttavia in entrambi i casi, gli effetti della malattia sono mortali.
Il risultato dell'idealizzazione dello spazio, che è un eccesso perché è una forma di possesso, sono quelle “identità”, collettive o individuali, che portano spesso a “ismi” tendenti alla violenza, come il nazionalismo, il razzismo, il fondamentalismo, fino a propaggini inquietanti o strambe come il nazismo e l'irredentismo.
Gli effetti dell'assenza di spazio non sono meno deleteri. In antropologia, perché uno spazio sia un luogo umano, occorre che l'uomo trovi il modo per agirlo socialmente, bisogna che lo spazio interagisca con la comunità umana che lo circonda e in un certo senso sia capace di offrirgli la sponda per costruirsi un'idea di sé. Altrimenti diventa quello che Marc Augé chiamava “nonluogo”, un posto che contiene il silenzio, umanamente parlando, che chiude gli uomini in una dimensione spersonalizzante, rendendoli una grigia copia del nulla.
Il mondo contemporaneo è pieno di luoghi del genere. Dai grandi spazi di transito come gli aereoporti, le stazioni ferroviarie, le stazioni di servizio delle autostrade, ai villaggi vacanze che si isolano per potersi replicare nei contesti più diversi.
Ma esistono altri “nonluoghi” che nascono tali perché ospitano quelle persone che non dovrebbero esistere, perché non hanno più uno spazio per essere. I campi profughi, i centri di permanenza per migranti o le giungle a ridosso delle frontiere che ospitano fantasmi in lotta per conquistare uno spazio in cui poter riapparire fra gli uomini. Quando l'Azel di Tahar Ben Jelloun sogna di diventare una cassa, non sta delirando per disperazione, piuttosto è arrivato al centro del problema.
Naturalmente, anche i territori occupati dei palestinesi hanno molte caratteristiche di un nonluogo. Non lo sono del tutto, certo, ma ne hanno la stessa carica mortifera.
Così, quando Cham si trova a vivere da palestinese è di questo che fa esperienza, in questo diventa “di condizione palestinese”, diventa Nessim. La vita in cui viene accolto, l'amore di Falastin, sua madre, vengono pian piano meno, soffocati dagli eventi, dagli elementi che in quello spazio son fatti per divorare brandelli di vita. Nella Hebron in cui si ritrova Cham/Nessim, la vita è malata di sottrazione, toglie molte cose, molte ma mai tutte: gli affetti più cari, le libertà quotidiane, i sogni personali... Ma soprattutto da due certezze: che nessuno sarà risparmiato e che non c'è modo di uscirne, di sottrarsi, finché si resta in gioco.
Appunto, finché si resta in gioco...


Alessandro Rivera Magos
(13/10/2009)