Incontro con lo scrittore italo-siriano Shady Hamadi | Shady Hamadi, Sabirfest, Marina Calculli, Baath, Khaled Khalifa, Edward Said
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Lea Martinoli   

//Shady HamadiShady HamadiScrittore e giornalista italo-siriano Shady Hamadi si esprime, nato a Milano. Suo padre era nel Movimento Nazionalista Arabo e per questo viene più volte arrestato e torturato fino al 1968, anno in cui scappa dalla Siria. Inizia così l’esilio durato 29 anni. Shady ne conosce la sofferenza perché ci nasce. Utilizza il “noi” sia quando parla di arabi che quando parla di occidentali, impara l’arabo e attraverso di esso rammenda i fili di quella parte dell’identità rimasta sopita, o poco esplorata, a causa della distanza obbligata dalla terra d’origine e dalla famiglia del padre. Nel 2011 pubblica il suo primo libro Voci di anime, una raccolta di racconti, ma con l’inizio delle proteste contro Bashar al Asad, si attiva per creare una coscienza sulla Siria, partecipa a forum, conferenze, lancia iniziative, crea comitati e intanto viaggia in Libano, dove scrive e intervista. Nel 2013 pubblica il saggio La felicità araba con Add Editore, in cui racconta “la storia della sua famiglia e la genesi di un regime”, la vita di tre generazioni s’intreccia a testimonianze di attivisti e persone dei primi anni della rivoluzione. Si può definire una figura di riferimento per la causa siriana in Italia. Anche se da gennaio 2016 rinuncia ad ogni impegno, continua a rilasciare interviste, presentare i suoi libri, e scrivere nel suo blog per il Fatto Quotidiano. Ad aprile 2016 esce Esilio dalla Siria, una lotta contro l’indifferenza. Una cronologia documentata dei cinque anni della rivoluzione siriana, dove le sue esperienze dirette e personali e quelle ascoltate dalle voci di familiari e amici narrano di una rivoluzione vissuta da persone. Un’analisi che non si propone come esaustiva, ma che grazie ai dettagli miratamente approfonditi, e anche semplicemente per l’ordine in cui ripercorre le tappe storiche, fornisce al lettore una valida ricostruzione da tenere in tasca per chi è smemorato o digiuno di informazioni sulla Siria di oggi. La rigorosità giornalistica accanto all’intreccio tra grande storia e narrazione personale ha il valore aggiunto di portare umanità al quotidiano marasma d’informazioni proposto dalle cronache siriane e internazionali. Una condanna alla pigrizia di prendere posizione sulla questione siriana perché troppo complessa, o peggio, al considerare la dittatura come “male minore”. Un appello alla presa di coscienza fatto da chi conosce “quello che prova un dramma dall’esterno” e vuole offrire strumenti per comprenderlo.

 


 

Intervista a Shady Hamadi al Sabirfest di Messina

Visto il suo costante impegno nel dar voce alle problematiche legate all’esilio, in questo momento qual è il progetto a cui sta lavorando?

Incontro con lo scrittore italo-siriano Shady Hamadi | Shady Hamadi, Sabirfest, Marina Calculli, Baath, Khaled Khalifa, Edward SaidUn libro, si chiamerà “Esilio Siriano, un popolo tra fuga e politica” edito da Guerini e associati. È una raccolta di saggi curato con la professoressa Marina Calculli, il cui intento è creare un filone di studi sull’esilio. Includerà nomi di studiosi e autori come Mohammad Dibo, Eva Ziedan, Estella Carpi e altri. Il filo che connette gli scritti è l’esilio e i temi toccati spaziano dal ruolo degli intellettuali prima e dopo la rivoluzione, al confine tra Iraq e Siria, i siriani in Libano, la depoliticizzazione (la scelta di utilizzare il termine ahdath, eventi piuttosto che thawra, rivoluzione) e l’insegnamento della storia. Il mio lavoro cerca di fare luce sull’insegnamento della storia in Siria e sul fatto che vi sia in essa un esilio culturale, un esilio storico. Ho scaricato il libro della nona classe (equivale alle nostre superiori, 14/15 anni) dal sito del ministero dell’istruzione siriano e l’ho analizzato. Dalle citazioni del libro emerge che la storia antica della Siria è molto ben raccontata, ma le spiegazioni diventano sempre più scarne, mano a mano che ci si avvicina al periodo in cui il partito del Baath (partito dell’attuale governo) arriva al potere. “Nel 1963 il Baath arriva al potere”, non dice chi, non menziona Michel Aflaq né Salah al Din al Bitar (i fondatori del Baath in Siria), né tanto meno Zaki al Arsuzi (promotore e teorico del nazionalismo siriano). Perché? Salah a Din al Bitar viene assassinato negli anni 80 a Parigi, Michel Aflaq esiliato in Iraq e Zaki al Arsuzi muore nel ‘68. A pagina 35 del testo si legge: “Nel 1970, dopo un periodo di colpi di stato, Hafez al Asad, a capo del movimento correttivo (sottintendendo che l’azione è di correggere l’errore del passato) ristabilisce la vita democratica nel paese”. Lo cito testualmente per mostrare che si insegna a bambini di elementari e medie plasmando il loro senso comune, la loro la visione delle cose affinché pensino che quella è la democrazia e non siano più in grado di discernere. In buona sintesi la riformulazione della storia viene ottenuta attraverso la riformulazione dell’insegnamento.

Quale potrebbe essere la soluzione per riportare alla luce un pezzo di storia cancellato?

La risposta a questo è l’adab al sujun (la letteratura delle prigioni) e come essa abbia creato una contro-storia. Per limiti di spazio non ho approfondito molto, ma posso dire che autori come Yassin al Haj Saleh, Mustafa Khalifa e altri hanno fornito una lettura della storia alternativa. Grazie a loro ad esempio sappiamo com’è fatto l’interno del carcere di Palmira, di cui a mala pena si conosceva l’esistenza. L’importante a mio avviso è promuovere questo tipo di studi che secondo me è un vero e proprio filone. Quando ha scritto Nel segno dell’esilio, Edward Said ne ha fatto una materia di studio. Volevo parlare di questi temi per uscire dalla politica.

Come colloca la sua esperienza di scrittore italo-siriano nel nostro mondo culturale?

È dura. Il problema è che da una parte c’è una classe intellettuale araba “cattivissima” che paga con il carcere per aver scritto una poesia o un libro, e dall’altra, in un’Europa dove c’è libertà d’espressione, la classe intellettuale vive nelle sue torri d’avorio e non è disposta a mettersi in dialogo con quella siriana. Perché non promuovere un libro di un romanziere siriano? Mi spiego: se promuovessi Elogio dell’odio di Khaled Khalifa, scritto prima della guerra e ambientato negli anni ‘80, quindi lontano dalla situazione attuale, riuscirei a stimolare l’interessamento. Ciononostante questo non avviene. Ho fatto diversi appelli nel mondo culturale, uno molto recente per chiedere la cessazione dei bombardamenti, ed è difficilissimo ottenere le firme perché nessuno si vuole schierare e quindi perdere la pseudo imparzialità e crearsi inimicizie. Io credo che questa situazione nel tempo porti alla desolazione del mondo culturale. Per di più, dato che c’è un vuoto della politica rispetto alla Siria, ritengo che quel vuoto vada riempito dalla società civile e, se questa non s’impegna è il mondo della cultura che deve farlo al suo posto. Io posso firmare appelli, coinvolgere persone, creare reti. Qualcosa inizio a vedere con i giovani quando vado dentro le scuole, ma senza una risposta significativa non si cambia niente.

Vorrebbe che i suoi libri venissero tradotti in arabo?

No, perché i siriani sanno già quello che ho scritto e c’è chi in arabo ha scritto meglio di me. Il mio lavoro è rivolto ad un pubblico italiano, in un Italia dove c’è il vuoto assoluto rispetto a queste tematiche. I miei libri, forse un po’ generalisti, sono diretti ad un pubblico ampio. Non entro nel dettaglio perché non voglio parlare solo alle nicchie ma provare a raggiungere tutti e creare quell’interesse che porta a cercare informazioni in libri più specializzati. Il mio obiettivo è un libro che riesca a dare un inquadramento generale.

Pensa che sarebbe utile descrivere la sua esperienza ai siriani?

Forse un giorno scriverò della mia esperienza come italo-siriano per discutere dell’identità dei siriani e della mia: sono siriano o no? Quando parlo con un siriano mi vede come un italiano o come uno del suo popolo? Per ora il valore del mio lavoro risiede nel sostegno che noi della diaspora possiamo dare ai giovani della Siria d’oggi. Non mi arrogo il diritto di parlare a nome dei siriani, voglio semplicemente far loro da megafono e credo che questo sia il compito degli scrittori e degli accademici di origine siriana nati qui. Dobbiamo fare di tutto per sdoganare le loro voci e dargli più visibilità. Attraverso la mia lingua posso riportare le loro testimonianze e i loro volti, è questo che faccio con i miei libri. È vero che parlo della mia storia, ma lo faccio perché noi abbiamo vissuto in esilio e mio padre è stato torturato. È noto a tutti, anche al governo, che in Italia vivevano esiliati siriani, egiziani e libici. Allora perché la politica estera non ha agito di conseguenza? Il profondo senso di ingiustizia che provo è alimentato dalle stesse ragioni che rivelano l’ipocrisia che c’è dietro al caso Regeni.

Come viene vista la Siria adesso?

La quotidianità dei siriani non emerge. Sicuramente c’è nei romanzi degli autori siriani, ma il problema è che non c’è sui quotidiani perché viene privilegiato il fatto di cronaca. Capisco perché debba uscire il fatto di cronaca, ma penso anche che una volta a settimana, per esempio, potrebbe uscire un reportage dove si parla della vita quotidiana di questi siriani.

Intervistando molti di loro in diverse località, sento che vogliono parlare di sé, della propria vita, della quotidianità. Una volta ho chiesto ad alcuni di loro “c’è ancora amore in Sira?” e mi sono stupito della facilità con cui mi hanno risposto. Un signore della città assediata di Madaya mi ha raccontato la storia d’amore con sua moglie che veniva da fuori e che ha scelto di vivere sotto assedio per amore. Ugualmente mi ha colpito un ragazzo che aveva scelto di rimanere in città ad Aleppo est ma aveva spedito sua moglie e i suoi figli in Turchia: vite separate ma sempre per amore. E ancora, come sono cambiati i matrimoni; una volta in Siria i matrimoni erano un’occasione per le persone di riunirsi fuori da casa, per strada. Personalmente me ne ricordo di molto folkloristici a Damasco. Invece ora i ricevimenti si fanno dentro casa, tra pochi intimi, perché non si vogliono mettere a rischio gli invitati. Tutto più sobrio, anche i funerali che, all’inizio delle proteste per il numero delle persone presenti, si trasformavano in manifestazioni. Adesso si fanno in numero ridotto, non per strada e si fa anche più in fretta a seppellire le persone, tralasciando i riti. In una delle foto presente nel mio reportage su Aleppo per il Fatto Quotidiano, c’è un giardino pubblico trasformato per metà in un cimitero e l’altra metà in un campo di cetrioli. Questo è un messaggio di ricostruzione fortissimo: è la morte che convive con il sostentamento della vita.

 


 

Lea Martinoli

10/11/2016