Tra Palmira e Manhattan: poeti siro-libanesi a New York | Francesco Mazzucotelli, Francesco Medici, Khalil Gibran
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Francesco Mazzucotelli   
Nell’agile antologia “Poeti arabi a New York. Il circolo di Gibran”, pubblicata di recente da Palomar, Francesco Medici restituisce un’immagine a tutto tondo della cerchia di scrittori e intellettuali siro-libanesi emigrati nelle Americhe agli inizi del ventesimo secolo, e di tutto il loro ventaglio di sogni, ideali, aspirazioni e timori, finalmente liberi di esprimersi senza repressione.
Tra Palmira e Manhattan: poeti siro-libanesi a New York | Francesco Mazzucotelli, Francesco Medici, Khalil GibranCon chiarezza e ammirevole capacità di sintesi, Medici ricostruisce nella parte introduttiva del volume il contesto storico e culturale in cui prenderà forma la letteratura araba d’emigrazione ( adab al-mahjar ): un’avanguardia animata da responsabilità e orgoglio, impegnata profondamente a rinnovare la letteratura e la cultura araba, sottraendola alla palude della vacua imitazione per farne strumento vivo di costruzione di un progetto nazionale.
Il gusto della sperimentazione e il superamento di un linguaggio obsoleto nelle forme e nei contenuti sono gli elementi che accomunano i cenacoli letterari di questi poeti migranti, influenzati dal romanticismo francese, da Walt Whitman, da una concezione visionaria e “profetica” (nel senso più ampio del termine) del ruolo del letterato.
Il grande merito di questa antologia, oltre alla qualità della traduzione e della resa in lingua italiana dei testi selezionati, sta nel restituire al lettore un quadro appassionante della tensione intellettuale e spirituale che anima questi circoli di letterati, talora di formazione estemporanea o addirittura autodidatti.
L’immagine che ne esce va al di là del vago misticismo consolatorio di stampo blandamente “new age” che viene solitamente associato al più noto tra questi poeti della diaspora, ossia Kahlil Gibran, ampiamente noto per “Il profeta”. Al contrario, le poesie e gli scritti scelti per questa antologia paiono comunicare una sottile inquietudine e un fremito premonitore delle tensioni che avrebbero informato di sé il ventesimo secolo per giungere fino ai giorni nostri.
Di fronte alle prospettive anguste e stantie delle religioni istituzionalizzate, gli intellettuali di questi ambienti a cavallo di due mondi guardano con interesse ai miti e alle credenze di tante culture (la liturgia maronita, il misticismo sufi, il Tao Te Ching, la dottrina drusa della reincarnazione, le religioni indiane); ma, in questa ricerca a tratti tormentata, non c’è ingenuità o superficiale fusione. Al contrario, anticipando in molti passaggi i tratti della postmodernità, questi poeti annunciano la crisi di punti di riferimento e lo sforzo personale di dare un senso individuale al corso degli eventi e al proprio ruolo di intellettuali.
Benché le opere dei poeti siro-libanesi che scrivono in lingua inglese siano state definite come “un pittoresco condensato di esotismo, facile misticismo e luoghi comuni”, “prolisse e prive di grazia”, in molti punti si può ravvisare una dialettica tra “Occidente” e “Oriente” che, qualche decennio più tardi, sarebbe stata sviluppata con ben altra veemenza dalla letteratura postcoloniale.
Scavando sotto la superficie di una fin troppo facile critica a un “orientalismo internalizzato” che si può ravvisare nei modi con cui vengono presentate le due categorie di Occidente e Oriente, si intravvedono immagini, simboli e dinamiche che, con maggiore drammaticità, si sarebbero confrontati nei decenni successivi. Oriente e Occidente appaiono dialetticamente legati tra loro, in una relazione che potrebbe essere foriera di grandi fioriture spirituali, ma che spesso resta prigioniera di incomprensioni e reticenze, di cui questi poeti, spesso “anime divise in due” (anche quando affermano di non avere “il cuore lacerato”), sono testimoni e protagonisti in prima persona.
Ecco allora le nevi del Monte Libano e le sabbie del deserto siriano in silente dialogo con le acque del fiume Hudson; ecco le rovine di Palmira a fronte del grattacielo del Flatiron Building in un dialogo di sapore foscoliano sul tempo che scorre; ecco l’Oriente che, da un lato, si accosta “come compagno” a un Occidente ebbro di modernità, trepidando di ebbrezza del sacro e di seducenti miraggi; e, dall’altro lato, annuncia di volersi guardare da uno straniero munito di Bibbie, mitragliatrici e “ricchi affari”. “Io sono l’Oriente. Offro filosofie e religioni in cambio di aeroplani e tecnologia” scrive Amin al-Rihani nel 1922, forse senza cogliere fino in fondo il profetico pessimismo di queste parole.
Passione politica, impegno sociale e partecipazione appassionata agli eventi del proprio tempo sono le cifre di Amin al-Rihani, Kahlil Gibran, Elia Abu Madi e Mikha’il Na’ima, che scrivono sull’onda del declino precipitoso dell’impero ottomano e agli albori di una generale riconfigurazione del Medio Oriente che avrebbe portato alla nascita dei mandati francesi in Siria e Libano, in maniera probabilmente diversa da ciò che essi avevano vagheggiato in maniera forse eccessivamente romantica ed entusiasta.
Egualmente pregnante è il filone della poesia d’amore, intrisa di passionalità e al contempo di struggimento, in una sovrapposizione di stili in cui riverberano echi di letteratura araba classica e di mistica sufi, così come suggestioni della modernità occidentale. La donna oggetto d’amore è di incantevole e terribile bellezza, una vera dea del Vicino Oriente antico, spesso metafora della Vita, descritta come “prostituta” e ingannevole, ma sempre di “suprema bellezza”.
Il sapore acre delle lacrime, “il segreto del dolore”, fa brillare tutte le cose, ma più forte è l’attaccamento tenace a una speranza flebile e profonda allo stesso tempo. “Sperare è agonia, eppure noi speriamo”, scrive Na’ima, e aggiunge: “I venti spazzeranno la neve e la sabbia dalle vette, ma le possenti montagne resteranno malgrado il rombo del tuono e l’impeto del fulmine. Sta’ calmo, mio cuore.”
Chini ad un telaio, i poeti siro-libanesi dell’emigrazione emergono da questa antologia come intenti a tessere una trama misteriosa come il fato, sorretti dalla speranza che sia l’amore a guidare la spola di ciascuno.

“Poeti arabi a New York. Il circolo di Gibran”
di Francesco Medici (Ed. Palomar)



Francesco Mazzucotelli
(16/08/2010)