Capire Tunisi attraverso il suo spazio pubblico | Chiara Sebastiani, città araba, la Medina, città europea, Bourguiba, liberty, donne velate, Beji Caid Essebsi, Ben Ali
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Rosita Ferrato   

Capire Tunisi attraverso il suo spazio pubblico | Chiara Sebastiani, città araba, la Medina, città europea, Bourguiba, liberty, donne velate, Beji Caid Essebsi, Ben AliIncontro Chiara Sebastiani a Tunisi, per parlare del suo libro: “Una città, una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico”, edito da Pellegrini.

Docente di Governo Locale e Politiche delle Città all'Università di Bologna, psicoanalista di formazione junghiana, da tempo l'autrice svolge ricerche in Europa e in Africa sullo spazio pubblico, la sfera pubblica politica e i rapporti di genere. Figlia di un ex console tunisino (suo padre fu console tra il 1959 e il 1962), trascorre a Tunisi diversi periodi dell'anno, soprattutto in questo momento di grandi cambiamenti.


L'appuntamento è in piazza della Kasba, davanti al Ministero delle Finanze; il luogo dell'intervista un'antica casa nella Medina, la dar Ben Gacem, davanti a un tè alla menta, su una bella terrazza che abbraccia i tetti bianchi della capitale.

Capire Tunisi attraverso il suo spazio pubblico | Chiara Sebastiani, città araba, la Medina, città europea, Bourguiba, liberty, donne velate, Beji Caid Essebsi, Ben Ali

Il primo aspetto che colpisce leggendo il libro e stando qui, è la presenza a Tunisi di due città: quella araba e quella europea.

Uso lo spazio pubblico come prisma per comprendere la politica. Quello della città doppia è un dato fondamentale per capire il luogo e il paese, ed è un fenomeno che non riguarda solo Tunisi, ma tutta la costellazione di centri mediterranei del nord Africa, dove alla vecchia città araba, la Medina, se ne è affiancata una nuova coloniale, europea.

Questo è tipico del Mediterraneo, non solo in Africa, anche in Italia, per esempio, Cosenza o Bari con il vecchio centro storico e la città moderna; e la dialettica è fra conservazione del patrimonio e la preferenza per il nuovo. Nello stesso tempo, la particolarità di Tunisi è che la modernizzazione è stata portata dalla colonizzazione, e questo rappresenta un problema con il quale si fanno i conti ancora oggi.


Come stanno evolvendo i rapporti tra queste due situazioni?

Dopo una separazione tradizionale fra città araba ed europea, per cui chi era cresciuto nella Medina non si sentiva a proprio agio nella città europea e viceversa, c'è stata la tendenza alla modernizzazione: Bourguiba, primo presidente della Tunisia fino al 1987, avrebbe modernizzato tutto; voleva sfondare la Medina e farne un prolungamento dell'avenue Bourgiba: detestava la città araba, per lui significava sottosviluppo. Per fortuna, una parte dell'opinione pubblica, e non composta da tradizionalisti conservatori, islamizzanti, ma da gente colta che aveva studiato in Francia, urbanisti, architetti, ha resistito: sono stati loro i primi a difendere questo patrimonio. Successivamente ha preso piede progressivamente una rivalorizzazione del patrimonio islamico - che i francesi avevano molto trascurato - e si è verificata anche la tendenza a svalutare tutto ciò che era di origine coloniale. Prima di poter procedere un'assimilazione, ad un'appropriazione reciproca, la città europea ha conosciuto negli anni '70 un degrado: gli edifici di inizio '900, un liberty meraviglioso, spesso lavoro di architetti italiani, sono stati lasciati andare in pezzi, e la città europea si è molto arabizzata: il primo segno dell'arabizzazione per me (ride) è che i caffè misti francesi sono diventati cafè maures, frequentati solo da uomini.


E ora la gente come vive queste due radici?

È cominciato il mescolamento, le due città sono entrate molto più in contatto e in qualche modo è comparsa sulla scena pubblica una parte della popolazione prima invisibile. Quando oggi si dice: ah, tutte queste donne velate sono comparse dopo la rivoluzione, non è vero, ci sono sempre state nella Medina, solo che la gente della città araba non andava nella città europea e non veniva notata. Ma anche prima, la vita era scandita dai ramadan, dalle ore di preghiera, dalla gente nelle moschee.

E sono anche emersi i forti scontri politici: da un lato la sinistra, marxista leninista operaista contro il potere costituito, molto attiva nelle università, e dall'altro, il movimento della rinascita islamica che considera il ritrovare le radici dell'islam come l'unico modo per disfarsi sia del regime autoritario, sia del “neo colonialismo” occidentale che continua a pesare dopo l'indipendenza.


Le donne e il velo...

Prima della rivoluzione il velo era vietato nell'amministrazione pubblica, poi è stato riammesso (Ben Alì ha molto giocato su questo), poi quando gli islamisti stavano diventando forti, è stato vietato di nuovo. Nelle università per esempio non era consentito, e soprattutto nei quartieri popolari la polizia aveva talvolta atteggiamenti molto aggressivi con le donne velate, per il significato politico.


Che percezione ne hanno le tunisine?

Due cose si dicono sul foulard: da un lato che l'hijab non è nella nostra tradizione, come ricordano le femministe, le donne portavano il safsari, che è il grande velo bianco, tipico anche delle algerine e delle donne delle campagne. Ma il safsari è molto scomodo per una professionista, per una donna attiva e che vive in città. L'hijab invece va benissimo (ride) ed è percepito come segno di modernità: i tunisini vorrebbero tutti andare in Europa, ma non è possibile, per la chiusura delle frontiere. Quindi a cosa guardano? A ovest c'è l'Algeria, a est la Libia (da sempre considerata un posto ricco ma sottosviluppato, altrettanto vale per l'Egitto...) quindi rimangono la Turchia e soprattutto i paesi del Golfo, che rappresentano la modernità e dove si usa l'hijab. Oggi le donne per le strade portano il foulard per vari motivi: perché è usanza non uscire a capo scoperto e lo indossano per abitudine; alcune ragazze lo portano come elemento di seduzione pura, altre come presa di posizione politica.


In che termini è rilevante la presenza delle donne a Tunisi ?

Nel mondo del lavoro, specie quello negli uffici, banche, ministeri, la presenza femminile è importante, mentre il commercio è decisamente in mano agli uomini; quindi nei souk le donne fanno per lo più solo acquisti.

Oggi nelle università, le studentesse hanno superato il numero dei maschi, ma anche qui i baroni sono uomini. Burguiba ha dato alle donne un diritto di famiglia avanzatissimo, mettendole negli anni '50 ad un livello europeo, anche più avanzato rispetto ad alcuni paesi come il nostro; con Ben Alì si è assistito all'apertura di tantissime università periferiche, nel sud, nelle regioni più interne, e questo ha permesso alle ragazze di studiare e di accedere alla funzione pubblica. E anche se di rado sono al vertice, questo ha rappresentato una grandissima emancipazione sociale ed economica, poiché nelle campagne le donne erano chiuse in casa, non avevano sbocchi, a meno di non fare le colf, lavorare nei campi che era durissimo o entrare nelle fabbriche. Questa piccola borghesia “femminile” si è così molto emancipata.


Nelle strade, nelle piazze si vede filo spinato, molte forze dell'ordine: come mai?

Sorveglianza e controllo ci sono: soprattutto in alcuni punti strategici (per esempio, dopo la rivoluzione, c'è sempre stato filo spinato attorno al ministero degli Interni, carro armati davanti all'ambasciata di Francia, ecc), ed è un controllo per lo più dell'esercito, il quale ha avuto una funzione di protezione della rivoluzione e dello spazio pubblico. Anche perché, subito dopo il 14 gennaio 2011, la polizia è scomparsa completamente: da un lato era odiata dalla popolazione come emanazione del vecchio regime, e dall'altra aveva tutto l'interesse affinché si creasse il caos e si invocasse il ritorno del pugno di ferro, dell'uomo forte, nutrendo il popolo tunisino di insicurezza.

Prima della rivoluzione, peraltro, vi era uno stato poliziesco dove non si vedevano né carri armati, né filo spinato, dove tutto era bellissimo, molto occidentalizzato, peccato che la gente abbassasse la voce quando parlava.


Sono emersi segnali diversi con Beji Caid Essebsi, il primo capo di Stato eletto nell'autunno del 2014, a quattro anni dalla caduta di Ben Ali?

Con l'insediamento di Essebsi non ho notato un'intensificazione particolare del controllo; negli ultimi tre anni la presenza dell'esercito è visibile, anche per rassicurare la gente spaventata dal crollo dell'ordine pubblico, ma ho notato controlli che prima non c'erano negli alberghi, nei centri commerciali, dove aprono la borsa, dove c'è il metal detector, anche nei posti più chic ed europeizzati: ciò di cui hanno veramente paura sono gli attentati a fronte di episodi di terrorismo nelle montagne, nelle frontiere. Sono stati trovati dei covi nelle periferie di Tunisi, ma per fortuna non c'è stato niente nello spazio pubblico.


Quali i pensieri per il futuro?

//Chiara SebastianiChiara SebastianiIl paese ha compiuto una transizione che è un capolavoro, una genialità politica: i tunisini sono come gli antichi greci, hanno un grande senso della politica, e questo ha permesso loro di gestire la prima transizione, i nove mesi tra la rivoluzione e le elezioni, inventandosi istituzioni per gestire il passaggio in un paese dove non ci sono rendite petrolifere, e in cui la gente deve ingegnarsi con la cultura, con il cervello.

Sul lungo periodo, essendo convinta che in Tunisia ci sia stata una svolta storica, quando Essebsi dice di riannodare con l'Algeria, con l'Egitto e il Marocco (che piace tanto ai francesi) con Assad e la Turchia, spero non ci sia una deriva restauratrice. Il gioco adesso è sugli equilibri tra l'esigenza di sicurezza e la libertà.
La costituzione è semi presidenziale, con due pilastri, il parlamento e la presidenza, e si è cercato da subito di spostare tutto il peso e l'attenzione alla presidenza della repubblica. Durante le elezioni legislative, prima ancora che iniziasse la campagna elettorale, la stampa parlava solo delle elezioni presidenziali e oggi io pongo queste domande: che peso avrà il Governo? ma soprattutto: che tipo di maggioranza parlamentare avremo? La gente non sa. I tunisini non sono abituati a un parlamento che conti, quindi penso sia facile sviare l'attenzione e acclamare l'uomo della provvidenza. Questi sono rischi seri, staremo a vedere.

 


 

Rosita Ferrato

12/02/2015