Il caffè di Yllka, come vive la gente comune in guerra | Marie-José Hoyet
Il caffè di Yllka, come vive la gente comune in guerra Stampa
Marie-José Hoyet   
Il caffè di Yllka, come vive la gente comune in guerra | Marie-José HoyetElogiato dalla critica che l’ha ricompensato con il premio letterario europeo dell’Associazione degli scrittori di lingua francese (ADELF) nel 2009, Il caffè di Yllka , quinto romanzo di Cécile Oumhani, è un dono prezioso per chiunque voglia comprendere come vive in guerra la gente comune, quella che di solito non fa notizia. A partire da un semplice sguardo, velato di una “tristezza inesprimibile”, intravvisto nella zona di transito (in “quel bilico sottile fra un mondo e un altro” ) di un aeroporto durante uno dei suoi viaggi nei Balcani, come ricorda nel breve testo liminare, l’autrice dispiega con sapiente tessitura narrativa, quelle regioni nascoste della soggettività, soprattutto al femminile, che solo la finzione letteraria ci permette di raggiungere. Perché alle donne nulla è stato risparmiato in quel conflitto come via via ci sarà dato di scoprire.
La parabola di Emina, la protagonista che appena adolescente si trova coinvolta a causa della guerra (abita con la famiglia nella periferia di Sarajevo) nello spezzarsi drammatico dell’ordine “naturale” delle cose che trasforma la sua vita in una serie di lutti e di perdite, prima di tutte quella dell’amatissima madre di cui si sono perse le tracce, riveste la forma di un’affannosa e infinita quête.
Ricreando la finzione di un diario intimo da un lato e dall’altro affidandosi a una narratrice come fuori campo, con due voci che si intrecciano e si sovrappongono, Cécile Oumhani realizza un capolavoro di finezza e di giustezza narrativa. D’altronde non scriveva forse nel suo saggio sulla passione dello scrivere intitolato À fleur de mots (2004): “Io sono alla ricerca di ciò che è giusto”?
Fra i molti modi di dire la guerra, ha scelto un doppio punto di vista per un racconto non lineare configurato come un viaggio a ritroso nello spazio e nel tempo che si apre sul ritorno di Emina intenta a cercare di colmare “gli spazi bianchi” di un’unità familiare ormai dissolta e che, nonostante i quindici anni di esilio in Germania, continua a vivere nel ricordo della madre, inghiottita nella città assediata mentre aspettava il ritorno del marito poi morto in un conflitto a fuoco.
Conosciamo Cécile Oumhani per la sua notevole capacità di immaginare protagoniste complesse e di indagare con cura la prigione che tutte si portano dietro, come le due donne di Plus loin que la nuit (2007), il romanzo precedente non ancora tradotto in italiano, nel quale si prefigurano il ritmo e la tonalità che ha finalmente trovato qui per restituire “frammenti di vite, defunte o disperse ai quattro angoli di un mondo sconquassato” (p. 14).
Il trauma sempre vivo della separazione riaffiora, fra le minute insorgenze della quotidianità di un tempo, nel ricordo ormai ossessivo del profumo del caffè preparato dalla madre e nell’immagine della sua mano che spunta dalla manica del vestito lilla. Il gesto di una mano più eloquente di ogni parola, il silenzioso linguaggio del corpo materno diviene l’icona di un rapporto affettivo che nell’andirivieni ondivago della memoria torna come un ritornello, con infinità tenerezza, unica continuità nella discontinuità, tramutando in un certo senso l’assenza in onnipresenza.
Nella convinzione che non ci si separa mai del tutto dai luoghi, invischiata in un passato che non passa e che da “quel giorno si è inabissato nel suo petto senza mai più uscirne. Non più di quel vuoto senza fondo né fine”(p. 61), significativamente non è a Sarajevo che torna Emina ma a Skopje ¬– città di origine della madre e dell’impossibile ricongiungimento – perché la guerra oltre i sogni ha distrutto la geografia intima degli esseri.
Prima dell’esodo a Emina erano stati tolti con violenza altri affetti rievocati con afflato poetico dall’autrice che con parole essenziali descrive l’atmosfera dei giorni trascorsi dagli sfollati rannicchiati nel buio dei rifugi in contrasto con le figure aeree e danzanti che escono nei rari momenti di tregua esprimendo tutto il loro slancio vitale: “La gente corre nella strada. I loro passi sono ampie falcate. Sfiorano appena la carreggiata. Come uccelli che spiccano il volo, per scampare alla morte che dalle colline si abbatterà su di loro… I gusci che proteggevano le loro vite si sono sbriciolati ed essi sono diventati uccelli dalle ali leggere…” (p. 47).
Proprio durante una di quelle pause, le gioiose figure della figlia della vicina che Emina tanto ammira, e qualche giorno dopo, dell’amata cugina saranno colte “in volo” dalle pallottole dei cecchini: “Le braccia di Ismeta si innalzano verso il cielo. Poi ricadono. La corolla si piega, si accascia al suolo, inerte… una fragile piuma” (p. 50).
La fisicità e al contempo l’evanescenza di rievocazioni fatte di pochi ma efficaci tocchi rivelano una sensibilità d’artista che traspare anche nei disegni con cui Emina arricchisce il suo diario. Con le parole si reinventa la gamma delle sfumature, dei sottintesi, dei non detti, si rivificano le sensazioni lievi di una volta di cui permangono profumi e colori come segni, impronte, tracce quasi liquide di esseri fluidi in pieno divenire: “Ogni essere è un fiume chiaro”, scriveva in modo ricorrente l’autrice nel romanzo precedente dove già tratteggiava movimenti ed eventi in modo quasi grafico per non dire coreografico, nella loro plasticità e poeticità essenziale.
Tutto ricompare nella frammentazione evocativa dei ricordi di Emina. Ma il suo è divenuto un mondo atemporale, attutito, che solo con la scrittura (e forse con la pittura) si può materializzare. Cécile Oumhani sa infondere una presenza tangibile alla fragilità e alla vulnerabilità dell’esistenza, alle ferite dell’anima e alle cicatrici della sua terra: “Esistono paesaggi come esseri umani?” (p. 65); sa cogliere con sobrietà di mezzi “il polso di una terra smarrita che batte contro la pelle insieme alla memoria di Yllka” (p. 27).
Il dissesto psicologico dei vari personaggi – del fratellino, ma anche di quelli appena abbozzati – si percepisce maggiormente nelle donne, nessuna rimasta immune dalla violenza, e sapremo alla fine dalla voce di un’anziana profuga del dramma di molte altre donne come lei stuprate.
Scritto dalla parte delle donne, questo racconto segue il ritmo interiore di vite e voci sommesse di personaggi storicamente determinati. Ma attraverso l’itinerario di Emina si intuisce anche il sofferto riappropriarsi di sé e l’elaborazione del dolore e del lutto di tanti altri per i quali la precarietà e l’incertezza – sempre di sconcertante attualità – sono divenute parte integrante della vita. Nell’affrontare la dimensione privata degli esseri, l’autrice chiude il difficile cammino di Emina interrogando esperienze umane più vaste e stratificate nel tempo che conferiscono a questo testo un carattere di necessità.
Lontano da ogni marketing emozionale, Il caffè di Yllka è un libro raro, da consumare lentamente in questa fase di mercificazione della nostra cultura.


Marie-José Hoyet
(24/03/2011)

Cécile Oumhani, Il caffè di Yllka
Barbès Editore, traduzione dal francese di Francesca Martino
Firenze, 2010.











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