L’immigrazione ammala? | Ute Hempelmann
L’immigrazione ammala? Stampa
Ute Hempelmann   
L’immigrazione ammala? | Ute HempelmannFatma è dal dottore. Studentessa con genitori turchi, vive in Germania e soffre di attacchi di panico; per questo vorrebbe essere esonerata dalle lezioni di ginnastica. Ma dopo averla visitata, il dottore non ha riscontrato nessuna malattia. Ha domandato delicatamente a Fatma la vera ragione che l’ha spinta a richiedere un certificato medico. Lei non ha parlato dell’argomento in famiglia, ma per la prima volta ha rivelato la sua preoccupazione di sentirsi straniera. "Ero così disperata, era difficile da spiegare. Ero così imbarazzata, non potevo proprio rivelare il vero motivo del mio disagio. Ad un tratto ho sentito la mia voce stridula dire, “sono in grande difficoltà. La prego, mi dia il certificato”.

Benché questo episodio in particolare sia frutto dell’immaginazione, è molto realistico. In meiner Not rief ich die Eule (Nella mia disperazione ho chiamato un gufo) è il primo libro dell’autore turco-tedesco Betül Licht, che arrivò in Germania da piccolo con i suoi genitori. Nel suo libro descrive la vita di una giovane ragazza la cui famiglia ha avuto molte difficoltà ad inserirsi in Germania rivelando un importante fenomeno finora piuttosto trascurato: il disagio psicologico e fisico che accompagna l’immigrazione.

La continua pressione psicologica
Betül Licht ha avuto un’esperienza diretta di questo fenomeno, della tensione inconciliabile che si genera tra le abitudini e i valori della vecchia patria e le esigenze legate alla vita nel paese straniero. Disoccupazione, condizioni di vita ristrette, disorientamento in un paese straniero, controllo sociale tra persone della stessa origine, coppie incapaci di parlare di simili problematiche, creano continue tensioni psicologiche che possono portare alla rottura dei rapporti, con conseguenti discussioni all’interno della famiglia, isolamento o malattia e, in casi estremi, anche violenza.

Il racconto di Betül Licht si basa sulla sua esperienza professionale. Per otto anni ha lavorato come psicoterapeuta olistica al centro di Hamburg insieme al suo collega Cenk Kolcu, anch’egli di origine turca. Entrambi comprendono il turco ma anche, e soprattutto, le preoccupazioni e le difficoltà legate all’immigrazione. Inoltre, molti immigrati non condividono la prassi di confidare le proprie sensazioni personali ad un estraneo abituato ad indagare la psiche umana. Pochi anni fa sarebbe stato inconcepibile, dice Betül Licht. Invece oggi il sostegno è gratuito. Cenk Kolcu dice che la gente ora considera la psicoterapia come un requisito scontato: "Davvero non hai uno psicoterapeuta?”.

Il ruolo delle donne, spesso ignorato
Nel suo romanzo Betül Licht si focalizza specialmente sulla condizione dei bambini, combattuti tra il diventare amici dei tedeschi e ambientarsi nella nuova patria o seguire la religione e i precetti morali delle loro famiglie d’origine. La spinta ad essere “una brava bambina che tiene gli occhi bassi e non esprime mai la propria opinione" ha costretto Fatma a respingere "il mondo bianco". È caduta in una depressione, che è diventata sempre più grave: il suo autolesionismo e i frequenti pensieri suicidi sono come lacrime silenziose che invocano aiuto, ma che le persone vicine non riescono a comprendere.

Betül Licht ha dimostrato chiaramente come l’essere indifeso e le eccessive richieste avanzate dalla famiglia possono indurre alla violenza. Nel caso di Fatma, ad esempio, si tratta di un conflitto tra donne: sua madre e sua nonna la tormentano e la disprezzano. Infatti le donne giocano il ruolo principale nel processo di immigrazione e l’integrazione è spesso ostacolata, e il fatto che molte di loro non sono all’altezza delle aspettative talvolta è ignorato.

Betül Licht sostiene che la violenza inflitta dalle donne all’interno delle famiglie immigrate è oggetto di tabù. La violenza verso i bambini si riscontra maggiormente in caso di madri single, ma la pressione sulle madri immigrate - e con esso il rischio di violenza - spesso è ancora maggiore. Mentre gli immigrati in paesi stranieri sono esposti agli sforzi più intensi perché mediano fra tutti i membri della famiglia, allo stesso tempo non hanno valvole di sfogo, hanno pochi contatti al di fuori del nucleo familiare e incontrano numerose difficoltà linguistiche.

L’integrazione fa bene alla salute
La gente reagisce in modi diversi allo sradicamento che spesso accompagna il fenomeno migratorio; alcuni soffrono fisicamente, altri psicologicamente. C’è chi ha problemi alla colonna vertebrale, chi soffre d'obesità o di ipertensione, altri ancora si ammalano di diabete. La costante pressione fa ammalare la gente, dice Betül Licht, collega di Cenk Kolcu.

Jürgen Collartz, docente presso la Facoltà di medicina dell’Università di Hannover, sostiene che gli immigrati in Germania si ammalano dieci volte di più dei cittadini tedeschi. “Dovremmo forse dedurne che l'immigrazione fa ammalare?” Non proprio, dice il medico ed offre un rimedio interessante: l'integrazione fa bene alla salute. In altre parole se si riesce a raggiungere un delicato equilibrio fra autostima e adattamento al contesto esterno questo può aumentare la sicurezza di sé ed il benessere psicofisico.

Per la gente di altre nazionalità una visita medica può essere causa di ulteriori malintesi. Nei rapporti medici e sociali che riportano le condizioni degli immigranti turchi in Germania, si possono trovare espressioni come: "Il suo comportamento esprime estrema sofferenza, con acuti momenti di dolore" o " ogni movimento corporeo è accompagnato da sofferenza".

I medici tedeschi spesso fraintendono i lamenti dei pazienti di altre culture che a loro potrebbero sembrare eccessivi, come dice la consulente, psichiata e psicoterapeuta Marianne Röhl nella postfazione al romanzo di Betül Licht: "Quando per la prima volta entrai in contatto con gli immigranti turchi, circa trenta anni fa - poiché prima di allora ero un medico abituato alla professione “monoculturale” - rimasi stupita quando, chiedendo ad un paziente informazioni circa i suoi sintomi, questo mi rispose di aver avuto tempeste di deserto infuriarsi dalla testa fino ai piedi. Un’altra paziente mi ha detto di esser rimasta incosciente per ore dopo aver preso uno spavento".

La traduzione culturale spesso manca
Comportamenti che spesso i medici tedeschi poco empaticamente definiscono “teatrali” possono, in un’altra cultura, significare semplicemente, "sono malata ed ho bisogno del vostro aiuto". I malintesi aumentano perché gli immigranti spesso ignorano l’esistenza di pratiche mediche come la psicoterapia. Inoltre, non sono abituati a riconoscere che i sintomi fisici possono avere cause psicologiche o sociali.

Ahmet Kimil è uno psicologo e lavora al centro “etnomedico” di Hannover. “L'immigrazione rende vulnerabili”- dice. In un'indagine effettuata dall’Università di Hannover, finanziata dal ministero per la ricerca tedesco, sono stati intervistati complessivamente 600 immigrati russi e turchi. Entrambi i gruppi hanno mostrato chiaramente maggiore stress psicologico rispetto alla popolazione tedesca; nel caso della popolazione turca i risultati sono stati ancor più preoccupanti rispetto ai russi. Kimil spiega che, oltre alle difficoltà sul piano sociale, psicologico e culturale, gli immigrati turchi devono anche fare i conti con le differenze a livello religioso.

Per migliorare le condizioni di salute, devono mettersi in discussione sia gli immigranti che i medici tedeschi. A riprova di ciò, Kimil racconta la storia di una donna musulmana istruita e religiosa che ha cercato uno psicologo di origine turca, anche se già era in cura da un suo collega tedesco per una forte depressione. Lo psicoterapeuta tedesco era piuttosto competente, ma la paziente ha riscontrato una profonda mancanza di dialogo quando lo specialista tedesco ha individuato il nodo problematico della donna nella sua famiglia e nel velo, e le aveva suggerito di cambiare vita. La paziente non ha accettato.
A volte i medici hanno scarsa sensibilità nel porre domande, non sanno ascoltare e sono ben poco disposti ad imparare.


Ute Hempelmann © Qantara.de 2008
Traduzione dall’inglese di Federica Araco
(7/07/2009)


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