MUZZIKA! Dicembre 2009 - Gennaio2010 | Nadia Khouri-Dagher
MUZZIKA! Dicembre 2009 - Gennaio2010 Stampa
Nadia Khouri-Dagher   
Per cominciare l'anno con un pieno di energia positiva: quattro dischi di chitarra manouche, perché a gennaio 2010 si festeggia il centenario della nascita di Django Reinhardt. Con alcuni dei suoi degni eredi: Yourgui Loeffler, Steeve Laffont, Angelo Debarre e Raphaël Fays. Anouar Brahem torna con un altro album sontuoso. Buika interpreta divinamente la messicana Chavela Vargas, accompagnata dal pianista messicano Chucho Valdes. Abed Azrié ha composto il primo oratorio cristiano in arabo. Per finire Nassima ridà vita al chaâbi algerino. Buon anno!


Il colpo di fulmine di Babelmed

MUZZIKA! Dicembre 2009 - Gennaio2010 | Nadia Khouri-Dagher YORGUI LOEFFLER, Bouncin’ around
STEEVE LAFFONT, Swing for Jess
ANGELO DEBARRE, Gipsy unity
RAPHAËL FAYS, Extremadura
Quattro album: Le chant du monde/Harmonia Mundi

Appassionati di manouche, preparatevi! Questo gennaio, infatti, si celebra il centenario della nascita di Django Reinhardt (1910-1953). Jean-Baptiste Reinhardt nasce il 23 gennaio 2010 in una roulette di stanza a Liberchies, in Belgio, in una famiglia rom con la quale, durante l'infanzia, percorrerà in lungo e in largo la Francia e l'Italia, ma anche l'Algeria, per sfuggire alla seconda guerra mondiale. A 10 anni, il piccolo Django è affascinato dal banjo di suo zio, sul quale si esercita. Suonerà in seguito il violino, prima di scegliere la chitarra, con la quale diverrà presto un piccolo prodigio: a 13 anni già anima bar e feste popolari. Realizza il suo primo disco a 18 anni, e il resto è noto: la creazione dell'Hot Club de France con Stéphane Granelli, a 24 anni, le collaborazioni con musicisti jazz americani, le tournè, la celebrità... e la morte precoce.
“I figli di Django” (dal nome di una delle formazioni che ha ispirato) sono numerosi – e non cessano di moltiplicarsi anno dopo anno. L'etichetta Le chant du monde ci offre, per celebrare questo anniversario, i dischi di alcuni di questi eredi e un intero festival, a Parigi, in cui per 12 notti si potranno ascoltare i migliori chitarristi manouche del momento. Ecco, tanto per cominciare, quattro album, di altrettanti chitarristi provenienti da orizzonti diversi, ma tutti animati dalla stessa passione. Alcuni vengono da famiglie manouche, come Angelo Debarre; spesso suonano in famiglia, con un fratello, un cugino o uno zio, come Yourgui Loeffler, che suona in trio con suo fratello Gigi Loeffler e suo cugino Gino Roman; spesso è uno zio ad avergli dato il loro primo strumento o è stato il loro primo modello, come Steeve Laffont che riceve la prima chitarra a 9 anni, da suo zio; e il più delle volte sono autodidatti – con la notevole eccezione di Raphaël Fays, che studia chitarra classica dai 12 anni e suonerà Albeniz o Granado in concerto, prima di innamorarsi della Spagna, del flamenco e della chitarra manouche.
Potrete ascoltare questi quattro artisti, ma anche Tchavalo Schmitt, Christian Escoudé, David Reinhardt e altri, al festival Les nuits manouches, all’Alhambra a Parigi, fino al 30 gennaio 2010. Vi segnaliamo inoltre un sito interamente dedicato alla chitarra manouche: djangostation. Ce n'è a sufficienza per caricarsi di energie positive in questo inizio anno!
www.lesnuitsmanouches.com - www.djangostation.com - www.yorguiloeffler.com - www.raphaelfays.com


MUZZIKA! Dicembre 2009 - Gennaio2010 | Nadia Khouri-Dagher ANOUAR BRAHEM, The astounding eyes of Rita, ECM
Tutti gli album di Anouar Brahem sono una sorta di viaggio in musica, dal suo primo album, “Barzakh” fino a questo, “The astounding eyes of Rita”, che è il suo undicesimo. “Barzakh”, uscito nel 1991 – già con la ECM, l'etichetta tedesca di jazz estremamente selettiva creata da Manfred Eicher – ci faceva viaggiare tra Raf Raf, Kerkennah e il Belvédère, tutti luoghi che si trovano in Tunisia certo, ma che descrivono ugualmente un percorso di viaggio. “Astrakan café” era una ballata tra Grozny e Dar es-Salam, passando per Ashkabad; “Le pas du chat noir” traeva ispirazione da Parigi, dai suoi café e dalla vita delle sue strade; mentre “Le voyage de Sahar” ci guidava da Halfaouine a Cordova, visitando tutta l'Andalusia.
In quest'ultimo album, Anouar Brahem ci fa viaggiare tra il Libano, la Palestina e Gibuti – contrade, come quelle dei suoi precedenti album, realmente visitate quanto immaginate. Questo ritorno al Medio Oriente, culla dello 'oud, è occasione di un ritorno alle radici per l'artista tunisino, con atmosfere molto meno jazz e più orientali – accompagnato questa volta da Klaus Kessing al clarinetto basso, da Björn Meyer al basso e Khaled Yassine alle percussioni (darbouka e bendir).
Il ritmo che domina è quello della carovana, lunga marcia interminabile ritmata dal passo pesante del basso e animata dalla melodia danzante di un clarinetto che ondeggia come un vento leggero su una steppa desertica. Ed è alla Via della Seta che si pensa, ascoltando quest'album: Asia centrale e spirito nomade cari al cuore e alla sensibilità dell'artista, sottesi in ogni suo album.
Il titolo di quest'opera si ispira ad una poesia di Mahmoud Darwish (1941-2008), “Rita e il fucile”, di cui il libretto ci offre una traduzione in inglese e che comincia così:
“Fra Rita e i miei occhi
C'è un fucile
E chi conosce Rita
Si inginocchia e suona della musica
Per la divinità che c'è nei suoi occhi color di miele ...”
Anouar Brahem pubblica un album ogni due anni circa: senza fretta, lasciando maturare ogni volta il suo progetto, sa offrire ogni volta un disco che incanta, meraviglia, ed è capace di portarci nel suo universo, paese immaginario in cui sogno e realtà insieme, gioia e tristezza, solitudine e dialogo, si confondono. Anouar Brahem è il discendente di quei musicisti-viaggiatori di un tempo, un “achik”, musicista libero e pieno di amore, la cui musica è perciò libertà pura, che ama percorrere il mondo e cantarlo e il cui unico porto sono il suo strumento e la sua musica.
www.anouarbrahem.com


MUZZIKA! Dicembre 2009 - Gennaio2010 | Nadia Khouri-Dagher BUIKA, El último trago, Casa Limón
“Un giorno abbiamo sognato di riunire Chucho Valdes, la figura più importante del jazz afro-cubano, idolo della nostra gioventù, con Concha Buika, l'incontestata più grande voce del jazz afro-flamenco, e artista di punta di Casa Limon. Abbiamo immaginato di basare questo film sulle canzoni di Chavela Vargas, che sono come un filo di perle amorevolmente raccolte dalla diva messicana, una ad una, in giro per il mondo. Abbiamo pensato “E se questo incontro si svolgesse a L'Avana?”. Poi, basta immaginare: il sogno è diventato realtà”. Ecco come Javier Limon, il fondatore dell'etichetta Casa Limon, che ha scoperto Buika, spiega la nascita del terzo album della straordinaria cantante di flamenco, spagnola originaria della Guinea equatoriale, che Babelmed vi ha fatto conoscere fin dal suo primo album nel 2008 ( www.babelmed.net/328fr ).
Chavela Vargas, nata nel 1919, è una delle più grandi cantanti del Messico, conosciuta in tutta l'area latina, e questo disco esce per festeggiare i suoi 90 anni. “En el último trago” è una delle famose canzoni della grande artista messicana:
“Nada me han enseñado los años
Siempre caigo en los mismos errores
Otra vez a brindar con extraños
Y a llorar por los mismos dolores...”
“Soledad”, che apre l'album, è un altro celebre titolo di Chavela Vargas ( che potete scoprire su youtube se ancora non la conoscete), canzone straziante, come tante in quest'album. Buika, la cui voce sembra fatta per cantare la sofferenza, sofferenza che è anima del canto flamenco, presenta, accompagnata al piano da Chucho Valdes, un album di canzoni che sembrano essere state scritte per lei. Javier Limón aveva già avuto la brillante idea di riunire, nel magnifico album “Lagrimas negras”, il cantante di flamenco Diego el Cigala con Bebo Valdes, padre di Chucho Valdes. Prosegue con l’album quest'incontro naturale fra Spagna e Cuba, isola insieme nera e ispanica, proprio come Buika... e i Valdes, padre e figlio...
www.buika.casalimon.tv


MUZZIKA! Dicembre 2009 - Gennaio2010 | Nadia Khouri-Dagher ABED AZRIÉ, L’Evangile selon Jean, Doumtak (2CD+DVD)
“Gesù, dio e uomo, è il risultato delle credenze della fertilità sumero-babilonesi, cananee o fenicie. Con la sua vita, la sua morte e la sua resurrezione riprende un tema molto antico e perpetua una mitologia già millenaria che riguarda tutto il bacino mediterraneo e fa parte del fondo comune delle grandi culture popolari”. Con questa spiegazione storica Abed Azrié presenta la sua ultima creazione, un oratorio in arabo classico del Vangelo secondo Giovanni. Abed Azrié, che è nato ad Aleppo e vive in Francia dal 1967, non cessa di rendere omaggio, nei suoi dischi, alle grandi tradizioni spirituali della regione dove è nato ed è cresciuto, e in cui tutte le credenze si mescolano. Il suo disco “Mystic”, infatti, metteva in musica i testi dei grandi mistici musulmani (Al Hallaj, Ibn Arabi, ecc.). “L'epopea di Gilgamesh” ridava vita al racconto mitico della vita di Gilgamesh, il re della Mesopotamia antica che avrebbe regnato verso il 2700 a.C. , avrebbe compiuto prodigi e sarebbe il discendente di una divinità.
Oggi sappiamo che la religione cristiana, nata circa 2000 anni fa, ha ripreso e attualizzato miti e temi già presenti nelle religioni e nelle credenze di quest'area del Mediterraneo: così è per il tema della resurrezione, o del Natale, che riprende una festa pagana collocata in pieno inverno (si vedano Roger Arnaldez, “Un seul Dieu” in Fernand Braudel e Georges Duby, La Méditerranée – Les hommes et l'heritage, Flammarion, 1986).
Per “Il Vangelo secondo Giovanni”, Abed Azrié ha riunito un'orchestra orientale ('oud, alti, percussioni...) e un orchestra occidentale (violino, violoncello, contrabbasso e fisarmonica), mentre il canto, dei solisti come dei cori, è in arabo classico, lingua nella quale è letto il Vangelo nelle liturgie cristiane d'Oriente.
“In principio era il Verbo
E il verbo era presso Dio
E il verbo era Dio
Egli era in principio presso Dio
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”.
Così si apre l'oratorio (“Fi el bod’ kan el kalima...”), e nel testo, la parola araba “Kalima”, che vuol dire “parola” e fa parte del vocabolario arabo parlato, suona molto meglio del pomposo “In principio era il Verbo”, formula troppo esoterica per i comuni mortali... E in tempi di fanatismo religioso come quelli che corrono in quella regione del mondo – e Abed Azrié spiega il suo percorso ecumenico anche attraverso la volontà di lottare contro quei focolai che contraddicono secoli di una storia multiculturale – ricordare che la parola era “presso Dio”, e non confiscata da pochi, ha un profondo valore rivoluzionario...
Un'opera originale, che i non arabofoni potranno avere il piacere di ascoltare aiutati dal DVD, che traduce le parti cantate in arabo. Per la musica, Abed Azrié è altrettanto lontano dai canti liturgici cristiani quanto dalla traduzione cantata musulmana, o ancora dagli oratori di Joan-Sebastian Bach. Azrié ha saputo creare una musica che a tratti sembra sorgere da ere lontane, a volte primitiva, altre più sofisticata, in cui dolcezza, paura, smarrimento e il messaggio evangelico, si esprimono, al di là delle parole, dalla sola musica e dal canto delle voci. Si fanno notare i solisti e il coro del conservatorio di Damasco, e in particolare le voci più pure e espressive di Linda Bitar, Manal Samaan, Hala al-Sabbagh, Inas Iattouf, che ha il ruolo dell'evangelista. Il DVD riprende lo spettacolo prodotto a Damasco il 27 maggio 2009, sotto la direzione di Alain Joutard, dove Abed Azrié canta nel suo oratorio: fa la parte di Gesù.
www.abedazrie.com


MUZZIKA! Dicembre 2009 - Gennaio2010 | Nadia Khouri-Dagher NASSIMA, Des racines et des ailes, MLP/Rue Stendhal
Un disco di chaâbi algerino, che si apre con le corde di un ritmo flamenco, trovata per nulla banale. Per il suo quinto album, Nassima, mezzo-soprano che canta accompagnandosi alla mandola, dà in questo modo, già dall'inizio, il tono a tutto il lavoro: rivisita lo chaâbi, non imitando però pedissequamente lo stile nato ad Algeri nella prima metà del XX secolo, ma restando fedele al suo spirito, che è quello della modernizzazione della tradizione, per renderla accessibile a un pubblico più vasto.
In “Des racines et des ailes”, Nassima, che si è formata con la musica classica araba (è entrata all'età di 7 anni nel conservatorio di Blida) si prende il piacere di cantare alcuni autori simbolo dello chaâbi, e di offrirci alcune delle sue composizioni. Il titolo che apre il disco, “Ya noudjoum ellil” (O stelle della notte), è una composizione di Cheikh el Hasnaoui (1910-2002), uno dei maestri dello chaâbi algerino, che, emigrato in Francia nel 1937, dedica una buona parte delle sue canzoni al tema dell'esilio. E Nassima, che, dopo un brillante inizio di carriera in Algeria, ha scelto di trasferirsi in Francia nel 1994, durante i cupi anni in cui l'islamismo voleva far tacere le voci degli artisti, fa sue queste parole:
“Nel mio esilio in terra straniera
Coloro che mi vedono dicono “è uno straniero”
Ero qualcuno ma adesso non sono più niente
E qualsiasi cosa mi metta mi sento nudo
O stelle della notte veglio in vostra compagnia
Non ho amici né protettori(...)
Perso nella mia solitudine senza tenerezza”
“Hdjarte bladi” (Ho lasciato il mio paese), sullo stesso tema, è una composizione di Nassima, che in questo modo si inscrive nella scia degli artisti algerini che cantano l'esilio:
“Ho lasciato l'Algeria
il paese dei miei avi
Algeria tenero mio cuore
Terra dei miei, terra dei miei genitori”...
Si noterà inoltre che, come i burnus degli uomini e le vesti bianche delle donne in Algeria non sono altro che la perpetuazione dei costumi romani antichi, questo tema dell'esilio, molto presente nella canzone algerina e araba in generale, è una tradizione mediterranea che risale alla poesia greca e romana antica, e di cui il poeta Ovidio, esiliato dall'imperatore Augusto nell'anno 8 d.C. sulle coste del Mar Rosso, nell'attuale Romania, ha lasciato uno dei più begli esempi, nella sua raccolta “Tristia” (Tristezze). Nelle sue lettere dall'esilio, piene di lacrime, Ovidio gioca col doppio senso del verbo latino “perire”, che significa sia andare che morire; o ancora, crea giochi di parole tra exilium (l'esilio) e exitium (uscita, metafora per indicare la morte).
Anche altri temi riempiono quest'ultimo album di Nassima: canti d'amore con le immagini della poesia andalusa, come l'usignolo (in “Tiri tar” - Il mio usignolo è volato via); un canto di circoncisione; o un canto per la sposa, in cui si ritrova il celebre tremolo della mandola, strumento-feticcio di Nassima (che suona anche lo 'oud), creato ad Algeri all'inizio del secolo scorso dal liutaio Belido, in collaborazione con il pioniere dello chaâbi M’hamed El Anka (1907-1978), strumento più grande del mandolino e più piccolo dello 'oud.
Nassima, arrivata a 30 anni di una carriera che l'ha vista dare concerti a New York, Montreal, in Svezia, in Italia, in Spagna, Ungheria o ancora in Pakistan, che l'ha vista suonare con l'Orchestra Sinfonica di Algeri e produrre una serie di trasmissioni per la televisione algerina dedicate alla musica e alla poesia del Maghreb, vuole ormai, stabilitasi in Francia, trasmettere la sua arte e il patrimonio di musica arabo-andalusa alle nuove generazioni, creando una scuola... Avviso per gli interessati...
www.nassima-chabane.com

Nadia Khouri-Dagher
Traduzione dal francese di A.Rivera Magos
(20/01/2010)







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