MUZZIKA! Settembre 2010  | Nadia Khouri-Dagher
MUZZIKA! Settembre 2010 Stampa
Nadia Khouri-Dagher   
Questo mese, un album decisamente ben riuscito di Moussu T e lei Jovents, che cantano il sud della Francia e non solo. Un bell’album dell’italiano Peppe Voltarelli, che canta la sua Calabria, e non solo… Antonio Zambujo torna con un album di canzoni portoghesi e brasiliane, e Paco el Lobo presenta la sua chitarra e le sue canzoni di flamenco spagnolo. Nour Eddine Fatty ci fa familiarizzare con la musica gnawa e l’iraniano Ramin Rahimi ci mostra, con le percussioni, le strane parentele delle musiche del mondo…


Il colpo di fulmine di Babelmed
MUZZIKA! Settembre 2010  | Nadia Khouri-Dagher MOUSSU T E LEI JOVENTS, Putan de cançon, Le chant du monde/Harmonia Mundi
Adoriamo il gruppo Moussu T e lei Jovents, di base a La Ciotat vicino Marsiglia, che sin dalla nascita, nel 2004, hanno un repertorio di canzoni gioiose, impertinenti e impegnate, in cui non fanno che tessere le lodi del “sud”, dove fa caldo, ci sono il sole e il mare, le radici di un sud più politico, vissuto come resistenza a un nord metaforico che vuole imporre, al sud della Francia e al mondo intero, un ordine economico e sociale, non in armonia con i modi di vivere e i costumi locali…
Un album formidabile, dove l’ispirazione è sempre presente e le canzoni riflettono tutta una filosofia di vita, felice e tranquilla, un modo per dirci che la felicità di vivere è la cosa più importante al mondo – cosa che il ritmo frenetico imposto alle nostre vite moderne cerca ogni giorno di contraddire.
Così, in “L’horloge” (L’orologio), il cantante Tatou, parlando a nome del gruppo, ci avverte:
“Non prendiamo più il tempo per ridere
Non prendiamo più il tempo per amare
Non prendiamo più il tempo per scrivere
lettere ai nostri cari

Perdiamo il nostro tempo a scappare
Perdiamo il nostro tempo a remare
Perdiamo il nostro tempo a correre
Per essere i primi all’arrivo...”

In “Bons baisers de Marseille” “Baci da Marsiglia”, scrive una tenera cartolina:
“Con l’inchiostro blu di una vecchia stilografica
Sul bordo dell’acqua ti scrivo due righe
Solo un uccello a sorvegliarmi
Penso a te
Baci da Marsiglia (...)
Conosco bene questo posto
Dove si cammina nel freddo
Dove si combatte per portare il pane a casa
Dove la sera in mezzo al letto
Ci si dice che è stata follia
Aver lasciato i colori dell’infanzia”

“Quand je la vois je fonds” (Quando la vedo mi sciolgo) invece è piena di humour (“Sono il suo zucchero quando lei è il mio caffè/ Sono i suoi cereali quando lei è la mia tazza di caffè”...). “Mon ouragan” (Il mio uragano) è una vera dichiarazione d’amore, anche se comincia con : “Ti detesto quando fai i capricci”. Qui l’amore è appassionato, ma sincero! L’impegno politico – tipo Brassens in “La mauvaise reputation” (“Alle brave persone non piace/ che si segua una strada diversa…”) – è espresso chiaramente in “Censurami”, che se la prende con il pensiero unico e l’omologazione dei comportamenti. La bellezza dei luoghi, dalle “barche dipinte con colori vivi” di La Ciotat al colore del mare, è cantata con una passione per il posto in cui si vive, come ha fatto di recente per la sua Tolosa, con lo stesso amore, Claude Nougaro, altro uomo del sud…

Nell’insieme un album meraviglioso, che piazza Moussu T e lei Jovents in alto nella classifica dei migliori artisti francesi di oggi, attraverso la loro musica e il loro messaggio che è universale – anche quando cantano in occitano! – pur essendo radicati in un luogo amato con passione. Ci sono stati Trénet e Brassens che hanno cantato Sète, Brel e il suo piatto paese, Nougaro e Tolosa, oggi ci sono Moussu T e lei Jovents che, da La Ciotat cantano insieme, come i loro predecessori, la loro città e i sentimenti umani.
www.moussut.ohaime.com


MUZZIKA! Settembre 2010  | Nadia Khouri-Dagher PEPPE VOLTARELLI, Ultima notte a Mala Strana, Le chant du monde/Harmonia Mundi
L’artista italiano si esibisce ogni tanto in apertura dei concerti di Moussu T e lei Jovents e c’è, tra i due gruppi di artisti, un certo legame: il radicamento in una terra e una lingua locale, una buona dose di humour e una forma di resistenza che passa attraverso la musica. Peppe Voltarelli infatti è originario del sud dell’Italia, della Calabria (la punta del “tacco”), la regione più povera del paese che ha dato numerosi emigranti all’America del Sud, all’Europa, e… al nord industrializzato del paese.
Canta spesso in dialetto calabrese e, se qui e là fa risuonare il tipico arpeggio della chitarra del sud Italia, più spesso si dedica ai generi musicali che ama di più, quasi tutti allegri: swing manouche, jazz, energico flamenco, rock... Nelle sue canzoni, l’artista se la prende direttamente con la mafia – la terribile mafia calabrese, arrivata fino agli Stati Uniti – e canta le persone comuni, come nella bella canzone sui marinai - “Marinai”, che fa immancabilmente pensare, per la sua poesia, a Brel e alla sua “Port d’Amsterdam” (Il porto di Amsterdam).

Peppe Voltarelli, come molti altri italiani, ha il viaggio nel sangue. Il suo primo album da solista, nel 2009, si chiamava “Duisburg Nantes Praga”, ed era il risultato di una tournée europea. In quest’album, “Dernière nuit à Mala Strana” (Ultima notte a Mala Strana), rende omaggio a quello storico quartiere di Praga, ma anche a Montreal, in una canzone che si apre con una malinconica fisarmonica, dagli accenti decisamente francofoni…
Se amate l’Italia, e se amate la musica, questo disco vi piacerà, perché rivela un artista dall’insaziabile curiosità, che ci offre un matrimonio felice fra poesia malinconica e scherzosa allegria.
www.peppevoltarelli.it


MUZZIKA! Settembre 2010  | Nadia Khouri-Dagher ANTONIO ZAMBUJO, Guia, World Village/Harmonia Mundi
Antonio Zambujo ci aveva già colpiti con il suo primo album, del 2008, “Outro Sentido” (World Village/Harmonia Mundi) ( www.babelmed.net/3832fr ).Adesso torna con un album di canzoni meticcie, che per la maggior parte non sono fado, genere che l’ha fatto conoscere – aveva vinto nel 2006 il Premio Amalia Rodrigues come Miglior interprete maschile di fado – e che onorava nel suo primo album.
Questo secondo disco si apre con una canzone del brasiliano Marcio Faraco, cui segue un arrangiamento in fado della celebre canzone “Apelo” di Vinicius de Moraes e Baden Powell (“Meu amor nao vas embora/Vê a vida como chora/Como é triste esta cançao...”). Il tango e la milonga fanno da base ritmica per altre canzoni (“Nao me dou longe de ti”, “Barroco Tropical”), e il suono di una tuba o di un clarinetto – completamente estranei alla gamma di strumenti tradizionalmente suonati nel fado, che comprende solo chitarre – esprimono qui e là l’amore che l’artista nutre per il jazz e il suo desiderio di cantare ciò che vuole.
Se le melodie e i ritmi si allontanano deliberatamente dal fado – e perché i cantanti portoghesi dovrebbero essere condannati a cantare il fado? I cantanti francesi non cantano forse tutti i generi!? – le parole restano fedeli al repertorio poetico portoghese, immensamente romantico: delusioni amorose, tristezza, rose, lune e giardini, in una tradizione ancora tutta impregnata del repertorio poetico dell’Andalusia araba medievale, che continua a caratterizzare la penisola iberica…

Anche un po’ di humour, naturalmente, con “Readers Digest”, che prende in giro le piccole vite troppo tranquille (“Quero a vida pacata...”) – vi diamo la traduzione:
Sogno una vita tranquilla, docile, senza né onde né nuvole (...)
Voglio un due piazze, un cane, un gatto e il doppio-petto
Radermi la mattina, pagare le mie tasse ed essere sicuro (...)
Una vita tranquilla, facile, la cravatta, scarpe a buon mercato,
In bocca solo una zuppa, del pane e un buono-pasto
Metro, ufficio, nanna, ignoro la passione, vivo di illusioni,
Un abito carino, un po’ fuori moda e il conto da pagare
www.antoniozambujo.com


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PACO EL LOBO, Mi camino flamenco, Buda Musique/Distrib. Universal
“Paco il lupo”, come il suo soprannome, è nato a Parigi ed è uno di quei gitani di Francia che restano irresistibilmente radicati alla tradizioni del flamenco spagnolo delle origini. D’altronde, nel maggio scorso, ha presentato in partenariato con l’Ambasciata di Spagna, davanti all’Hotel de Ville a Parigi, uno spettacolo di canto e danza flamenco: quale migliore consacrazione e dichiarazione di reciproca adozione?

Chitarrista autodidatta, come molti altri artisti gitani e di flamenco, Paco ha avuto un’infanzia difficile – “ bidonvilles e roulotte” come spiega lui – ed è stato chiuso in riformatorio quando aveva sei anni. Probabilmente è la musica ad averlo salvato: accolto all’uscita della sua “detenzione” dal suo padrino nei paesi baschi, è con lui, appassionato di flamenco, che ascolterà questa musica, incontrerà altri appassionati di flamenco e imparerà lo spagnolo.
In seguito parte per Madrid, per inserirsi tra i professionisti del flamenco – la vecchia generazione è ancora là, è l’inizio degli anni ’70. Pepe de la Matrona (1887-1979), oggi considerato uno dei più grandi cantanti, lo prende in simpatia. Paco ha raccontato quell’esperienza a Francis Marmande, giornalista di Le Monde: “Per me, erano degli dei. Le loro famiglie invece li disprezzavano. In città nessuno li considerava. Dovevano farsi invitare a destra e a manca. Nessuno si interessava a loro. Venivano presi per dei fannulloni che facevano ay-ay-ay”... In Spagna, Paco incontra anche la nuova generazione del flamenco, quella che lo sta modernizzando, e lo fa rivalutare presso il pubblico: Camaron de la Isla e Paco de Lucia.

Paco è tornato a vivere in Francia e consacra una parte importante del proprio tempo all’insegnamento e alla trasmissione della sua arte, per esempio nelle scuole. La pedagogia è lo spirito che anima anche il libretto del cd, che ha scritto lui, e dove spiega l’origine e le specificità dei diversi generi di flamenco: buleria, fandango, rumba, mariana, mirabras, ecc...
Tutte le canzoni sono cantate in spagnolo, su propri testi e composizioni, o su arie tradizionali. E tutto lo spirito delle “coplas” andaluse, brevi poesie d’amore che usano parole semplici e immagini di tutti i giorni – perché erano scritte da persone comuni e non da letterati – viene preservato in queste canzoni che continuano a cantare, da secoli, su melodie tristi o infiammate, l’amore, le rose, le lacrime, la bellezza di una bella… Come in “La Bahia”:
“Quando ti ho vista arrivare
ho detto al mio cuore
che splendida piccola pietra
per inciampare…”
O in “Maestro Chano:
“Tu sei più delicata
Tu sei più bella
dei garofani rossi
che si appendono ai balconi”

Un album che piacerà a tutti gli amanti del flamenco e della Spagna.
www.pacoellobo.com - www.myspace.com/pacoellobo


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NOUR EDDINE, Marocco – Traditional songs & music, ARC Music
Nour Eddine Fatty è un artista marocchino che vive in Italia, dove vince numerosi riconoscimenti, ed è spesso chiamato a realizzare musiche per film. Nour Eddine Fatty ha infatti vinto nel 1997 il 1 premio al Festival Folcloristico di Vejano in Italia, ed è la star del film “Suoni del Marocco”, presentato al festival Internazionale del film a Roma nel 2009.
Questo è il suo tredicesimo album, che è prodotto dall’etichetta londinese ARC Music. Artista berbero, questo disco è dedicato alle musiche gnawa, molto in voga in Europa da alcuni anni. E, attenzione: è ascoltabile! Si perché numerosi dischi dedicati a queste musiche, che sono musiche per la trance in cui le percussioni sono le protagoniste, sono però totalmente inascoltabili su un disco, tra quattro mura! Ma Nour Eddine Fatty, che oltre a cantare suona lo ‘oud, la chitarra, la cornamusa e le percussioni, non fa ascoltare solo percussioni. In questo caso sono le corde le protagoniste – compreso il guembri, il basso tradizionale del Sahara. E quando canta ha una bellissima voce. Non un semplice documento etnografico, dunque, ma un disco di vera musica.

L’album è dedicato a quei canti e brani musicali che vengono suonati durante la “Bahja” del rituale gnawa, la fase in cui si invocano gli spiriti buoni, per allontanare il male. Nella cosmogonia gnawa infatti, piena di credenze dell’africa nera, perché gli gnawa (“guineani”) non sono altro che i discendenti degli schiavi catturati a sud del Sahara, si pensa che l’aria sia piena di spiriti maligni, ma anche di buoni, per scacciare i primi.
Così, le prime canzoni dell’album evocano diversi “spiriti”, ormai trasformati in “santi” (Sidi) per l’assimilazione degli gnawa alla religione musulmana. Alcuni esempi, in “Boudali”:
“Boudali, oh Santo Boudali
Boudali, vagabondo
santo errante
che rende le persone felici
che porta amore e sincerità
vieni a festeggiare con noi questo momento di felicità
Boudali, oh Santo Boudali”.

Un’altra canzone invoca lo spirito di “Jalaban”, un’altra quello di “Toura”:
“Toura, Toura, spirito affascinante
che vieni carico di grandi doni
Toura, nome caro al mio cuore
ti invoco stasera
fammi felice”.

Un album ben riuscito e le foto dello spettacolo dell’artista, che è anche coreografo, fanno venir voglia di vedere in scena, lui e il suo gruppo!
www.myspace.com/noureddinefatty


MUZZIKA! Settembre 2010  | Nadia Khouri-Dagher RAMIN RAHIMI & FRIENDS, The pulse of Persia, ARC Music
Ramin Rahimi è un percussionista iraniano, anziano violoncellista nell’Orchestra sinfonica di Teheran, professore di percussioni all’Istituto di musica Golpa, a Teheran, e anche fondatore del gruppo heavy-metal Angband, l’unico gruppo iraniano di questo genere prodotto da un’etichetta europea. Quanto basta per dire che la sua curiosità musicale è immensa, e questo secondo disco con la ARC lo conferma presentando delle composizioni con influenze molto varie – e in cui l’artista suona percussioni provenienti da tutti i paesi: tombak, daf, dhol dall’Iran, ma anche djembe dall’Africa, cajon e congas dall’America Latina, senza contare altri numerosi tamburelli, cimbali e campane da diversi paesi…

Circondato da eccellenti musicisti – fra cui si distingue, per lo spazio concesso allo strumento, il chitarrista Farid Raoufi in diversi brani di ispirazione flamenco – Ramin Rahimi presenta in quest’album alcune composizioni straordinarie, a cominciare dal brano d’apertura, “Tornade” (Tornado), dal nome azzeccato visto il rapido ritmo: una vera performance!
Ma, più che a un’esibizione virtuosistica dei suoi talenti – e della varietà infinita di suoni che le diverse percussioni riescono a produrre insieme – l’artista ci invita a un viaggio e, con intenzione pedagogica, a una dimostrazione della parentela tra musiche e ritmi provenienti da orizzonti diversi – Iran, Spagna, Cuba, Africa, ecc. – cui l’artista-professore si dedica con piacere.
Un ottimo album, in un momento in cui la musica iraniana a causa del contesto politico, pur così ricca, resta sullo sfondo delle scene e delle case discografiche europee.


Nadia Khouri-Dagher
Traduzione dal francese di A.Rivera Magos
(20/09/2010)



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