MUZZIKA! Luglio-Agosto 2009  | Nadia Khouri-Dagher
MUZZIKA! Luglio-Agosto 2009 Stampa
Nadia Khouri-Dagher   
Khaled, re ineguagliato del raï, ritorna più in forma che mai, con un album che rende omaggio a tutte le musiche che l'hanno formato; Maliétès, gruppo alsaziano che mescola le musiche greche e quelle turche per farci meglio comprendere la vanità di etichette e frontiere tra persone che amano gli stessi ritmi; Matthieu Saglio, che ci propone un violoncello vagabondo, in solo come in duo con il violinista Fathi Ben Yakoub; e per finire, la marsigliese Christina Rosmini, che presenta il primo album completamente mediterraneo della canzone francese, omaggio, in 14 canzoni, ad un mare amato – e cantato! – con passione dai suoi abitanti, da diversi millenni..


Il colpo di fulmine di Babelmed

MUZZIKA! Luglio-Agosto 2009  | Nadia Khouri-Dagher KAMEL ELHARACHI, Ghana Fenou, Tam/Mosaïc
Ecco il disco che vi serve per quest'estate: festoso, danzereccio, gioioso, delizioso dall'inizio alla fine e... intelligente! Kamel Elharachi rende omaggio, nel suo primo album, a suo padre, il grande Dahmane Elharachi (1925-1980), cantante di chaâbi da sempre adorato dagli algerini di ogni età ed estrazione sociale. Ne sono prova le numerose testimonianze in rete, che si possono leggere per esempio sul sito http://dahmane-elharrachi.narod.ru o altri ancora: “Il tuo nome resterà impresso a lettere di fuoco sul nostro grande patrimonio culturale algerino”; “Dahmane Elharachi, Allah yerhmak (che Dio ti conservi), sei stato e sarai sempre il genere di cantante che lascia un'impronta alle generazioni. Rispetto per il tuo Fenn (arte) che hai trasmesso a noi”; “Rak hay fi klobna” (Resti sempre vivo nei nostri cuori)”...
L'immensa popolarità di Dahmane Elharachi tra gli algerini, ancora a quasi vent'anni dalla sua scomparsa, può essere paragonata in Francia solo a quella di Brassens: stessi baffi su un volto dallo sguardo dolce, l'uno al liuto l'altro alla chitarra, stesso spirito nelle canzoni a volte gioiose a volte malinconiche e dalle parole intense, sguardo sensibile e aspro sulla società, che non si imbarazza delle ipocrisie al punto da dire verità che disturbano. Perché lo chaâbi – la parola significa semplicemente “popolare” - designa la canzone algerina nata nel periodo tra le due guerre, che in Francia veniva chiamata “varietà” per distinguerla dal canto lirico classico, e che, tutto basato su melodie arabo-andaluse, introduceva alcuni strumenti moderni come il piano o il banjo, e utlizzava per le parole (e utilizza ancora, perché il genere si perpetua, come prova questo album) la lingua algerina parlata dalla gente comune e non l'arabo dotto dei libri usato nella musica classica, e affrontava con parole semplici, come diversi altri repertori popolari in altri paesi, tematiche come le donne o l'alcool, senza imbarazzarsi dietro le metafore e i sottili obblighi della musica araba classica ( come nelle sue canzoni “Ya el hajla” (O pernice), Zoudj hamamet (Due tortorelle) o “Ya kessi” (Il mio bicchiere)...
Ma Dahmane Elharachi dovrà la sua celebrità al ruolo che giocherà all’interno del fenomeno migratorio: quando si trasferisce in Francia nel 1949, compose e cantò nei caffè algerini di Lille, Marsiglia, Parigi e nei raduni dei lavoratori, le canzoni dell'emigrazione che lo renderanno celebre fra i suoi compatrioti. Conoscete tutti “Ya rayeh”, (A te che parti), ripresa da Rachid Taha nel 1993 e divenuto un successo... Perché il grande artista, che faceva l'operaio e cantava per distrarre e alleviare le sofferenze dei suoi colleghi, non fa il suo debutto che alla fine degli anni '70, in occasione del Festival della musica magrebina e diventerà celebre, al di fuori della diaspora, solo negli anni '90, con la revival di “Ya Rayeh” da parte di Rachid Taha.
Suo figlio maggiore Kamel, che noi abbiamo avuto la fortuna di ascoltare al festival Babel Med a Marsiglia nel marzo 2009, all'Institut du Monde arabe di Parigi e altrove, rivitalizza alcuni dei più grandi successi di suo padre aggiungendovi composizioni proprie, in particolare la canzone che da il titolo all'album, “Ghana fenou” (Ha cantato la sua arte): “Il a chanté son art, il a laissé son empreinte/Quand tu l’entends tu ne l’oublies pas /Ses bonnes paroles se sont élevées … /Que Dieu bénisse ce grand poète, Il a laissé un héritage de paroles éclairées... (Ha cantato la sua arte, ha lasciato la sua impronta/ Quando lo ascolti non lo dimentichi/ Le sue buone parole si sono alzate/Dio benedica questo grande poeta, Ha lasciato un'eredità di parole sicure...)” .
E come “bonus-track”, per i molti di voi non la conoscevano, ecco qualche parola di “Ya rayeh”, composta negli anni '60, per comprendere il motivo della loro immensa eco nei raduni e caffè di emigrati in Francia: “O toi qui t’en vas, où pars-tu? Tu finiras par revenir/ Combien de gens peu avisés l’ont regretté avant toi et moi.../ O toi l’émigrant, tu ne cesses de courir dans le pays des autres... / Pourquoi ton coeur est-il si triste? Pourquoi restes-tu planté là, comme un malheureux?/ Les difficultés ne durent pas, et toi tu ne construiras, ni n’apprendras rien de plus / Ainsi les jours ne durent pas, tout comme ta jeunesse et la mienne / O le malheureux dont la chance est passée, comme la mienne... (Tu che te ne vai, dove parti? Finirai per tornare/ Quante persone poco avvedute l'hanno rimpianto prima di te e me?/ Tu, emigrante, non smetti di correre nei paesi degli altri...Perché il tuo cuore è triste? Perché resti fermo lì come un infelice?/ Le difficoltà non durano, e tu non costruirai né imparerai qualcosa di più/ Anche i giorni non durano, proprio come la tua giovinezza e la mia/ Infelice la cui fortuna è passata, come la mia...)”
www.myspace.com/kamelelharachi
www.turnagainmusic.com
Da leggere, sulla musica algerina d'emigrazione: Bouziane Daoudi & Hadj Milinai, Beurs’ Melodies, Séguier, 2002.



MUZZIKA! Luglio-Agosto 2009  | Nadia Khouri-Dagher KHALED, Liberté, Universal
L'album si apre con un’introduzione egiziana, orchestra sinfonica di archi e solo di 'oud, che vira presto in un ritmo country, e non si rivela essere altro, una volta che la voce di Khaled si è lanciata, che il ritmo del cavallo al trotto, ritmo binario e rurale sul quale si basano anche alcune danze dei villaggi dell'est algerino e alcune canzoni nel raï di Orano...
Khaled ritorna, dopo diversi anni di silenzio, con un album superbo come i suoi primissimi, autentico e vissuto. Ci ricorda che l'artista oranese aveva creato il primo successo planetario algerino, “Didi”, all'inizio degli anni '90, che vide il raï fare il suo ingresso in tutti i locali notturni del mondo... Khaled rende qui omaggio alle musiche che l'hanno formato, bambino e adolescente, nell'Est algerino così vicino al Marocco, e in una città, Orano, dalla popolazione straordinariamente mista, dove era possibile ascoltare le più grandi star arabe come Abdel Halim Hafez o Mohamed Abdelwahab, le più grandi stelle occidentali come Elvis Presley o Johnny Halliday (che si esibì in concerto a Orano negli anni '60), artisti marocchini come Nass el Ghiwane, ma anche le musiche rurali che arrivavano con gli abitanti dei villaggi che affluivano in città.
Khaled, che noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare qualche anno fa, ci ha raccontato come ha cominciato a cantare, da bambino: “Sono cresciuto in una famiglia povera, eravamo sette figli. Io suonavo un po' di musica sotto casa la notte. Eravamo piccoli, fabbricavamo delle chitarre con dei barattoli di olio Esso: facevamo un foro, fissavamo un asse di legno, dei chiodi e dei fili. Noi oranesi cominciamo con la chitarra perché Orano è stata spagnola...” (YASMINA n°1, ott. 2002).
“Liberté” offre diverse canzoni splendide, da “Ya Bouya Kirani” (Padre, in che stato sono), canzone di un amore impossibile secondo il tema classico della canzone arabo-magrebina, a “Zabana”, omaggio a un eroe oranese della guerra d'Algeria. In quest'album si possono ritrovare tutte le introduzioni tipiche del raï, come nella canzone che dà il titolo all'album, “Liberté”, in cui Khaled, per diversi minuti, si e ci diletta con lunghi mawwals, i vocalizzi arabi, e con dolorosi “aman aman” cantati con sofferenza, il tutto su frasi in franco-arabo, concludendo l'intro con un mawwal sulle parole, “a me la libertà!”, in francese, per poi ripartire con un raï ritmato e vivo. Perché sulle rive mediterranee e soleggiate d'Algeria non si resta mai tristi a lungo...
Negli ultimi anni il raï era caduto in disgrazia presso il pubblico, perché si era perso nei facili effetti dei sintetizzatori e dei ritmi automatici per i locali notturni e i matrimoni. Con quest'album, Khaled dimostra che il genere è ancora vivo e autentico, al contempo spumeggiante e sentimentale, popolare e musicalmente sofisticato, romantico e duro, e che si ama proprio perché contiene tutte queste contraddizioni, che sono quelle dell'Algeria, o forse di ciascuno di noi...
http://khaled-lesite.artistes.universalmusic.fr/


MUZZIKA! Luglio-Agosto 2009  | Nadia Khouri-Dagher MALIETES, Maliétès 2, L’Autre Distribution
Maliétès fa parte di quei gruppi di giovani musicisti francesi, sempre più numerosi, che si dedicano con passione alle musiche d'altrove. Maliétès fa parte anche del collettivo alsaziano “L’assoce pikante”, che riunisce una mezza dozzina di gruppi della regione: Boya, L’Hijâz’Car, Le grand ensemble de la Méditerranée, Place Klezmer, Shezar, e Electrik Gem – che hanno a volte musicisti in comune. Così L’Hijâz Car accompagna nel suo ultimo album, e in scena, la cantante degli Aurès Houria Aïchi; e diversi membri di Maliétès fanno anche parte del Grand ensemble de la Méditerranée. Strasburgo capitale mediterranea, chi l'avrebbe creduto? Ma le migrazioni forzate del XX secolo hanno deciso altrimenti, facendo disperdere le diaspore mediterranee in Europa. E l'aereo ha reso facili viaggi che in altri tempi sarebbero durati anni...
Ed è così che Lior Blindermann, primo chitarrista di Strasburgo, si è poco a poco interessato allo 'oud, “guidato dalla memoria delle sue radici”... Con lui, Yves Béraud alla fisarmonica, strumento viaggiatore che qui si presta a meraviglia agli ondeggiamenti orientali; Etienne Gruel, formatosi soprattutto presso i fratelli Chemirani, alle percussioni (zarb, darbouka, reqq, ecc.); e Nicolas Beck, al contrabbasso e al tarhu, varietà di viola turca.
Maliétès si è dunque specializzato nelle musiche “di Grecia e Turchia”, come specificano nel loro myspace con un messaggio chiave: la coabitazione di differenti culture – anche se certi vorrebbero opporvisi – che si traduce anzitutto in musica: “È in Asia Minore, e particolarmente nella parte occidentale dell'Anatolia, dove le comunità turche e greche coesistevano sotto l'Impero Ottomano. Il reciproco riconoscimento delle loro culture permise anche di dar vita ad una musica comune... (…) Durata diversi secoli, l'interazione tra i gruppi etnici greci, turchi, armeni, ebrei, slavi, arabi, persiani e molti altri ha prodotto, nell'atmosfera cosmopolita di queste grandi città, una cultura musicale che potrebbe essere definita un esempio perfetto di prodotto interculturale”, ci spiega nel libretto introduttivo l'etnomusicologo francese di origine turca Sami Sadak.
E in effetti, all'ascolto, ci si rende conto che non c'è niente di più vicino a una canzone greca... di una canzone turca! Cristiani e musulmani si sono tuttavia affrontati per diversi secoli, Bisanzio diventava come si sa Costantinopoli, poi Istanbul, su terre che, fin dall'antichità (detta greca, ma il cui centro era in Asia minore), mescolavano popoli venuti dai luoghi più lontani...
I nostri artisti ci offrono canzoni tradizionali e alcune loro composizioni, in greco, in turco e in ladino, la lingua parlata dagli ebrei discendenti da famiglie andaluse e stabilitesi a Istanbul o Atene, negli stili più diversi, per riprodurre l'atmosfera dei “caffé aman”, nati nel XVII secolo nell'Impero Ottomano e che oggi è possibile ritrovare identici nei quartieri popolari del Cairo, di Izmir o di Tunisi, in cui si va, esclusivamente tra uomini, per bere un caffè o una birra, fumare il narghilè, giocare alle carte o al backgammon, o ascoltare della musica. Ma ai giorni nostri, il disco e la radio o i canali musicali arabi, hanno rimpiazzato i musicisti... In epoca coloniale nacquero i “caffè cantanti”, che proponevano musica occidentale, ma in questi tempi di grande “mix” musicale i due generi di caffè e di musica si riuniscono spesso. Come a Tunisi negli anni '20 e '30, dove “café chantant” indicava tutti i caffè o i cabaret dove si suonava musica...
La parola “aman” significa in arabo clemenza, protezione, sicurezza, come nell'espressione “essere al sicuro” (fi aman), o “domandare grazia” (talab aman) e si rabbrividisce pensando alle numerose e fluttuanti persecuzioni di cui sono state vittime, nell’area d’influenza ottomana e nel corso dei secoli, i diversi gruppi etnici o religiosi, per cui questa richiesta di protezione diventa il tema musicale popolare più importante...
Ma, meglio di un lungo discorso: l'ascolto di questo formidabile disco, che ci precipita improvvisamente – magia della musica! - “Per le strade di Istanbul”, nome dello spettacolo creato dal gruppo per questa estate...
www.myspace.com/malietes
www.myspace.com/lassocepikante


MUZZIKA! Luglio-Agosto 2009  | Nadia Khouri-Dagher FATHI BEN YAKOUB & MATTHIEU SAGLIO, Danza del Sacromonte, Autoproduction d’artiste
Matthieu Saglio è il violoncellista del gruppo Jerz Texas, basato a Valencia in Spagna e di cui a Babelmed siamo fan. Eccolo qui in formazione con il violoncellista marocchino Fathi Ben Yakoub, associazione di 8 corde piuttosto rara, arricchita di ney, di qanun e di percussioni. La musica araba classica ignora il violino solo, esaltato invece dalla musica classica occidentale. Ma il violino gioca, dal XIX secolo, con la colonizzazione e contatti più stretti fra Oriente e Occidente, un ruolo chiave d'accompagnamento nella musica araba (a volte lo si suona poggiato sulle ginocchia): e subito si sognano le enormi orchestre egiziane, dove i violini dominano per circondare la voce di una Oum Kalthoum o di un Abdel Halim Hafez, per esempio.
Fathi Ben Yakoub, che ha accompagnato i più grandi nomi del flamenco, da Carmen Linares a Enrique Morente, si presta volentieri al dialogo con il violoncello di Matthieu Saglio e ci si sorprende a dire che il violoncello, poco utilizzato nella musica araba, si sente perfettamente a suo agio, portando la gravità e la malinconia proprie di questo strumento, atmosfera intima che anche la musica orientale classica ama coltivare.
Due giovani farfalle che danzano insieme in pieno volo illustrano la copertina dell'album e le variazioni dei due strumenti a corde evocano in effetti i movimenti graziosi e improvvisi, ma che ci incantano sempre, di queste creature che sono, ancor più degli uccelli che si possono mettere in gabbia, il simbolo della libertà assoluta. Un album che sedurrà gli appassionati dell'uno e dell'altro strumento... e delle atmosfere orientali, naturalmente!
www.matsag.com


MUZZIKA! Luglio-Agosto 2009  | Nadia Khouri-Dagher MATTHIEU SAGLIO, Cello Solo, Autoproduction d’artiste
L’Allemande de la Suite n°1 di Bach apre quest'album, come se Matthieu Saglio, di formazione classica, volesse dichiarare che non rinnega nulla delle sue prime passioni, anche se oggi ama esplorare altri orizzonti. Tanto meglio: l'album – che è nato come spettacolo, creato nel febbraio del 2009 a Madrid e osannato dal pubblico – è concepito per farci viaggiare, impercettibilmente, fra paesaggi musicali differenti, come quando in treno si passa da una regione all'altra, in una transizione dolce, senza urti. L'artista ne spiega il motivo in un'intervista: “Volevo costruire un repertorio che portasse poco a poco il pubblico là dove non si aspetta di andare venendo a un concerto di musica classica (…). Solo progressivamente ho fatto ricorso al sampler e ad altri effetti a sorpresa, per finire con un funky molto elettronico. Nessuno in realtà lo immaginerebbe in un contesto del genere e tuttavia sembra in totale continuità con Bach...”
Eccetto Bach, il resto sono composizioni originali del giovane musicista francese che comincia progressivamente a utilizzare il sampler, che permette di registrare sequenze musicali che si ripetono, per creare brani per due o tre violoncelli, sempre dal vivo e in assolo. Abbiamo molto apprezzato “Llamando tango”, basato su questo principio, che crea, magia della tecnologia, un violoncello che ne accompagna un altro, poi due violoncelli che accompagnano un terzo... Ma Matthieu Saglio, che è troppo innamorato della musica per soccombere a queste tentazioni, non abusa di questi effetti invitanti e ci invita semplicemente a visitare universi che lui ama molto, e che vanno dall'Europa barocca all'Oriente, passando per l'America latina e il jazz, finanche il free-jazz, che a molte persone risulta sgradevole, e in cui il nostro artista dimostra, in una dolce pedagogia per le orecchie, di essere un degno erede di Jean-Sébastien...
In scena, Matthieu Saglio suona ad occhi chiusi, senza interruzioni fra un brano e l'altro. “Non c'è un rumore, e tuttavia riesco a sentire gli spettatori così vicini, il respiro sospeso sul mio archetto. So che le persone sono emozionate, alcune piangono, altre sorridono (…). A volte, posso tenere all'infinito una nota acuta, così fragile... È lei che tiene il respiro dell'intera sala. È un incredibile mélange di fragilità e potenza. E il fragore degli applausi alla fine del concerto... Un benessere e una gioia indescrivibili, che provocano un po' di vertigine”...
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MUZZIKA! Luglio-Agosto 2009  | Nadia Khouri-Dagher CHRISTINA ROSMINI, Sous l’oranger, Le chant du monde/Harmonia Mundi
“De l’Andalousie à Marseille/ Je suis de Méditerranée (...) Et j’ai tutoyé le soleil En hiver comme en été/ Mes souvenirs fleurent l’olive/ La figue et la fleur d’oranger/Mes rêves vont à la dérive/Vers la garrigue parfumée (...) De Bologne à Carthagène sont venus mes aînés/Avec leurs joies avec leurs peines/C’est ainsi que je suis née/Un peu de Corse et d’Espagne/D’Italie à leurs souliers/Et dans mon chant dans mon âme/Un peu de leur destinée...(Dall'Andalusia a Marsiglia/ Sono del Mediterraneo (…) Ho dato del tu al sole in inverno come in estate/ I miei ricordi fanno fiorire l'olivo/ Il fico e il fiore d'arancio/ I miei sogni vanno alla deriva/ Verso la gariga profumata (…) Da Bologna a Cartagine sono giunti i miei avi/ Con le loro gioie e le loro pene/ È così che sono nata/ Un po' di Corsica e di Spagna/ Di Italia sotto le loro scarpe/ E nel mio canto, nel mio cuore/ Un po' del loro destino...) ” . Con “De Méditerranée”, Christina Rosmini canta la sua professione di fede mediterranea, e tutto l'album è un inno ai paesaggi, alle sensazioni, alle musiche, ai mélange di questo mare cantato da millenni con passione dai suoi abitanti.
Nata a Marsiglia in una famiglia dalle origini corso-italo-spagnole, Christina Rosmini comincia la sua vita d'artista mettendo in musica i poeti che ama, Lorca, Neruda o Aragon. Poi crea spettacoli musicali come “Au devant de la vie”, nel 2006, sul Fronte popolare, le prime ferie pagate e la guerra di Spagna. Quest'album “Sous l’oranger” è nato dall'incontro con il chitarrista Lulu Zerrad (chitarrista di Mariana Ramos, Monica Passos, Bevinda, Angélique Kidjo,...), che scrive per lei la canzone che da il titolo all'album, una bella canzone d'amore che fiorisce nel fiore d'arancio, naturalmente, provenzale, come tunisino o catalano... Christina qui è accompagnata da un altro eccellente musicista mediterraneo, Manuel Delgado, alla chitarra flamenca. Presenta canzoni di sua composizione, in francese come in spagnolo, passando da una canzone d'amore romantica come “La fiesta del amor” a una canzone divertente, tutta un gioco di parole alla maniera di Bobby Lapointe, come “En anana’ ”, e ci racconta le sue impressioni “en anana’, in analisi”, su un divano... Cristina presenta anche la propria interpretazione di canzoni che lei ama in particolar modo, come le celebri “Gracias à la vida” di Violeta Parra, alla quale dona leggerezza e grazia; “Hijo de la luna” di José Maria Cano de Andrés; o ancora “Utile”, scritta da Etienne Roda-Gil, paroliere eccezionale, il cui vero nome era Esteva Roda-Gil e i cui genitori erano fuggiti dal franchismo trasferendosi in Francia: “Je veux être utile/A vivre et à chanter (...)/Je veux être utile/A ceux qui m’ont aimé/A ceux qui m’aiment/Et à ceux qui m’aimaient... (Voglio essere utile/ A vivere e a cantare (...)/ Voglio essere utile/ A coloro che mi hanno amato/ A coloro che mi amano/ A coloro che mi amavano...)”.
Un album estremamente originale e piacevole da ascoltare, che segna l'emergenza di questa nuova affermazione identitaria “mediterranea”, che si va formano, sulle due rive di questo mare, tra i discendenti di coloro cui la Storia ha sconvolto la storia familiare e che, attraverso inni al mélange mediterraneo, in musica, parole, in film o altro, vogliono poter essere. Vogliono, oltre a fare la pace attorno a questo mare agitato, fare la pace in se stessi e offrirla a “coloro che li hanno amati” e che, senza dubbio, hanno sofferto di più di queste tribolazioni: così, la prima canzone dell'album di Christina è dedicata a suo padre che non c'è più, arrivato molto tempo fa dall'altra parte del Mediterraneo...
www.myspace.com/christinarosmini

Nadia Khouri-Dagher
Traduzione dal francese: A.Rivera Magos
(05/08/2009)

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