MUZZIKA! Ottobre 2009 | Nadia Khouri-Dagher
MUZZIKA! Ottobre 2009 Stampa
Nadia Khouri-Dagher   
Splendido il raccolto di ottobre, in sintonia con questo autunno assolato: Amar Sundy ci presenta la sua chitarra elettrica dagli equilibrati accenti di blues sahariano; Titi Robin è in osmosi con Faiz Ali Faiz, la grande voce del qawwali; Yasmin Levy torna più spagnola, o “Nouvelle Andalouse” (Nuova Andalusa), che mai; Joana Amendoeira ci fa ascoltare un fado cristallino ma non insipido; e due “best of” dalla raccolta Putumayo: “Acoustic Arabia”, un vero colpo di fulmine, e “Spagna”, alla scoperta di un paese dove ogni regione ha la sua musica.


Il colpo di fulmine di Babelmed
MUZZIKA! Ottobre 2009 | Nadia Khouri-DagherAMAR SUNDY: Sadaka, Dixiefrog/Distrib.Harmonia Mundi

Questo mese avete la possibilità di regalarvi un'autentica pepita d'oro, d'oro come la bionda sabbia del Sahara sotto il sole, proprio come questo magico album di Amar Sundy. Considerato niente di meno che “il migliore chitarrista europeo” da alcuni critici, Amar Sundy unisce, come se fossero sempre andati insieme, il blues dei neri americani, una chitarra elettrica che suona con la doclezza di un Santana e i canti tuareg del suo Sahara natale, perché Amar Sundy è nato “uomo blu”.

Si può incatenare un uomo, strapparlo alla sua terra, alla sua luce, ridurlo in schiavitù, umiliarlo, tentare di togliergli la dignità, ma finché è vivo, finché il suo cuore batte, finché potrà vedere un nuovo giorno, nulla potrà privarlo della sua anima. E quest'anima è la stanza segreta degli specchi in cui si riflettono l'esperienza degli antenati, la storia della sua comunità, delle sue radici, della sua origine, la sua irriducibile umanità. Così, quando un africano schiavo in America fa della musica, crea una musica venuta dall'Africa arricchita da tutta la terribile sofferenza del suo sradicamento, e inventa il blues.

L'artista spiega così la sua esperienza musicale e il suo attaccamento al blues, che è stata la sua prima passione. Solo successivamente, “nel cuore del Blues”, “scoprirà l'Africa” e si dedicherà alla musica dei suoi antenati... E quando Amar parla di musica lo fa talmente bene che non si può non condividerne le parole, ancora:

Cerco di essere autentico. Il solo modo per esserlo, è quello di lasciare che tutto mi arrivi, senza filtri, fino al momento in cui il corpo, al colmo della sofferenza, non resiste più, e libera il messaggio che porta dentro di sé. Buttare tutto fuori, esprimendolo nel modo più giusto, più vero. Essere un semplice strumento della forza della vita. La musica attraversa la vita... la vita è nella musica... e il ritmo attraversa la mia vita...


“Sadaka” vuol dire amicizia in arabo e dalla stessa radice vengono le parole sincerità, verità, rettitudine, franchezza... I titoli delle canzoni svelano le radici dell'artista - “Lilati” (Le mie notti), “Sahraoui”, o “Hany jai”, e sono cantate in arabo, ma anche in inglese e in francese. Nel disco abbiamo apprezzato molto i cori femminili, che riprendono frasi arabe con un accento americano: di solito è più facile ascoltare il contrario, degli artisti che cantano in inglese con un accento straniero. Una bella rivincita, in un certo senso, su una certa dominazione culturale americana in materia musicale che è durata alcuni decenni, ma una rivincita connotata da dolcezza, “in amicizia”... E tutto l'album è intriso di una certa dolcezza, una dolcezza e una serenità tutte sahariane, in cui non è assente l'energia, che non viene mai sprecata, perché arrivi l'essenziale. Non vi resta che fare un giro sulle pagine internet dell'artista per ascoltarlo e vederlo suonare... vi lasciamo un filo diretto: www.amarsundy.com/actu.html - www.myspace.com/amarsundy


MUZZIKA! Ottobre 2009 | Nadia Khouri-DagherFAIZ ALI FAIZ & TITI ROBIN: Jaadu/Magic, Accords Croisés

Ancora un disco sublime questo mese: è l'album, “Jaadu”, che vuol dire “magico” in urdu, un incontro tra il cantante pachistano di qawwali Faiz Ali Faiz, considerato una delle più grandi voci del suo paese, pur ricco di cantanti notevoli, e Titi Robin, musicista francese per passaporto ma orientale per spirito, o indo-pachistano, perché è profondamente innamorato di questo continente in cui musica e poesia sono restate gemelle e sono ancora condivise dalla gran parte delle persone (leggete la nostra intervista su: 3833fr ). L'album consacra un incontro tra due grandi artisti, avvenuto inizialmente al Festival Les Escales a Saint-Nazaire nel 2006, poi al Festival di Saint-Denis e infine al Festival Traumzeit a Duisbourg, in Germania. Da quando si dedica alla musica, Titi Robin è immerso nell'universo musicale del sub-continente indiano, che corrisponde alla sua sensibilità: nei primi concerti suonava in duo con Hameed Khan, tablista indiano, e il suo primo disco, da giovane musicista, è stato un duo 'oud e tabla, uscito nel 1984, che ha registrato il tutto esaurito. Titi è innamorato dell'India e del Pakistan, dove si reca spesso: si ricordano anche i suoi spettacoli con la sbalorditiva ballerina indo-gitana Gulabi Sapera, molto famosa nel suo paese. Titi è anche un appassionato di poesia, in particolar modo di poesia sufi, poesia che canta l'amore in modo estatico e appassionato – ufficialmente quello mistico, probabilmente per aggirare la censura delle sospettose autorità religiose musulmane – con una musica che progressivamente cresce di forza, fino a raggiungere quell'estasi e quell'unione tanto desiderate. Per quest'album, Titi ha composto delle musiche con questo spirito, e Faiz Ali Faiz ha scelto, tra le poesie sufi, dei testi che potessero esprimerlo, ed entrambi hanno poi lavorato agli arrangiamenti finali. Il risultato è stupefacente e Titi Robin, suonando sia il rubab che la chitarra, seduto sui tappeti tra i musicisti pachistani, sembra appartenere da sempre al loro “takht”, l'orchestra tradizionale indo-persiana... Anche se ogni tanto si riconosce il singolare canto di Titi Robin, che suona la sua musica e non quella tradizionale indo-pachistana: come nell'introduzione strumentale di “Je suis amoureux” (Sono innamorato), dove il suono leggero delle corde, come se ci sussurrasse qualcosa nelle orecchie, è immediatamente riconoscibile: è “Titi Robin” e nessun altro! Da parte sua poi, la fisarmonica di Francis Varis, che accompagna Titi da anni, e che adoriamo così piena di dolcezza e delicatezza (… vedere Francis Varis suonare dal vivo...), si fonde perfettamente con gli altri strumenti e specialmente con l'harmonium indiano, versione locale della fisarmonica europea, ma che è suonato poggiato per terra, perché i musicisti indo-pachistani suonano in tailleur seduti per terra. Infine, per la nostra gioia, le poesie, cantate in urdu, in punjabi o in sinti, sono tradotte nel libretto. I loro titoli: “Le jardin de mon coeur” (Il giardino del mio cuore), “Ne me quitte pas” (Non lasciarmi), “Fleur de jasmin” (Fiore di gelsomino), “Je suis amoureux” (Sono innamorato), .... Alcuni versi, ufficialmente destinati a Dio, ma che ognuno è libero di dedicare a chi vuole, che lasciano comprendere l'immenso successo di questa tradizione musicale in tutta l'area indo-arabo-persiana, dove si è diffusa:

Mi sono innamorato di te, amore mio
Il tuo amore ha messo radici nel mio cuore
E ho fatto di te il mio amico per sempre
O ancora:
Mio spicchio di luna, resta con me stanotte
Potrei non essere più qui domani,
La mia vita non mi appartiene

Come sempre per gli album prodotti dall'ottima etichetta Accords Croisés, il libretto che accompagna il disco è un piccolo gioiello, meravigliosamente illustrato, con un testo eccezionale del giornalista musicale belga Etienne Bours, per cui “dalla Francia al Pakistan, ci sono sentieri sconosciuti che fanno dialogare la musica e il canto, perché le corde vocali e le dita di ogni essere umano aspirano alla stessa pienezza”.... Un album sontuoso, che dona insieme serenità ed energia. Titi Robin e Faiz Ali Faiz saranno in tournée tutto l'autunno, in Francia e altrove: le date dei loro concerti sul sito dell'album JAADU: www.myspace.com/faizalifaiztitirobinjaadu - www.accords-croises.com


MUZZIKA! Ottobre 2009 | Nadia Khouri-DagherYASMIN LEVY, Sentir, World Village/Harmonia Mundi
Ecco a voi il quarto album di Yasmin Levy, che noi di Babelmed amiamo molto. Yasmin è un'artista israeliana di origine marocchina, figlia del musicologo Yitzhak Levy, che ha passato la vita a raccogliere, in giro per il Mediterraneo, i canti degli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna nel XV secolo, e la cui tradizione per molti secoli è stata tramandata solo oralmente. Yasmin riscopre questi canti interpretati in ladino e per mostrare la loro eterna giovinezza, ne da un’interpretazione più attuale, affiancandoli, nel suo album, a composizioni proprie. Così, parlando dell'aria tradizionale “Londje de mi” (Lontano da me), Yasmin spiega: “Come tutto il mio repertorio in ladino, ho imparato questa canzone con mia madre, in cucina, aiutandola nelle faccende di casa. Per me è l'ulteriore prova che si può reintrodurre una canzone molto antica, al giorno d'oggi, rinverdendola un po' e dandole magari un certo colore romantico. Io sento il dovere di trasmettere queste arie ai giovani del mondo intero perché, purtroppo, è tutto quel che resterà di questa superba tradizione da qui a cinquant'anni”. Altri brani sono composti da lei stessa, come “El amor contigo”, che riprende lo spirito triste di queste canzoni, patrimonio andaluso condiviso, fino ai giorni nostri, dagli arabi e dai discendenti degli spagnoli, fino all'America del Sud: “Amarti è difficile/ Quasi impossibile (…) E io preferirei morire...”. Questo è senz'altro l'album più personale di Yasmin, quello in cui osa andare dove vuole, non fermandosi solamente nei luoghi della tradizione. “Ho imparato ascoltando le donne cantare, ed è stato magnifico, ma per me quel modo di cantare manca di passione. Mentre il flamenco non è altro che passione”. Ed eccola immersa nell’universo flamenco, che le corrisponde perfettamente: sulle stesse ispirazioni poetiche, la musica si fa più focosa. Molto significativamente, Javier Limòn, il grande chitarrista flamenco e produttore di alcuni dei più grandi nomi del flamenco attraverso la sua etichetta “Casa Limòn” (l'album “Cositas buenas” di Paco de Lucia, “Lagrimas negras” di Bebo Valdés e Diego el Cigala, la cantante Buika, ecc...), ha prodotto anche questo disco e le fa l'onore di accompagnarla con la chitarra! Nell’album “Sentir” (in francese nel testo), solo 5 dei 12 titoli sono anche canti tradizionali ladini: gli altri sono composizioni di Yasmin, Javier Limòn, o ancora di Leonard Cohen, di cui Yasmin presenta un’interpretazione in spagnolo di “Hallelujah”: “Ho sentito parlare di una canzone segreta/ Che il re Davide suonava e intonava al Signore (...)/ Il re Davide sconvolto ha composto “Hallelujah””... Per la prima volta, Yasmin ci fa ascoltare la voce di suo padre, morto quando lei aveva un anno. Così, grazie ai miracoli della tecnologia moderna, ecco che padre e figlia cantano in duo “Una pastora”, su una melodia rinascimentale... e suo padre ha una voce superba: “Ho amato una pastorella/ Era davvero bella/ L'ho adorata sin dall'infanzia/ Non amo che lei”... Nel libretto, Yasmin ringrazia i numerosi parenti e amici che la circondano, e noi, noi vorremmo ringraziare Yasmin Levy per offrirci, ogni anno, i suoi magnifici album...
Per ascoltare l'album e conoscere le date dei suoi prossimi concerti: www.myspace.com/yasminlevy - www.jasminlevy.net


MUZZIKA! Ottobre 2009 | Nadia Khouri-DagherACOUSTIC ARABIA, Putumayo
Ecco un eccellente “best of” della musica araba che si fa oggi, dal Marocco alla Palestina passando per il Sudan. Un album che potrebbe prendere la stessa strada verso il successo, che fu delle mitiche antologie della serie dei tre “Desert blues”, apparse per l'etichetta Network negli anni '90. Come sempre, Putumayo ci porta anche a scoprire, insieme a star affermate, artisti ancora poco conosciuti sulla scena internazionale. Come Zaman, gruppo di palestinesi che vive in Israele, formatosi attorno al cantante Sohel Fodi e al chitarrista Yazi Saïd, che mescola la canzone araba sentimentale e la chitarra latina e flamenca in modo molto romantico (li si può ascoltare su: http://share.ovi.com Come la siriana Zein Al-Jundi, dotata di una magnifica voce, di quelle voci femminili medio-orientali pure e graziose. L'artista vive ad Austin, in Texas, e la si vede poco in Europa. O ancora la sudanese Rasha, che si fa accompagnare al sassofono e la cui voce dallo stile un po' rauco, e il gusto per l'accompagnamento jazz, ricorda un'altra cantante del deserto, la mauritana Malouma. Abbiamo scoperto anche il gruppo Tiris, formazione di otto musicisti giovani e meno giovani, nati in seguito ad un concorso musicale in un campo di rifugiati saharoui, nei pressi di Tindouf, in Marocco... In quest'album figurano anche artisti molto conosciuti come l'algerina Souad Massi, che ha un successo internazionale dall'uscita del suo album “Raoui”, nato dopo un'esibizione al festival “Voix de femmes d’Algérie” (Voci di donne d'Algeria), al Cabaret Sauvage a Parigi, nel 1999; o il pianista Maurice Médioni, nato ad Orano nel 1928 e che vive a Marsiglia, creatore dello stile “pianoriental” che mescola sonorità occidentali e orientali, accompagnato qui dal percussionista cubano Roberto Rodriguez. Il loro album, “Descarga Oriental”, apparso nel 2006, è stato un grande successo (ascoltabile su www.dailymotion.com/video/ www.dailymotion.com/video/). E una delle nostre canzoni preferite dell'album è la reinterpretazione della famosissima canzone “Alger, Alger”, composta da Lili Boniche negli anni '40 (con il suo vero nome, Elie), così come fu interpretata per lo spettacolo “Les Orientales”, creato nel 2002 dal marsigliese Gil Aniorte-Paz (leader dei Barrio Chino e discendente di una famiglia franco-algerina di origine spagnola); spettacolo che voleva essere un omaggio al musical algerino degli anni '40 e '60. “Alger, Alger” è cantata in questo disco dall'algerina Mona Boutchebak, cresciuta a Bab el Oued, in uno stile “musette” francese, accompagnata da una fisarmonica danzante e sempre in quella lingua “francarabe”, mélange di francese e arabo, della canzone originale, che ancora oggi resta la lingua di molti algerini. Una vera delizia, che ci ricorda come questi grandi artisti dell'ante-guerra siano ormai dei veri e propri classici (da vedere e ascoltare su: www.dailymotion.com/video ). Insomma, un album che dovrebbe raggiungere i best of della vostra libreria... www.putumayo.com


MUZZIKA! Ottobre 2009 | Nadia Khouri-DagherESPAÑA, Putumayo
Restiamo con Putumayo, con un album che vuole farci scoprire l'estrema diversità delle musiche che si ascoltano in Spagna oggi. Questo perché le diciassette “comunità autonome” che compongono il paese, sono tra loro molto differenti e alcune hanno persino lingue e dunque musiche completamente differenti: si pensi alla Catalogna, alla Galizia o ai Paesi Baschi... L'album si apre con Peret, la più anziana dell'intera selezione (è nata nel 1935): soprannominata “l'Elvis della rumba catalana”, fu una dei primi a mescolare i rimi latini al flamenco, in uno stile che poi i Gypsy Kings avrebbero reso popolare in tutto il mondo. E in quest'album, la quasi totalità degli artisti pratica questo tipo di fusion, che gli spagnoli chiamano “mestizo”. Calima, gruppo di Barcellona creato nel 2005 da uno dei membri fondatori della band Ojos de Brujo, prosegue sul filo della fusion latina; proprio come El Combolinga, nato negli anni '90 a Madrid, che qui presenta una variazione della cumbia colombiana. Il reggae, altro ritmo venuto dall'America Latina, ispira anche diversi artisti spagnoli, come ormai ovunque nel mondo: ritroviamo in questo registro Gecko Turner, di Bajadoz, o ancora Gossos, uno dei gruppi rock più famosi in Catalogna, la cui canzone “Corren” (Correre), fu un successo alla sua uscita nel 2007. Tra gli undici artisti proposti, si distaccano per la forte singolarità Uxia, cantante della Galizia, regione di frontiera con il Portogallo che conserva la propria lingua; Biella Nuei, che studia e suona le musiche tradizionali aragonesi (ai piedi dei Pirenei), che perpetuano i fandango e le polke con notevoli influenze celtiche; o ancora, il nostro brano preferito dell'album, Xabier Lete, che canta in basco una canzone grave e poetica, “San Martin, Azken Larrosa” (San Martino, l'ultima rosa) (Il giorno di San Martino, l'11 novembre, è considerato l'ingresso nella stagione invernale). Traduzione:
Vieni, amore mio
Andiamo insieme a cogliere l'ultima rosa
Perché San Martino si avvicina
Allora, pazientemente
Spegneremo insieme l'ultima luce.



MUZZIKA! Ottobre 2009 | Nadia Khouri-DagherJOANA AMENDOEIRA, A flor da pele, Le chant du monde/Harmonia Mundi

Il fado di Joana Amendoeira è un fado chiaro, dolce, senza il tragico e il nero che ha da sempre caratterizzato questo canto. D'altronde, è pur vero che il fado avesse buone ragioni per essere triste: questo canto è nato, come il blues negli Stati-Uniti o il tango in Argentina, nei quartieri più miserabili di Lisbona, e in particolar modo fra le cosiddette “figlie della gioia” ( che fanno questo mestiere perché troppo povere e, contrariamente a quel che indica il loro nome, vivono spesso quanto più lontano si possa immaginare dalla gioia...). La grande Amalia cantava ancora un fado di sofferenza. Ma il Portogallo si è modernizzato in fretta ed è uscito dalla miseria, la dittatura è caduta e le nuove generazioni di cantanti in Portogallo hanno meno ragioni per essere sofferenti. Così perpetuano la tradizione del fado, ma la colorano a gusto loro: una Cristina Branco si allontana dal fado per offrire anche canzoni briose e gaie; un Antonio Zambujo si ispira ai ritmi brasiliani per esprimere la sua libertà di artista e Joana Amendoeira ci offre un fado leggero, ma non per questo privo di spessore. Un po' come se, invece di avere un cielo in tempesta, certamente magnifico ma scuro con le sue grandi nuvole grigie e i suoi giochi di luce in bianco e nero, Joana scegliesse di cantare sotto un cielo altrettanto espressivo, ma decisamente più colorato e più felice, come per esempio un tramonto rosa-arancio in un vasto cielo di un azzurro scuro striato di bianche nubi. Al posto della sofferenza si sente la malinconia, emozione altrettanto forte, ma decisamente meno triste. Abbiamo apprezzato molto questo nuovo modo di rivisitare il fado che ci propone Joana Amendoeira e che corrisponde senza dubbio alla sensibilità del pubblico portoghese di oggi, che gli ha riservato un'accoglienza trionfale. Già, perché abbiamo dimenticato di dire che l'artista, nata nel 1982, ha ricevuto il suo primo premio in un concorso di fado all’età di tredici anni, ha realizzato il suo primo album a sedici, e adesso gira per il mondo intero. Potete vederla e ascoltarla su: http://www.youtube.com/watch ( e, non ci crederete, sul video di youtube cosa compare? Un tramonto rosa-arancio in un vasto cielo...!!!) www.joanaamendoeira.net

Nadia Khouri-Dagher
Traduzione dal francese di A.Rivera Magos
(28/10/2009)




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