MUZZIKA! Novembre 2009 | Nadia Khouri-Dagher
MUZZIKA! Novembre 2009 Stampa
Nadia Khouri-Dagher   
Amazigh Kateb riprende degnamente l'eredità di suo padre Kateb Yacine e difende la dignità e l'identità perduta dell'Algeria e degli algerini nella musica, in più sensi: un album impegnato e potente, che conferma Amazigh come uno dei migliori artisti dell'Algeria e del Maghreb. Dall'Ecuador vengono il reggae e le musiche latino-meticcie di Sarazino, altro algerino della diaspora, che ci parla di sogni e rivoluzioni che non dobbiamo mai abbandonare. Il trio Joubran resuscita la voce di Mahmoud Darwish, in senso letterale, con un récital di poesia che si è svolto a Ramallah 40 giorni dopo la morte del grande poeta palestinese. Il musicista-viaggiatore Steve Shehan, accompagnato dal suo complice tuareg Nabil Othmani, ci offrono un viaggio nelle immensità del Sahara, dove l'infinitamente piccolo incontra l'infinitamente grande, anche nella musica... Infine, atmosfera lounge in compagnia dello 'oudista egiziano Georges Kazazian e del suonatore indiano di santour Rahul Sharma, che ci portano in una rilassante crociera sul Nilo, come ai tempi dei viaggi in barca, quando Egitto e India comunicavano molto...


Il colpo di fulmine di BabelMed
MUZZIKA! Novembre 2009 | Nadia Khouri-DagherAMAZIGH, Marchez noir, Iris Music/Distr. Harmonia Mundi
Ci sono molti modi di lottare per la libertà, di denunciare l'ingiustizia e la miseria organizzata, e dare forza ai popoli oppressi perché si ribellino e cambino le cose. La musica è uno dei più efficaci e il reggae di Bob Marley ne è un buon esempio. Altro esempio: senza le canzoni per Mandela, questi sarebbe stato liberato e l'apartheid abolita? Amazigh Kateb, che vive stabilmente in Francia dal 1988, ha scelto di denunciare attraverso la musica i disastri umani, economici e sociali, che vive l'Algeria oggi, sotto il peso del tradizionalismo religioso, del capitalismo selvaggio e della corruzione di Stato:

“Le soleil et les astres du ciel, témoins du désastre
Et les esprits africains observent nos massacres
Les vents s’acharnent à couvrir notre histoire de poussière
De voiles, de viols, de mort et d’arbitraire
Les ombres du passé ne veulent pas disparaître
Une Algérie se meurt dans une autre en train de naître”
(Il sole e gli astri del cielo, testimoni del disastro/E gli spiriti africani osservano i nostri massacri/I venti si accaniscono a coprire la nostra storia di polvere/Di veli, di stupri, di morte e di arbitrarietà/Le ombre del passato non vogliono sparire/Un'Algeria muore dentro un'altra che nasce)

canta Amazigh in “Ma tribu”. O ancora: “Je maudis vos meurtrières prières/Et vos odeurs de couvent” (Maledico le vostre preghiere assassine/E la vostra puzza di convento), in “Sans histoire”. E in“Mociba”: “Strip-tease d’Etat avec photos et caméras (...)Leur monde est vertical/Ils ne nous voient pas/Ils nous laissent des miettes/Pour nous mettre à genoux” (Strip-tease di Stato con foto e videocamere (…) Il loro mondo è verticale/E non ci vedono/Ci lasciano le briciole/Per metterci in ginocchio).
In “Koma”, canta invece in arabo:

“Dammi una birra o è guerra
Dammi una vodka o faccio un casino (...)
Dammi un whisky ho voglia di azzuffarmi
Dammi un pastis razza di stronzo
Il barman mi da una testata (...)
Me le hanno suonate con l'inganno (...)
Un destino da montoni
Che si scornano l'un l'altro”

Conosciamo l'amore che lega Amazigh ai musicisti gnawa: il gruppo che aveva formato nel 1992 si chiamava Gnawa Diffusion. E anche qui, infatti, ci sono ritmi gnawa, e africani in generale, che dominano insieme al guembri, la chitarra sahariana a tre corde, che tiene le fila. Mai Amazigh convoca anche il reggae, l'hip-hop, il rock, il raï o lo chaabi, per esprimere la sua identità plurale, che è la sua professione di fede, come fu quella di suo padre, lo scrittore Kateb Yacine, che difese l'identità berbera in Algeria scrivendo solo in francese, che egli considerava il “bottino di guerra” del colonizzatore e non un segno di sottomissione, e sviluppando un teatro popolare in arabo algerino dialettale... Filiazione d'altronde rivendicata esplicitamente in quest'album da parte di Amazigh, che mette in musica alcune poesie del grande scrittore. Come “Bonjour”, che apre il disco, cantata in un francese dal pesante accento algerino, che fa ruotare le “R” con forza come facevano un tempo gli immigrati, su una base musicale chaabi, molto popolare quando suo padre era giovane... “C'è anche l'incontro, fortemente desiderato, fra il verso paterno e la melodia del figlio”, spiega l'artista. “Improvvisamente è diventato possibile offrire ad un padre scomparso troppo presto una parte di vita e di emozione, di colore e di sensazione, raccolte per lui in questa sorta di bouquet. È un piacere appropriarsi di una scrittura, così come farsi guidare da essa. Io ho smesso di sognare mio padre. Lui è in piedi al mio fianco”. Ma niente intellettualismi: perché la musica di Amazigh è convincente e forte, come le sue parole. Un album energico e potente, che segna il risveglio di una nuova generazione di algerini in cerca della loro fierezza e della loro identità, offese dagli avvenimenti di questi ultimi anni.
www.marcheznoir.amazighkateb.com
www.iris-music.com
Potete ascoltare alcuni estratti dell'album su: www.amazon.fr/Marchez-noir


MUZZIKA! Novembre 2009 | Nadia Khouri-DagherSARAZINO, Cumbancha
Restiamo in Algeria, con Sarazino, artista algerino che ha scelto di vivere a Quito, in Ecuador, quando si è innamorato delle musiche dell'America latina e, soprattutto, dell'atmosfera di dinamismo e volontà di cambiamento che si avverte in questo momento. Come spiega lui stesso a proposito della canzone “Cochabamba”, che è “un omaggio alle dinamiche politiche e sociali dell'America latina, dove la volontà di creare un mondo migliore porta dell'aria fresca alle istanze rivoluzionarie e di trasformazione sociale”. E la storia di questo cd somiglia a un racconto fantastico: Sarazino – il cui vero nome è Lamine Fellah – è nato a Costantina nel 1970, con un padre diplomatico ( che sarà ucciso dagli islamisti nel 1993), ed ha vissuto la sua giovinezza in diversi paesi dell'Africa e d'Europa, prima di stabilirsi a Montreal per seguire degli studi in scienze politiche, poi abbandonati per formare il suo gruppo, Sarazino, il cui primo album non conosceva il successo sperato. Ma nel 1996, Lamine scopre l'Ecuador ed è il colpo di fulmine: vi si trasferisce e presto pubblica il suo secondo album, Mundo Babylon, per un'etichetta ecuadoregna. Ed è allora che Edgar Jacob, lo scopritore di talenti dell'etichetta Putumayo, lo ascolta e include due delle sue canzoni nelle compilation di Putumayo: “World Party” e “Latin Reggae”. In seguito Edgar Jacob crea l'etichetta Cumbancha, dedicata a monografie di artisti, e gli offre di pubblicare il suo terzo album: Jacob adora le contaminazioni tra musiche diverse – su cui si basa l'etichetta Putumayo – ed è sedotto da Sarazino e dal suo miscuglio di sonorità latino-americane, africane, arabe, reggae, hip-hop, ecc... Ed ecco un album prima di tutto festaiolo, in cui ogni brano è fatto per ballare, come buona parte delle canzoni latino-americane. Anche il reggae vi occupa uno spazio importante, tanto che una parte dell'album è stato registrato in Giamaica e in “Ecos de Radio Iguana” c'è persino Toots Hibbert, il cantante del gruppo giamaicano Toots & the Maytals. “Ya foy” vuol dire “eccoci qua” in baulé, e nell'album si sente il cantante del Benin Revelino Aguidissou che canta alla maniera dei griots dell'Africa Occidentale, anche lui stabilitosi a Quito! La canzone d'amore “Nadia”, cantata in spagnolo, viaggia su una chitarra spagnola (o oranese? o di Costantina?... ), e gioca con variazioni su una stessa vocale e diverse note – eeeaaaooo – rese celebri da Enrico Macias, caratteristiche anche del canto gitano flamenco. Facciamo notare, senza altri commenti, che gli unici due nomi femminili menzionati nelle canzoni d'amore sono nomi arabi: Nadia e Leila (in “Quien era Leila?”)... Nell'insieme un album pieno di buon umore, molto urbano, in cui c'è spazio anche per il reggae, il rap e l'hip-hop, e che riflette tutta la freschezza e la vitalità di un continente latino-americano che, fatto unico nel mondo, sa mettere insieme uno smodato gusto per la “fiesta”, la musica e la danza, ad una coscienza politica acuta: essendo l'una al servizio dell'altra e viceversa... Ricetta che funziona, come ha dimostrato il Brasile in questi ultimi anni e così l'Ecuador, di cui abbiamo sentito parlare un po' meno dai media...
www.cumbancha.com/sarazino
Potete ascoltare alcuni estratti dell'album su: http://www.amazon.fr/s/ref=sarazino


MUZZIKA! Novembre 2009 | Nadia Khouri-DagherLE TRIO JOUBRAN, A l’ombre des mots, World Village/Harmonia Mundi

La poesia gioca ancora oggi, come qualche secolo fa, un ruolo considerevole nel mondo arabo: in tutti i paesi, si vendono cassette e cd di poesia, allo stesso modo e negli stessi negozi in cui si vendono albums di musica, e ci è capitato spesso di ascoltare nei taxi o in macchina di amici, poeti contemporanei, e celebri, recitare loro poesie. Se Mahmoud Darwish è il più celebre dei poeti arabi contemporanei all'estero, ce ne sono molti altri altrettanto popolari nei paesi arabi. Così, di tutt'altro registro, il siriano Nizar Qabbani, molto popolare nei paesi della regione per le sue poesie d'amore, che era possibile vedere fino a qualche anno fa, recitare le sue poesie in arabo in diretta sul canale nazionale tunisino, proprio come Alain Decaux ci raccontava la storia anni fa, sulla televisione francese... Mahmoud Darwish (1941-2008) non era solo pagine stampate per milioni di arabi, ma prima di tutto una voce, nel senso letterale del termine. E se lo 'oudista e compositore libanese Marcel Khalife ha musicato molte delle sue poesie, facendole così conoscere ad un pubblico ancora più vasto, Mahmoud Darwish si proponeva lui stesso sulla scena, recitando le sue poesie, come i poeti fanno dalla notte dei tempi, da prima che esistesse la scrittura... Abbiamo avuto occasione di sentire Darwish all'UNESCO a Parigi, e l'emozione di ascoltare il poeta recitare le sue poesie era intensa e palpabile fra il pubblico... Quella è l'emozione che questo cofanetto, DVD e CD, vuole restituire. Perché, come dice il libretto, “A l'ombre des mots” presenta la registrazione (…) del concerto del 19 settembre 2008 al Cultural Palace di Ramallah in Palestina, in occasione della
commemorativa dedicata a Mahmoud Darwish, quaranta giorni dopo la sua morte”. Nel cd, dunque, si sente la voce del poeta registrata, mentre i tre fratelli Joubran – Samir, Adnan, e Wissan – creano, con i loro tre 'oud, uno scrigno musicale per le sue parole. A volte la parola è nuda. Altre volte è ritmata dalla musica. In ogni caso il legame fra 'oud e poesia non è artificiale, visto che la musica araba, all'inizio, non era altro che poesia musicata. Il trio Joubran, trio palestinese con le radici per quattro generazioni fra suonatori di 'oud e liutai, aveva già accompagnato il grande poeta, cantore della resistenza palestinese. La tecnologia presenta dei vantaggi: il DVD permette di leggere, nei sottotitoli, la traduzione delle poesie, mentre il CD parlerà soprattutto al pubblico arabofono. In scena i tre fratelli, i cui 'oud sono stati fabbricati da Wissam, sono accompagnati dal percussionista Yousef Hbeisch. Una candela si consuma dolcemente, sul palco, mentre la voce di Mahmoud Darwish va riempiendo lo spazio. La genialità del poeta sta, un po' come per Paul Eluard, nel suo usare parole molto semplici nelle sue poesie e costruzioni di frasi altrettanto semplici, vicine al linguaggio parlato, rendendo così l'arabo letterario comprensibile a tutti. Terra, mano, acqua, mela, donna, nuvola, notte, prigione, cielo, stelle: le immagini evocate dal poeta parlano a tutti. Un estratto, preso dalla poesia “Su questa terra”:

“Su questa terra hanno diritto alla vita:
il dubbio di aprile, l'odore del pane all'alba,
le opinioni di una donna sugli uomini,
le opere di Eschilo, l'inizio di un amore,
l'erba su una pietra, madri in piedi sul filo del flauto,
la paura di ricordare negli invasori...”

Nel 2000, il Ministro dell'Educazione israeliana, Yossi Sarid, propose di includere Mahmoud Darwish, che è stato tradotto in più di una ventina di lingue e ha ricevuto numerosi premi letterari in diversi paesi, nei programmi scolastici. Il primo ministro dell'epoca rifiutò, osservando: “Israele non è ancora pronto...”

www.letriojoubran.com


MUZZIKA! Novembre 2009 | Nadia Khouri-DagherSTEVE SHEHAN & NABIL OTHMANI, Awalin, Naïve

Steve Shehan è un musicista-viaggiatore, come altri sono scrittori-viaggiatori: il viaggio alimenta la sua creatività e allo stesso tempo ne è la sostanza (leggete la nostra intervista: www.afrik.com/article ). Possiede un migliaio di strumenti musicali, raccolti nei quattro angoli del mondo e quel che ama più di tutto è il puro suono: mescola tutto, giocando anche con l'elettronica, e crea un ambiente sonoro che è l'immagine tanto dei suoi viaggi intimi, quanto delle atmosfere captate sulle strade che ha percorso... Steve in quest'album suona (vi divertirete a cercare di capire a cosa somigliano alcuni di questi strumenti): basso, kutu wapa, tamburo parlante, djambé, congas, vasi d'argilla, angklungs, cabasa, le sagates (piccoli cimbali mediorientali), vaso di cuoio, gong, tamburi a cornice, calebasse, karkabu, riq, caxixi, un piano Steinway, mongs, un tamburo d'acqua, il surdo, degli t'bels marocchini, una darbuka, dei cimbali, delle spazzole berbere, una chitarra, dei berimbau, campane burchinabé e non so che altro! Steve ha attraversato buona parte del globo, ma il suo cuore appartiene al Sahara e alla cultura tuareg del Sud algerino, dove ha trovato un senso dell'essenziale e una serenità che corrispondono in pieno a quel che cerca. Così, l'ascolto di questo disco suona come un viaggio tra queste contrade: se ne esce purificati, rasserenati, e la musica traduce perfettamente queste immensità che ci placano per la loro estensione, l'assenza di frontiere e di limiti, spazio che ci calma anche per la sua vacuità, ma che, lungi dall'essere vuoto, è al contrario ricco di mille vite, colori, sfumature, rumori, dal mattino alla sera e da un giorno all'altro, che si rivelano solo a chi è abbastanza attento da coglierle... Il minimalismo diviene dunque ricchezza, ricchezza infinita... Dopo aver suonato per una ventina d'anni con il poeta, compositore e 'oudista tuareg Bali, morto nel 2005, e al quale ha reso omaggio nel suo precedente album “Assikel, de Bali à Baly” (2008, Safar Productions), il musicista americano porta avanti la strada intrapresa con Baly, con il figlio di quest'ultimo, Nabil Othmani, 'oudista come suo padre e dalla voce dolce come il miele... Ci è piaciuta molto“Ta hidjem” (Cosa mi hai fatto?), e alcune delle canzoni d'amore infuocate, ma sempre pudiche, che offre la poesia tuareg e di cui vi lasciano scoprire le parole nel libretto, che le traduce...
www.steveshehan.com
Potete ascoltare alcuni estratti dell'album su: www.amazon.fr/Awalin-Steve


MUZZIKA! Novembre 2009 | Nadia Khouri-DagherGEORGES KAZAZIAN & RAHUL SHARMA, A meeting by the Nile, Autoproduction d’artistes
L'Egitto e l'India hanno molti più punti in comune di quanto si pensi. Per prima cosa perché l'Egitto, in passato, è stato per lungo tempo tappa obbligata di tutti i viaggi in India attraverso il Canale di Suez, e ha subito come l'India l'influenza culturale britannica: nei due paesi si ritrovano parecchie somiglianze, non solamente nell'architettura coloniale ma anche nel saper vivere nella buona società: che si tratti di un certo gusto per l'esuberanza, che si traduce per esempio nella iconografia strillona dei manifesti cinematografici giganti dipinti a mano, delle assurde concentrazioni umane che si trovano nelle città e che sembrano a tutti naturali, o... della stessa passione per i film musicali, genere che conosce un immenso successo in India, con Bollywood, e che è del tutto scomparso in Egitto sotto la pressione del conservatorismo religioso che bandisce le gioiose scene di danza collettiva, le tenere scene di amanti che si scambiano frasi dolci in un giardino e altri piaceri che negli anni '50 e '60 nessuno trovava sconvenienti... Ed ecco dunque un disco che mescola influenze indiane e mediorientali e in cui suonano insieme lo 'oudista egiziano Georges Kazazian, famoso nel suo Paese, che ha al suo attivo una dozzina di album e altrettante colonne sonore per film e documentari, e il suonatore di santour indiano Rahul Sharma: i titoli dell'album sono equamente divisi tra i due. In “Marhaba Jaanam”, che apre il disco, canta Sunidhi Chauhan, considerata una delle più belle voci dell'India, e già conosciuta dal pubblico, com'era stato per Abdel Halim Hafez o Farid al Atrash in Egitto, grazie ai musical prodotti nel suo paese... “Une rencontre sur le Nil” tra lo ‘oud e il santour, la chitarra indiana che conta un centinaio di corde e il cui suono cristallino si accorda bene con quello dello 'oud. Un'atmosfera “lounge music”, che ha come unico obbiettivo quello di farci rilassare e trasportarci su di una feluca che fila dolcemente sul Nilo, in vacanza, stesi su una sdraio, sorseggiando un karkadè...
www.oud-sajaya.com - www.rahulsantoor.com

Nadia Khouri-Dagher
Traduzione dal francese di A.Rivera Magos
(17/11/2009)


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