MUZZIKA! Dicembre 2010  | Nadia Khouri-Dagher
MUZZIKA! Dicembre 2010 Stampa
Nadia Khouri-Dagher   
Ravi Shankar ci regala una magistrale lezione di musica e filosofia, in un DVD documentario. La musica persiana e la sua profondità, nelle poesie di Omar Khayyam, interpretate da Alireza Ghorbani. La Compagnie Montanaro presenta un album di canzoni frutto di 3 anni di viaggi in diversi paesi straziati dalla guerra. Manu Théron e i suoi ospiti celebrano lo spirito meticcio e popolare di Marsiglia, oggi minacciato. Infine, Flavio Esposito ci seduce con la sua chitarra partenopeo-brasiliana, dolce vita tutta latina! Un buon anno di musica!


Il colpo di fulmine di Babelmed
MUZZIKA! Dicembre 2010  | Nadia Khouri-DagherRAVI SHANKAR, L’extraordinaire leçon, DVD, Accords Croisés/Distrib. Harmonia Mundi
La musica araba deve tanto alla musica indiana: ecco perché ha senso parlare di Ravi Shankar su babelmed. Questo mese vi presentiamo un documento formidabile, che apprezzeranno tutti coloro che amano, oltre ad ascoltare la musica, sentirne parlare da coloro che la fanno vivere. Ravi Shankar ha dato un concerto alla sala Pleyel a Parigi, l’1 settembre 2008. L’indomani, teneva nello stesso luogo una master class. La prima per lui, che non aveva mai insegnato se non a piccoli gruppi di studenti, come racconterà.
Da qui parte un documentario sull’artista indiano più famoso al mondo, che ha celebrato ad aprile 2010 il suo 90° compleanno, festeggiando così più di 60 anni di una carriera internazionale, che l’ha visto collaborare con i più grandi artisti classici –Yehudi Menuhin, che lo fece conoscere in Occidente negli anni ‘50, Jean-Pierre Rampal, Zubin Mehta – ma anche con figure del rock, del jazz o delle altre musiche contemporanee come George Harrison, chitarrista dei Beatles (che fu suo allievo), John Coltrane (che chiamerà suo figlio Ravi), o Philipp Glass.
Seguiamo Ravi Shankar nella sua scuola di musica a New Delhi, dove si insegnano musica e danza, e dove ogni anno si tiene un festival che unisce studenti indiani e occidentali nella stessa passione per la musica indiana classica. Ascoltiamo sua figlia, Anoushka, nata nel 1981 – la sua allieva preferita! ( a volte mi arrabbiavo con i miei allievi, ma mai con lei: lei era my little baby”, confessa lui) – che accompagna suo padre in concerto da quando aveva 13 anni, e ha pubblicato il suo primo album a 17 anni, ereditando il talento di suo padre. Nel DVD si sente suonare il padre, naturalmente, Anoushka, sua figlia ed erede spirituale, così come i musicisti che lo accompagnavano durante il concerto a Pleyel e altri registrati in India. Ma l’aspetto più interessante del documentario è quello che il maestro dice della musica. Parlando in inglese, Ravi Shankar racconta il suo apprendistato da musicista, per 7 anni, presso il maestro Allaudin Khan: sveglia tutti i giorni alle 4 di mattina, per 14 ore al giorno di pratica sullo strumento. Al pubblico occidentale venuto ad ascoltarlo a Pleyel, spiega tutta la complessità della musica indiana, la differenza tra la musica hindustani del nord e quella, karnatica, del sud, parla delle 72 scale musicali, di ritmi a 16 tempi, fa sentire, ritmando con la voce il suo percussionista di tablas, tutta la complessità di ritmi infinitamente elaborati che un occidentale ha difficoltà a decifrare al primo ascolto. Ottimista e uomo del suo tempo, spiega la possibilità che offrono le nuove tecnologie – i dischi, le registrazioni, i video, ecc. – agli studenti di oggi per l’apprendimento della musica, decisamente più rapido.
Ma soprattutto, parla della sua filosofia della musica, che è quella della musica colta indiana: la musica non è solo una delle “performing arts”, come spesso è considerata in Occidente. In India musica e spiritualità sono tutt’uno e la musica è “devozione”, spiega Ravi Shankar. Vediamo infatti il maestro, all’inizio della lezione a Pleyel, salutare il pubblico unendo le mani in preghiera, testa e occhi verso il basso per un lungo momento. E fa lo stesso alla fine: gesto di ringraziamento familiare all’occidentale.
“Prima, l’apprendimento era più lento, per cui l’allievo aveva il tempo di impregnarsi di tutto: la filosofia, la religione…”, ricorda. Tuttavia resta ottimista sull’avvenire di una tradizione che, secondo lui, non si estinguerà mai: “Lo spirito della tradizione viene ancora mantenuto. La vera Verità (the real Truth) non morirà mai. Ci sarà sempre”, confida il maestro, scandito da immagini del film che mostrano le devozioni popolari nei templi dell’India – offerte di fiori, purificazione con l’acqua – e mostrano, in abiti e figure inalterati da secoli, musicisti e ballerini che perpetuano, sotto lo sguardo di una videocamera, arti radicate in un passato secolare ancora vivo.
Molti dei grandi maestri di musica ci hanno lasciato solo alcune partiture o, al massimo, rari scritti o lettere. Per questo consideriamo una grande fortuna poter ascoltare, grazie al film, la voce, tutte le voci, musicali e parlate, dei grandi artisti di oggi.
Per ascoltare l’inizio della master class: http://www.youtube.com/watch?v=8anrbaISxSo
www.ravishankar.org - www.accords-croises.com


MUZZIKA! Dicembre 2010  | Nadia Khouri-DagherALIREZA GHORBANI & DORSAF HAMDANI: Ivresses - Le sacre de Khayyam, Accords croisés
Nato negli anni ’’70, già due album all’attivo con l’etichetta Accord Croisés, Alireza Ghorbani è uno dei più grandi cantanti iraniani, formatosi al Conservatorio nazionale di Teheran, e dal 1999 solista vocale dell’Orchestra nazionale del paese. Fu scelto per cantare le composizioni di Ali Tajvidi (1919-2006) al concerto dato dall’Orchestra nazionale in omaggio al celebre violinista e compositore, 40 giorni dopo la morte di quello che per gli iraniani era l’equivalente di Abd el Wahab per gli egiziani. Oggi, il talento vocale di Alireza Ghorbani – che suscita commenti entusiasti su youtube – già fa di lui il futuro successore del grande Mohamed Reza Shajarian (nato nel 1940). Più che ascoltarlo, bisogna vederlo cantare, per apprezzare tutta la complessità e la tecnica di questo canto classico persiano ( http://www.youtube.com/watch?v=Vmj38ZORTA0 ). Dorsaf Hamdani invece, della stessa generazione, si è specializzata nel canto classico arabo, chiamato malouf nel suo paese, la Tunisia. Uomo e donna dialogano, ciascuno nella propria lingua – persiano e arabo – sulle quartine di Omar Khayyam che celebrano il vino, l’ebbrezza e l’amore:

“Non perdere niente dei dolci momenti di questa vita
Non pensare al domani questa notte
Bisogna cogliere i dolci momenti della vita…”

Lo spettacolo registrato è una produzione del Festival d’Ile-de-France dell’autunno scorso. Le poesie sono musicate da Ali Ghamsary, che qui suona il tar (il liuto dell’Asia centrale il cui corpo forma come due gocce d’acqua), insieme ad altri strumentisti iraniani. Non sappiamo se nell’Iran di oggi – dove le violiniste dell’Orchestra nazionale sono tutte velate di nero, anche mentre interpretano Mozart! – un artista sarebbe autorizzato a cantare i versi liberi, e libertini, del grande poeta persiano dell’undicesimo secolo, che hanno influenzato tutta la poesia musulmana e dato vita alla poesia d’amore europea, attraverso l’Andalusia medievale.
Omar Khayyam, che si definiva “infedele ma credente”, celebrava tutte le ebbrezze, e il vino veniva spesso usato come metafora dell’amore, come nella poesia greca antica (si pensi ai celebri versi cantati da Oum Kalthoum in “Al Atlal”, che conoscevano a memoria tutti gli arabi adulti: “al hobb soukara”: l’amore è ebbrezza; si pensi anche a “Amare è l’importante”, “Amare è l’importante, che importa l’amante? A che serve la bottiglia, se hai già l’ebbrezza?”, di Alfred de Musset...).
Fa piacere ricordare l’epoca d’oro musulmana in cui la gioia, la festa e i piaceri dei sensi non erano infangati, come oggi nella maggior parte dei paesi musulmani. Allo stesso modo, ci si rattrista nell’apprendere che l’artista tunisina che qui vuole cantare la libertà sia “impegnata ufficialmente per la causa del presidente tunisino Ben Ali” e a volte dia concerti “a suo sostegno”. Il saggio e non meno malizioso Omar Khayyam, che cantava la libertà su tutto, si rivolterà nella tomba, per tanto servilismo...
Per ascoltare Alireza Ghorbani: www.alirezaghorbani.com - www.accords-croises.com


MUZZIKA! Dicembre 2010  | Nadia Khouri-DagherCOMPAGNIE MONTANARO, D’amor de guerra, Nord-Sud

“Cri persan”: è proprio su questo brano che si apre l’ultimo doppio album della Compagnie Montanaro: “D’amor de guerra”. Segue la canzone “Alexandria”, le cui parole, eccole, sono poesia parlata più che cantata:

“Ballade citadine
Fumée des narguilés
Au calme des cafés
C’est l’heure masculine

C’est l’heure du jacquet
Des jeux d’échec fébriles
C’est l’heure fraîche, tranquille
Le doux temps de flâner

(violino orientale)

Au secret des maisons
Des gestes de tendresse
Dattes offertes en caresses
Des regards des frissons

C’est l’heure des amours
L’heure cachée, câline,
C’est l’heure féminine
Belle, rebelle, toujours

Je marche avec douceur
En dansant tous mes pas
Et mes notes déjà
Exhalent ces odeurs

Qu’elles chantent tous ces bruits
Un rien de la couleur
Cette vague pâleur
Du bleu d’Alexandrie

Qu’elles chantent tous ces bruits
Un rien de la couleur
Cette vague pâleur
Du bleu d’Alexandrie”

Miquèu Montanaro ci porta di nuovo in un periplo musicale, questa volta non soltanto ad est del Mediterraneo, come nel suo album “Vents d’Est”, ma nel Sudan, in Ungheria, in Romania, in Colombia e in Israele.
Le canzoni dell’album parlano di amore e guerra: lo stupore di trovare la gioia di vivere e il piacere di cantare e danzare, anche nel Darfur devastato, nella città di Medellin, dove i cartelli della droga si massacrano fra loro, nelle scuole di Israele, dove si mescolano bambini di tre confessioni.
Montanaro non compone canzoni solo piacevoli o che fanno ballare, scrive canzoni per mandare messaggi, come quando non c’era la carta stampata per divulgare le notizie e far sapere quanto va male il mondo. Così nella canzone “J’ai vu des hommes”, “Ho visto degli uomini”, lunga litania di dolore:
“J’ai vu des hommes qui tuaient (Ho visto uomini che uccidevano)
J’ai vu des hommes qui me ressemblaient... (Ho visto uomini che mi somigliavano)”.
E non c’è bisogno di parlare occitano per capire la canzone “Ashanti/Drecch”, scritta durante il suo soggiorno in Darfur:
“Au mitan de l’orror
Au mitan dei foliàs
Lei crits dei violentadas...”
Fortunatamente, c’è sempre speranza, come testimonia la canzone “Pierre à chagrin”, scritta durante una permanenza ad Angiò, e ispirata ai tempi in cui in Francia – senza andare fino al Darfur – le donne facevano i duri lavori degli uomini, come spaccare le pietre, quando gli uomini erano in guerra:
“Y aura un temps pour les beaux jours
Un temps de la pierre sans surprise
Où sur la vie nous aurons prise
Reviendra le temps de l’amour”...
Se volete saperne di più su Miquèu Montanaro e i suoi compagni, che oggi vivono nel piccolo villaggio di Correns en Provence, con alle spalle più di 35 anni di “musica aperta”, come dicono loro, tra musiche tradizionali provenzali, musiche del mondo e altro e organizzano ilfestival “Les joutes musicales de Correns”, visitate il loro sito. Si apre sulla bella canzone “Alexandria”, così potrete ascoltarla quante volte vorrete:
www.compagnie-montanaro.com - www.joutes-musicales.com


MUZZIKA! Dicembre 2010  | Nadia Khouri-DagherCHIN NA NA POUN, Au cabanon, Buda Musique

Restiamo in Provenza e nella lingua occitana con quest’album di Manu Théron (canto e percussioni), Patrick Vaillant (mandolino elettrico, diamonica, canto) e Daniel Malavergne (tuba, flicorno, canto). Piccolo richiamo: Manu Théron è la voce del gruppo Lo còr de la plana, che riunisce alcuni musicisti del quartiere di La Plaine, a Marsiglia, che cantano in occitano. Qui in trio, presenta un album meticcio come la città di Marsiglia, in cui si incrociano la canzone siciliana e napoletana (“Vurria fari un palaggu”, “Cannetella”), la canzone spagnola e il tango argentino (“Rocio”, “Lunita nueva”), e la canzone occitana (“Jan trespassa”...). Un album dai profumi deliziosamente retrò, in cui si respira la Marsiglia degli anni ‘30 e ‘40, quando i catalani, arrivati dalla Spagna, davano il loro nome ad una spiaggia, e i marsigliesi dai nomi italiani erano per la maggior parte arrivati da poco dall’altra parte delle Alpi. Da buon marsigliese, Manu Théron, nella canzone “Au cabanon”, insorge contro le trasformazioni radicali che Marsiglia subisce da alcuni anni e contro la modernizzazione e la “bonifica” di alcuni quartieri più popolari:
“Je ne comprends pas comme a changé Marseille
Je ne reconnais plus notre belle ville
Si on nous dit que c’est une merveille
Je pense moi qu’elle était plus belle hier
De nouveaux habitants s’y cassent le museau
En y traînant de mauvaises briques
Ca fait peine de les voir tous courir
Pour vendre ou acheter un cabanon

Le Tgv arrive de la capitale
Remplir la ville de ses franchimands
Ils croient qu’ici les gens se la coulent douce
Que c’est un pays de voleurs et de feignants
Ils verront avec le travail qu’on y trouve
Combien ils sont payés et s’il reste assez
Pour faire passer l’amertume du ragoût
Qu’ils mangent pour avoir leur cabanon

(...)
Et puis ils nettoient rue après rue
En prétendant que c’est pour notre sécurité (...)
Car si vous chassez les pauvres du quartier
La plus grande partie crèveront
Plutôt que de s’en aller de Marseille
Ils ne laisseront pas leur pauvre cabanon...”

Infine, che vuol dire “Chin na na poun”? Un’espressione inventata dal cantautore marsigliese Victor Gelu (1806-1885, nel vecchio porto c’è una stele a lui dedicata), per indicare una canzone “che solo una tuba, un mandolino e una voce possono legittimamente interpretare”. Quest’album è dedicato a colui che chiamavano “il poeta del popolo marsigliese”.

www.myspace.com/chinanapoun


MUZZIKA! Dicembre 2010  | Nadia Khouri-DagherFLAVIO ESPOSITO, Napoli e dintorni, Buda Musique
Flavio Esposito ha inventato un nuovo stile per chitarra: il “partenopeo-brasiliano”! Questo artista, pazzo di Napoli, del suo dialetto e del suo favoloso repertorio di canzoni popolari, tuttora vivo, è appassionato anche del Brasile e della sua musica. Niente di strano: la chitarra è al centro della musica napoletana e della bossanova e il bel vivere funziona sulle spiagge brasiliane come in Italia.
Un album delizioso, per tutti gli innamorati: della chitarra, dell’Italia, del Brasile o di tutte e tre, come noi... L’artista in questo album canta canzoni tradizionali anonime, come “La scarpetta”, propone arrangiamenti propri di classici come “O sole mio”, o ancora canzoni del XIX secolo come “Chiove”.
Ma il chitarrista dà il meglio di se quando canta, in napoletano, su ritmi di bossanova: come in “Malafemmena” o “Bacio a mezzanotte”. E, improvvisamente, ci si ricorda che gli italiani emigrarono numerosi in America Latina, e di conseguenza anche in Brasile, dove portarono il loro gusto smodato per le dolci canzoni d’amore, che celebrano il piacere di vivere e amare, come nella bossanova.
Ascoltate “Chiove”:
http://www.youtube.com/watch?v=s8khjgvIYsk
www.budamusique.com


Nadia Khouri-Dagher
traduzione di Alessandro Rivera Magos
(15/01/2011)


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