MUZZIKA! Marzo 2011 | Nadia Khouri-Dagher
MUZZIKA! Marzo 2011 Stampa
Nadia Khouri-Dagher   
Questo mese: un eccellente gruppo belga, Hijaz, il Trio Chemirani ospita i suoi amici, le nouba andaluse di Beihdja Rahal, un best-of della canzone arabo-ebraica dell’etichetta Buda Musique, e una musa greca, Elisa Vellia, che canta con la sua lira, come duemilacinquecento anni fa…


Il colpo di fulmine di Babelmed

MUZZIKA! Marzo 2011 | Nadia Khouri-DagherHIJAZ, Chemsi, Zephyrus Music (Belgique)
Dal Belgio arriva un altro album di qualità, proposto dall’etichetta Zephyrus Music, che ci aveva già fatto scoprire lo sfrenato “Va Fan Fahre” lo scorso gennaio. Il primo lavoro del gruppo Hijaz, “Dunes”, uscito nel 2008, è stato molto apprezzato dalla critica belga, che lo ha definito un “piccolo promettente capolavoro”. Quest’album , “Chemsi” (“Mio sole” in arabo), conferma Hijaz come un eccellente gruppo jazz, che ha saputo creare un universo sonoro diverso dagli altri, mettendo insieme poeticamente le influenze di Oriente, Grecia, Balcani e India.
La caratteristica di Hijaz è il ruolo centrale del pianoforte, strumento che raramente si ha occasione di sentire nella maggior parte delle formazioni di world-music. Il piano di Niko Deman, solista affermato, dona all’album profondità e fa da eco in maniera sottile alle ricche composizioni dello ‘oudista tunisino Moufadhel Adhoum e alle libere improvvisazioni degli altri formidabili membri del gruppo: il percussionista marocchino Azzedine Jazouli, i belgi Vincent Noiret (contrabbasso), Chryster Aerts (batteria) e Tcha Limberger (violino), che appartengono ad un’illustre famiglia di musicisti manouche, l’armeno Vardan Hovanissian al doudouk e il tunisino Houssem Bel Kadhi al flauto ney.
Tutti i brani dell’album sono firmati da Moufadhel Adhoum, nato nel 1965 nella medina di Tunisi, che ora vive in Belgio, a eccezione di due composizioni di Niko Deman, artista belga nato da madre greca che ha cominciato suonando il bouzouki (entrambi insegnano musica in diverse scuole in Belgio).
Il primo titolo, “Hems” (“Sussurro” in arabo), si apre con alcune evanescenti note di pianoforte sulle quali si posa qualche sussurro, dando da subito all’album il suo tono intimo. “Leaving Adana” fa riferimento all’esodo e al massacro nel ‘900 delle famiglie greche e armene della città di Adana (oggi quarta città turca, non lontana dalla frontiera siriana), quando si formò la Nuova Turchia: l’inquietudine e l’angoscia sono perfettamente espresse dal crescendo della musica, il violino che si fa sempre più acuto, come una paura e un’angoscia che montano fino a un punto insostenibile, fino all’arrestarsi improvviso della musica, come fosse una testa che viene tagliata.
I brani si susseguono con nomi arabi, “Hafla” (Festa), “Ila sadiqui” (Al mio amico), “Chemsi”, o evocando luoghi, come “Sidi Bou Saïd”... Un album che ci ha completamente conquistati e che potrebbe portare Hijaz sulle scene europee e internazionali, dopo i loro numerosi concerti in Belgio di questi ultimi anni. Eccovi due collegamenti, per ascoltare il brano “Chemsi”( http://www.youtube.com/watch?v=qasRuaUpDgM ) e guardare il making-of dell’album ( http://www.youtube.com/watch?v=x3KLMtlLr8E&feature=related ).
Altri estratti dell’album sul myspace degli artisti:
www.hijaz.be - www.myspace.com/hijazgroup


MUZZIKA! Marzo 2011 | Nadia Khouri-DagherTRIO CHEMIRANI invite Ballaké Sissoko, Omar Sosa, Renaud Garcia-Fons, Ross Daly, Sylvain Luc, Titi Robin - Accords Croisés/Distrib. Harmonia Mundi
Il trio Chemirani, formato da Djamichid (Teheran 1942-) e dai figli Keyvan e Bijan, tutti e tre alle percussioni persiane, si è imposto sin dalla sua nascita negli anni ’90 come uno degli attori principali della scena delle musiche del mondo in Francia, dove il padre si è stabilito negli anni Sessanta.
Djamchid e i suoi figli sono dei virtuosi dello zarb, il tamburo in legno a forma di calice, percussione principale della musica classica iraniana celebrato fin dal Medioevo: “O Dio, dona ai musicisti dita dolci come lo zucchero e per lo zarb una mano di ferro”, diceva il grande poeta sufi persiano Rumi, nel XIII secolo (zarb verrebbe dalla parola araba “darb”, che vuol dire “colpo, battuta”).
Djamchid si è formato in Iran presso il maestro Hossein Teherani (1912-1974), che ha rivoluzionato l’uso dello zarb nel XX secolo, creando nuove tecniche di battuta che permettono di produrre nuovi suoni e facendo passare questo strumento allo status di strumento solista.
Oltre allo zarb, i due figli padroneggiano anche altre percussioni orientali come il daff, il grande tamburo a cornice a forma di setaccio, il tar, tamburo a cornice con cimbali, o l’udu, semplice brocca in terracotta.
Djamchid ha accompagnato le più grandi voci iraniane, come Mohamed Reza Shajarian o Parissa. Il trio, così come ciascuno dei suoi elementi da solo, accompagna spesso diverse formazioni musicali, dagli ensemble di musica medioevale al jazz, passando naturalmente per le musiche del mondo. “Pensare le percussioni iraniane come una sintassi che […] permetta di investire le musiche orali o scritte del mondo intero”: questa ambizione, scritta da Keyvan sulla sua pagina myspace, riassume anche quella del trio.
Più volte ospiti, con quest’album rendono il favore agli artisti che gli hanno chiesto di affiancarli in festival e concerti. Così, quello che viene fuori è un album pieno dei colori del mondo intero, perché gli ospiti sono il cubano Omar Sosa, il maliano Ballaké Sissoko, il cretese acquisito Ross Daly, il rajasthano acquisito Titi Robin, il viaggiatore mediterraneo Renaud Garcia-Fons e il jazzista innamorato del Sud Sylvain Luc.
Per la registrazione, alcuni degli artisti invitati sono arrivati solo con una piccola parte o qualche linea melodica, ma molto presto hanno prevalso l’incontro e l’improvvisazione. Spontaneità e piacere di creare e suonare insieme fanno la ricchezza dell’album. Fantastiche le creazioni del trio con il musicista di kora Ballaké Sissoko e quella in cui Omar Sosa, che arriva in studio mentre l’artista maliano sta registrando, si unisce a lui e al trio, in un’ispirata improvvisazione a cinque.
Un album entusiasmante, in cui il trio si pone in secondo piano per valorizzare i grandi artisti ospiti.
La registrazione in studio dell’album:
http://www.youtube.com/watch?v=eWVtaGQ9UF4
Alcune performance e interviste del trio:
http://www.youtube.com/watch?v=vhhWufbIlnI
Alcuni siti per coloro che amano lo zarb e altre percussioni: www.percussions.org - www.tombak.co.uk
http://fr.myspace.com/keyvanchemirani - www.accords-croises.com


MUZZIKA! Marzo 2011 | Nadia Khouri-DagherBEIHDJA RAHAL, Sur un air de Nouba (2 CDs), Institut du Monde Arabe/Distrib. Harmonia Mundi
“Abbiamo tutti ascoltato questa musica in paradiso”, scriveva Rumi a proposito della musica classica arabo-persiana, che ai suoi tempi si ascoltava da Siviglia a Baghdad, passando per Algeri, Fes o Aleppo. L’algerina Beihdja Rahal continua il suo infaticabile lavoro di registrazione di nouba, le suite liriche eredità del mondo arabo medioevale, in particolare della sua epoca d’oro in Andalusia. Queste ricche composizioni sono state trasmesse per secoli oralmente e sono state messe per iscritto in epoca recente, soprattutto grazie al notevole lavoro dei musicisti ebrei algerini dell’inizio del XX secolo, come Edmond Yafil. Alcuni di esse però sono incomplete a causa della lunga trasmissione orale: per noi, un po’ come se mancasse il terzo movimento di un concerto o gli atti primo e secondo di un’opera.
Quest’album presenta la nouba M’djanba, o “Suite Anteriore”, di cui conserviamo quasi la totalità, e la nouba Mazmûm, una delle forme della musica classica andalusa, di cui sopravvivono solo tre dei dodici brani che la costituivano. Ascoltando questo disco, e dopo aver ascoltato il trio Chemirani, specializzato in musica classica persiana che accompagna spesso ensemble di musiche medioevali, ci si rende conto che le percussioni, che accompagnano il cantato e gli strumenti melodici – ‘oud, kwitra (piccolo ‘oud), mandolino, violino e chitarra –, suonano ritmi che troviamo anche nelle musiche medioevali occidentali.
La maggior parte delle nouba hanno l’amore come soggetto, proprio come la maggior parte delle opere in Occidente sono storie d’amore. E proprio come Bach o Mozart sono ancora oggi in programma nei teatri occidentali e molte delle loro composizioni sono conosciute da tutti (come gli italiani che conoscono a memoria alcune arie delle opere di Rossini o Verdi), la musica classica andalusa è ancora popolare ai giorni nostri e ha anche i suoi “best-seller”, canzoni d’amore vecchie di secoli che sono conosciute e cantate a memoria, come la celebre “Ya men saken sadri” (Tu che abiti il mio cuore), che oggi è possibile ascoltare alle feste di matrimonio, estratta dalla nouba Mazmûm .
Ecco, per darvi un idea del clima rovente delle poesie d’amore nell’Andalusia araba, le parole della prima canzone della nouba M’djanba. Per coloro che credono ancora che la cultura islamica sia sinonimo di rigore e rigida morale e che le guance “color di rosa” e i “denti come perle” siano sempre rimasti nascosti dietro veli neri:

“Il mio cuore si è invaghito di una gazzella della Turchia
Le sue guance, del colore della rosa, profumano di muschio;
Ella ha degli occhi per ridere, mentre i miei non hanno che lacrime.
I suoi sguardi hanno acceso il fuoco della mia passione.
Le ho detto: o mia gazzella, dagli occhi così neri
Sii generosa e lasciami abbeverare alle tue labbra
E lasciami ammirare le perle dei tuoi denti.
Si è piegata come un tenero ramo
Poi mi ha gettato uno sguardo e mi ha respinto.
E mentre i suoi occhi chiari mi uccidevano
Le ho detto dolcemente: mia gazzella sono schiavo dei tuoi occhi,
Sei regina tra le belle, abbi pietà dei tuoi sudditi”.

Per non parlare delle innumerevoli metafore, come quella del vino che inebria, simile in tutto alla celebre aria “Verse moi l’ivresse” dell’opera “Sansone e Dalila, di Saint-Saëns... .
Ascoltate Beihdja Rahal che canta questo estratto della nouba M’djanba:
http://www.youtube.com/watch?v=1FHkK-41d18
www.beihdjarahal.com


MUZZIKA! Marzo 2011 | Nadia Khouri-DagherLE MEILLEUR DES TRÉSORS DE LA CHANSON JUDÉO-ARABE, Buda Musique

Gli artisti scelti per rappresentare “il meglio della canzone arabo-ebraica” nella collezione prodotta qualche anno fa dall’etichetta Buda Musique e di cui vi abbiamo presentato album monografici in diverse occasioni su questa rubrica, vengono dall’Algeria, essenzialmente, ma anche da Marocco e Tunisia.
Bisogna ricordare che prima dell’indipendenza del Maghreb, come alla corte dei principi arabi nella Spagna andalusa, i musicisti ebrei, che condividevano la cultura del popolo arabo attraverso la lingua parlata, la musica e la cucina (e spesso anche le condizioni economiche difficili, negli stessi quartieri poveri delle medine), rappresentavano buona parte dei musicisti e dei cantanti, tanto nella Spagna medioevale quanto nell’Algeria o la Tunisia coloniali.
In quest’album ritroviamo star famosissime degli anni ’40 e ’50, che cantano in arabo algerino, marocchino o tunisino, ma anche in francese o in “franco-arabo” (mélange di due lingue sempre presenti nelle radio e televisioni del Maghreb contemporaneo): Lili Boniche, Reinette l’Oranaise, Blond-Blond, Cheikh El Afrite, Raoul Journo, Raymonde, Lili Labassi, Line Monty, Salim Halali, e tanti altri. La maggior parte di loro si era stabilita in Francia dopo l’indipendenza, o ancor prima, e molti sono ormai morti. Ma quelle canzoni sopravvivono nei matrimoni e bar-mitsva di Parigi o altrove, e su internet, per i secoli.
Per i nostalgici e per coloro che non conoscono il repertorio arabo-ebraico e il suo fascino rétro, ecco la canzone “Elli Ghir” di Lili Boniche: http://www.youtube.com/watch?v=dG9IavC_jj0
www.budamusique.com


MUZZIKA! Marzo 2011 | Nadia Khouri-DagherELISA VELLIA, La femme qui marche, Le chant du monde/Harmonia Mundi

“Sì, esistono tra la Bretagna e la Grecia concrete somiglianze: ricchi paesaggi dalla luce magnifica, paesi di marinai e di grandi viaggiatori che mantengono lo sguardo fisso sull’orizzonte. Il greco come il bretone è cresciuto nella musica, la poesia e la danza. Il primo è un emotivo ciarlone, il secondo un emotivo più taciturno, come le due facce di una stessa medaglia…”: così la greca Elisa Vellia spiega perché ama la Bretagna, dove ha scelto di vivere.
Altro tratto comune: la Bretagna rimane una terra dove l’arpa è regina, come fu ai tempi della Grecia antica, quando si chiamava lira ed era presente in tutti i poemi e in tutte le opere d’arte, dai vasi ai bassorilievi…
La storia di Elisa ve l’abbiamo raccontato nell’aprile 2008, in occasione della pubblicazione del suo primo album, “Ahnaria” (Le Chant du Monde), ( index.php?c=3162&m=&k=&l=fr ): nata a Corfù, Elisa lascia la Grecia a 21 anni per trasferirsi a Londra. Nei corridoi della metro ascolta per la prima volta in vita sua il suono di un’arpa celtica: lo strumento la prende al cuore e decide di studiarlo, lei che aveva studiato pianoforte classico e cantava canzoni folk con la sua chitarra. L’arpa celtica, come le altre, è discendente dell’antica arpa greca, quasi scomparsa nel suo paese natale. Elisa si appassiona allo strumento, che studia in Gran-Bretagna e registra anche alcuni dischi con gruppi di musica scozzese o irlandese.
Elisa ha scelto di stabilirsi da qualche anno in Bretagna, dove l’arpa celtica è ancora viva. Ma la raggiunge il richiamo delle origini: dopo aver cantato ballate irlandesi o bretoni, Elisa ha voglia di cantare nella sua lingua madre le canzoni del proprio paese. Un giorno a Creta il padrone di un caffè, che non la conosceva, le dice: “La tua vita sta tracciando un cerchio, e quando l’avrai chiuso i tuoi passi ti avranno portato al punto di partenza”. Nel suo precedente album c’erano già composizioni nella sua lingua natale. Anche in questo, Elisa continua la sua lunga marcia, che dolcemente la porta verso la Grecia e, più ancora, verso la sua adorata Corfù. Canta infatti alcune canzoni popolari della sua isola, che conosce dall’infanzia. “Com’erano la musica e il suono di un arpista delle Cicladi del 2400 a.C.? […](Io canto) le melodie della tradizione orale, tramandate di madre in figlia, che non hanno età. In ogni canzone risuona il nome di un’isola, il nome di una città: Chios, Mitilene, Smirne, Alatsata…”, spiega Elisa.
Così come per il precedente, abbiamo amato tantissimo quest’album, fatto di canzoni e musiche dolci, dove Elisa, che canta in greco accompagnata dal suono etereo della sua arpa, è affiancata da un contrabbasso (Christophe Gauvert) e da un clarinetto (Franck René), che riescono ad essere leggeri come lo strumento e la voce dell’artista.
Il suo primo disco da solista, “Voleurs de secrets”, nel 2006 è stato il più venduto per la categoria World dell’etichetta Le Chant du Monde. Auguriamo a “La femme qui marche” lo stesso successo!
Per ascoltare Elisa Vellia:
http://www.youtube.com/watch?v=krJtGBoGODU
www.elisa-vellia.com


Nadia Khouri-Dagher
Traduzione dal francese di A.Rivera Magos
(26/03/2011)


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