I "passages" di Amman | Fabio Tolledi
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Fabio Tolledi   
I "passages" di Amman | Fabio Tolledi
© Daniele Coricciati

Mi chiedo cosa avrebbe pensato Walter Benjamin traversando le strade e i vicoli che formano il suq di Amman.
I passages di Parigi sono quelle costruzioni in vetro e ferro che uniscono due strade, piene di negozi e vetrine, sono le nostre gallerie cittadine, sono forse il prototipo delle finte piazze dei grandi centri commerciali.
In Benjamin sono anche la metafora di Parigi capitale del XIX secolo, della modernità. Vetro e ferro come metafora della trasparenza e della forza. Luogo dell’apoteosi della merce e della pubblicità.

Ecco, il suq di Amman è l’esatto opposto dei passages parigini: cemento in luogo del vetro e del ferro, stretti cunicoli dove si assommano sarti e barbieri, infiniti mercati dell’usato, di merce che è passata di mano in mano senza necessariamente il consenso del proprietario originale, negozi che vendono assieme strumenti musicali e uccelli, rendendo omaggio forse alla famosa virtù canora degli splendidi volatili, venditori di succo di canna da zucchero, e poi il mercato delle erbe, tripudio della fratellanza con la chiazza cuperta , e come nelle nostre feste paesane venditori di pulcini, papere, galline, conigli: tutto rigorosamente vivo. Come al vivo, sotto i tuoi occhi, è il taglio della carne. E poi erbe e spezie appena colte: camomilla verde, ogni sorta di frutta secca, essenze che sprigionano odore vivo, forte, deperibile. E in questo mi sembra chiaro che passiamo dal vivido istante della vita povera e difficoltosa che sa il peso della più piccola moneta al dispendio compulsivo del compri 3 e paghi 2, delle carte di credito, della lunga conservazione, del consumabile. Questi sono luoghi, poco decorosi, poco puliti, poco onesti, ma luoghi. A fronte dei non luoghi infinitamente uguali delle catene commerciali.

Siamo venuti nel suq di Amman per farci incantare dalla vita, dalle urla dei venditori. Senza esotismo, se è possibile. Senza orientalismo, se ne siamo capaci.
Kuššu ‘ala al ma’rad al ‘ašra bi dinar : venite a vedere, 10 per 1 dinaro.
E poi, sulla piazza davanti alla moschea disoccupati bodiniani al sole, con gli strumenti di lavoro, pronti per essere chiamati a giornata. Ci fu un tempo, in cui una bimba mi regalò, per il mio compleanno, una scatola di passatiempi . Quell’intervento lo chiamammo di arte concettuale. E qui, tra i venditori di lupini, quelli che Verri si metteva in testa da bambino per fare il verso alla luna, trovo il mio tempo, la mia indolenza antica, la mia sete di vita.

La vita dei profughi, gli infiniti campi, qui ad Amman dove ci sono un milione di profughi scappati dalla guerra in Iraq, che celebrano così l’importazione della democrazia, qui in Giordania dove il 60% della popolazione è palestinese, qui dove il Mediterraneo si coagula e mostra tutte le sue contraddizioni, tra bellezza e strazio della storia.

Fabio Tolledi
27 marzo 2010
www.astragali.org

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