Sulcis in fundo | Sulcis-Iglesiente, Carbonia, miniere, Piscinas, Barrancu Mannu, Sant’Antioco, Cagliari
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Federica Araco   

Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate, morti che sono colpa di donne vampiro, fumi sacri che curano i cattivi sogni e acque segrete dove la luna specchiandosi rivela il futuro e i suoi inganni. Ci sono statue di antichi guerrieri alti come nessun sardo è stato mai, truci culti di santi che i papi si sono scordati di canonizzare, porte di pietra che si aprono su mondi ormai scomparsi e mari di grano lontani dal mare, costellati di menhir contro i quali le promesse spose strusciano impudicamente il ventre nel segreto della notte, vegliate da madri e nonne.

C’è una Sardegna come questa, o davanti ai camini si racconta che ci sia […] perché in una terra dove il silenzio è ancora il dialetto più parlato, le parole sono luoghi più dei luoghi stessi

e generano mondi.

//Cala Domestica, foto di Fabio Dongu.Cala Domestica, foto di Fabio Dongu.

 

Le parole di Michela Murgia in Viaggio in Sardegna accompagnano il mio ritorno sull’isola. L’ennesimo da quando, sbarcata per la prima volta poco più che dodicenne, rimasi inebriata dal suo intenso profumo di lentisco e salsedine e dalla luce accecante del tramonto che mi accolse tra gli stazzi della Gallura.

Meta di questo mio girovagare sarà, stavolta, il suo estremo confine sud-occidentale: quel territorio selvaggio al di fuori delle tradizionali rotte del turismo di massa coincidente con la regione storica del Sulcis-Iglesiente.

Questa terra, di straordinaria bellezza e forti contraddizioni, al contempo aspra e rigogliosissima, mi sembra, sin dal primo impatto, come avvolta da un silenzio irreale. Lungo le sue coste frastagliate, tra imponenti pareti di roccia a picco sul mare e montagnole grigiastre e molli ricoperte da un’ostinata vegetazione, si estende il parco geominerario più grande d’Italia.

Sfruttato sin dall’antichità dai Fenici e dai Romani e, in tempi più recenti, da piemontesi, francesi, belgi e tedeschi, era un tempo ricchissimo di rame, argento e ossidiana.

« Negli anni Trenta del secolo scorso da qui proveniva il 10 percento della produzione mondiale di piombo e zinco, oltre al famoso carbonsulcis, usato nel fascismo per lo sviluppo industriale autarchico voluto da Mussolini », spiega Fabio Dongu, fotografo e documentarista, presidente dell’Associazione di promozione sociale Sonebentu (in sardo “Il suono del vento”), che a Carbonia organizza trekking a piedi ed escursioni nelle miniere abbandonate e nelle aree archeologiche e naturalistiche di cui questa zona è ricchissima.

La nostra automobile si inerpica solitaria per gli stretti sentieri scavati tra i monti, costeggiando diversi impianti di estrazione ormai completamente abbandonati e circondati da paesini fantasma dove i minatori vivevano insieme alle loro famiglie. In molti luoghi gli strumenti di lavoro sono ancora visibili e i macchinari usati per il trasporto dei minerali, oggi completamente arrugginiti, sembrano mostruose e gigantesche sfingi della modernità, rimaste lì a vegliare su un regno addormentato da un improvviso incantesimo.

Risalendo da Carbonia verso nord incontriamo Buggerru, una cittadina che, spiega Fabio, è stata costruita dai francesi tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. I segni della speculazione edilizia incontrollata degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta sono evidentissimi e bisogna allenare lo sguardo per scovare, tra un palazzone e l’altro, qualche bella facciata in stile liberty, discreta testimonianza dei fasti del passato. Qui, fino a qualche decennio fa, si incontravano dame francesi elegantissime e gentiluomini dallo stile inconfondibilmente d’Oltralpe arrivati per investire nel settore minerario, ancora molto fiorente all’epoca. Questi avventurieri e piccoli imprenditori, che per la gente del posto altro non erano che sfruttatori senza scrupoli, finita la fase estrattiva non hanno esitato ad abbandonare il territorio, lasciando centinaia di famiglie senza alcuna prospettiva economica.

«Non è un caso», continua Fabio, « che proprio qui a Buggerru nel 1904 si verificò la prima rivolta sindacale d’Italia. Decine di minatori scesero in strada per protestare contro le condizioni di lavoro inumane imposte dalla società Malfidano. Arrivò l’esercito e i militari spararono sulla folla uccidendo tre manifestanti ».

Poco più a nord si intravede, nelle limpide giornate di maestrale, l’esteso sperone di roccia di Capo Pecora, quasi al confine con il Medio Campidano.

Arriviamo al tramonto per assistere a una serata DUNAJAM, un raduno di giovani di tutto il mondo (pochissimi gli italiani) che ogni anno a fine giugno si ritrovano in Sardegna attirati da una ricercata programmazione e dai contesti naturalisticamente suggestivi e molto selvaggi scelti come location.

Un ragazzo giapponese sta suonando un sitar seduto su uno scoglio al centro di questo strettissimo lembo di terra rocciosa che si protende per decine di metri in un’acqua cristallina. L’atmosfera è magica: tutti intorno ci sono decine di giovani, alcuni con figli, seduti a terra con l’immancabile Ichnusa in mano o un bicchiere di buon vino locale, ad ascoltare in rispettoso silenzio. Poco prima che il sole scompaia dietro l’orizzonte ci spostiamo su una piccola montagna di granito rosa che digrada nel mare per ammirarne gli ultimi raggi dorati.

Chiudo gli occhi e ascolto in lontananza quei suoni, delicati e ipnotici, respirando piano. Comincio finalmente a rilassarmi, godendo questa straordinaria e inaspettata accoglienza da parte di una terra che non smetterà mai di sorprendermi…

//Concerto Dunajam, foto di Fabio Dongu.Concerto Dunajam, foto di Fabio Dongu.

 

Un tuffo in Piscinas

//Una miniera abbandonata, foto di Fabio Dongu.Una miniera abbandonata, foto di Fabio Dongu.

 

Continuiamo il nostro viaggio tra le miniere abbandonate che, come cicatrici non rimarginate, tracciano la geografia di un mondo fantasma.

Fabio ha organizzato per noi l’escursione I colori della terra. Dagli spazi infiniti alle mani dell’uomo, un itinerario a piedi di sette chilometri che si snoda tra villaggi abbandonati e dune modellate dai venti che soffiano dal mare. Partiamo dall’area dismessa della Laveria Brassey, oggi ridotta a uno scheletro di pietra e ferro di enormi proporzioni incorniciato dalle montagne di detriti nate dall’accumulo dei materiali sterili delle lavorazioni minerarie.

Proseguiamo lungo la carrareccia accanto al Rio Naracauli, tra enormi cespugli di rosmarino e qualche pianta di limone selvatico, e in alcuni tratti costeggiamo ciò che resta della vecchia decauville, la ferrovia che un tempo trasportava i carrelli pieni di minerale fino al deposito sulla spiaggia, oggi trasformato in albergo di lusso, e da lì al vicino porticciolo per le spedizioni in tutta Italia.

Man mano che ci avviciniamo alla costa il paesaggio cambia: il terriccio sotto i nostri piedi da scuro comincia gradualmente a schiarirsi fino a trasformarsi in una larga distesa di sabbia finissima. Siamo nel cuore del Sahara della Sardegna, undici chilometri di dune dorate, tra le più alte e belle d’Europa, modellate dal vento incessante. Malgrado i residui tossici della lavorazione dei metalli e l’elevata salinità del terreno, la macchia mediterranea è rigogliosissima. «In alcuni punti le dune raggiungono anche i cento metri di altezza», spiega Fabio. «Siamo di fronte a un fenomeno unico in Italia che, con il suo particolarissimo microclima, offre un habitat ideale anche per alcune rare specie arboree e per animali autoctoni, come il cervo sardo, che era a rischio di estinzione».

Dopo una sosta-picnic all’ombra di un enorme ginepro finalmente arriviamo in spiaggia, una distesa di tre chilometri di sabbia morbidissima punteggiata da qualche sparuto ombrellone colorato. «L’ultimo tratto di strada non è asfaltato», racconta la nostra guida, «così molti turisti o bagnanti dell’ultima ora decidono di andare altrove, lasciando questo paradiso pressoché incontaminato». Il contrasto tra l’acqua cristallina, di un verde-azzurro intenso, e il colore del grano maturo delle dune alle nostre spalle crea giochi di luce straordinari. Qui il tocco sapiente della natura sembra avere la meglio sul goffo e sempre inopportuno intervento umano.

//La spiaggia di Piscinas, foto di Fabio Dongu.La spiaggia di Piscinas, foto di Fabio Dongu.

Escursione “I colori della terra”

da Naracauli a Piscinas

Durata: 7

Lunghezza 8 Km

Rifornimento idrico: nessun punto d’acqua

Tipologia: escursione naturalistica.

Difficoltà: medio

Attrezzature: scarpa chiusa adatta ai terreni sconnessi, abbigliamento adatto per l’escursionismo

 

 

Sonebentu nel ventre della terra

Abbiamo la fortuna di trascorrere in compagnia di Fabio un’ultima giornata e decidiamo di dedicarla alla visita di Sa Fraigada, un monumento noto come La tomba dei giganti (in sardo tumba de is gigantis) di Barrancu Mannu, nell’entroterra.

«Il monumento, risalente all’età del Bronzo Medio (1300 a.C. circa) è una tipica costruzione dell’architettura funeraria nuragica», ci racconta, inoltrandosi per uno stretto sentiero incastonato tra arbusti, dirupi e picchi granitici che si stagliano verso il cielo, oggi limpidissimo. Le pietre delle possenti mura ciclopiche che costeggiamo salendo lungo il pendio, modellate da secoli di vento e pioggia, hanno assunto forme bizzarre e ci divertiamo a scorgerne profili di animali, improbabili astronavi primordiali, volti umani, ritrovandoci ammaliati, e forse un po’ suggestionati, da un’energia al contempo accogliente e inquietante.

«Si tratta di una tomba collettiva costruita con grossi blocchi di granito il cui ingresso, alto una sessantina di centimetri e largo cinquanta, è sormontato da un architrave di pietra», spiega Fabio accompagnandoci nel cuore del vestibolo semicircolare scavato nella roccia dove anticamente il sacerdote della comunità celebrava il rito prima dell’incubazione del defunto.

Entriamo in una sorta di galleria scavata nella montagna che suggerisce l’antico passaggio di un corso d’acqua che poi deve aver deviato il suo tragitto. L’atmosfera ha qualcosa di magico e il tempo sembra essersi fermato. Ci sdraiamo sul duro selciato e qui trascorriamo lunghe ore in silenzio, accarezzati dal vento che soffia incessante dalla costa verso la montagna, in compagnia del cinguettio festoso di tre piccoli di rondine che nel loro nido attendono che la mamma porti loro il cibo. Le parole si diradano, i nostri respiri rallentano sintonizzandosi in modo lento e graduale. E mi piace immaginare che anche i battiti dei nostri cuori risuonino all’unisono, guidati dal ritmo antico della terra.

 

A cavallo tra i nuraghe

A pochi chilometri dalla cittadina mineraria di Carbonia, sulla costa sud, si stagliano all’orizzonte le due isole maggiori dell’arcipelago sulcitano: Sant’Antioco e San Pietro.

Decidiamo di trascorrere qualche giorno nella prima, più grande e collegata all’isola madre da un istmo artificiale lungo tre chilometri. Con le sue rocce vulcaniche ( Perdas de focu, “Pietre di fuoco”, raggiunge i 271 metri di altezza) e le brulle colline che digradano verso un mare color verde-ottanio, Sant’Antioco era conosciuta sin dall’antichità per l’importante insediamento fenicio di Sulci.

Decine di tombe puniche scavate nel calcare, is gruttas, “le grotte”, si diramano in un dedalo di cunicoli, nicchie e piccoli nascondigli sotto il centro abitato che prende il nome dall’isola e fino a qualche decennio fa, ci spiegano, erano usate come case. Risalendo verso la parte più alta della cittadina si raggiunge un rilievo ventoso da cui emerge il trophet, il “luogo dell’arsione” dove si dice che i sacerdoti fenici e cartaginesi offrissero agli dei Tanit e Baal sacrifici umani.

Ma la nostra passione per la Sardegna nuragica ci spinge verso altri itinerari, più interni e sicuramente meno battuti. Decidiamo di esplorare a cavallo la punta sud-orientale dell’isola, attraversando un territorio brullo e pressoché disabitato compreso tra Coecuaddus, Portu Sciusciau e Fontana Cannai. La nostra guida, Alessandro, è un giovane del posto con gli occhi vispi e il sorriso cordiale. Ci accompagna dal suo maneggio, il Centro Ippico Coecuaddus (che in sardo significa “coda di cavallo”) lungo stradine bianche che si snodano tra campi di avena e macchia mediterranea, muretti in pietra e vecchi stazzi abbandonati. Manteniamo un’andatura morbida per godere in tutta tranquillità dei suoni e dei colori della natura che ci circonda e dopo circa mezz’ora di cammino raggiungiamo la Tomba dei Giganti, un insediamento nuragico simile a quello di Barrancu Mannu, ma meno imponente e purtroppo non altrettanto ben conservato. Rimango incantata dalla luce dorata che precede l’ora del tramonto, mentre una delicata brezza marina mi avvolge inebriandomi con gli odori di lentisco, elicriso e rosmarino selvatico.

Sul colle, in lontananza, domina Capo Sperone e si intravedono i ruderi dell’ottocentesco Semaforo, postazione telegrafica della Regia Marina per il controllo del Golfo di Palmas. Procedendo verso sud, costeggiamo alcuni resti di antichi nuraghe, tristemente abbandonati all’incuria dall’amministrazione locale, più interessata a valorizzare le tracce delle civiltà successive, qualche domus de janas e numerose fonti d’acqua.

Torniamo al maneggio dopo due ore di cammino e ad accoglierci c’è dell’ottimo formaggio pecorino autoprodotto, pane caldo fatto in casa appena sfornato e della birra ghiacciata artigianale.

Quale modo migliore per tornare con i piedi per terra?

//Foto di Fabio Dongu.Foto di Fabio Dongu.


Federica Araco

03/08/2015