A Delfi per conoscere te stesso  | Delfi, monte Parnaso, Apollo, Pizia, Antinoo, Kleobi, Bitone, Lorenzo Scaraggi, Peppino Guardapasso, Vostok 100k
A Delfi per conoscere te stesso Stampa
Lorenzo Scaraggi / Peppino Guardapassi   

Sabato sera. L’attaccamento alle cose, alle passioni, a quello che si è perduto, a quello che non si raggiunge. Forse quello che potrebbe sintetizzare al meglio il senso del nostro passaggio a Delfi è questo concetto. In fondo pure il voler conoscere qualcosa circa il proprio futuro rappresenta l’incapacità di staccarsi dalle sicurezze di quello che è più stabile, l’incapacità o la paura di scoprire qualcosa di nuovo. Questo non è male, fa parte della natura dell’uomo, che nel corso dei secoli, poi, non è cambiato così tanto.

//La statua di ApolloLa statua di Apollo

Delfi è un posto magico. Il fatto stesso che si trovasse alle pendici del Parnaso, luogo caro ad Apollo e residenza delle muse significa qualcosa. Deve significare qualcosa. Lo stesso Byron è passato da queste parti, cercando ispirazione.

Delfi è un posto magico perché per centinaia di anni ha accolto suppliche ma anche glorificato i trionfi degli atleti che partecipavano ai giochi pitici. Un luogo magico perché questo fiume di preghiere, di speranze, di sogni ha bagnato per secoli la sua terra pietrosa. E perché manifesta attraverso le sue rovine, i suoi pini, i cespugli di rosmarino, quanto di più magico possa esistere: le passioni degli uomini.

Ho camminato a lungo per le rovine di Delfi e quello che ho potuto percepire è di quanto l’uomo cerchi di lasciare il proprio segno, in collegamento costante con gli dei, di quanto l’uomo cerchi di ringraziare quegli dei invisibili attraverso doni, monumenti, altarini, statuette votive. Il tutto in nome di qualcosa di etereo, che non si può toccare ma c’è. Tutto va sotto il nome di passione, di ardente fuoco che ti consuma dentro e costruisce quello che sei giorno dopo giorno, con vittorie, piccole conquiste o ferite non si chiudono più.

Entro nel museo. Un calcio nello stomaco mi avrebbe lasciato più fiato. Tutto dice umanità. Le grandi statue di Kleobi e Bitone, o, come qualcuno pensa, dei Dioscuri, mi travolgono con la loro bellezza. Non solo la bellezza estetica. Ma la bellezza di quello che rappresentano, la bellezza del pensiero, dell’evoluzione del senso estetico dell’uomo che inizia a comprendere nella sua evoluzione artistica l’importanza delle proporzioni, l’importanza della muscolatura nella scultura. Come un bambino che inizia a scoprire il mondo attraverso le parole, che in fondo sono solo aria modulata dal pensiero.

È questa la bellezza travolgente di quelle statue: la volontà di dare uno slancio alla pietra. Il movimento. I due gemelli stanno già camminando verso quella che sarà la scultura classica greca. Una metopa su cui è raffigurata una Gigantomachìa mi squarcia il cuore.

Immagino le sue ferite di guerra. Forse gli manca un occhio, forse è monco per un fendente ricevuto in battaglia. Oppure è sano. E allora lo immagino implorare gli dei, sul campo di battaglia, lo immagino pregare con quintali di adrenalina che trovano sfogo attraverso la forza delle sue braccia a tagliare teste e recidere vite. Sangue e sudore e clamore di armi da una parte. Le sue preghiere dall’altra.

Lo immagino farsi strada tra i corpi dei propri compagni, procurar battaglia, soffrire per la morte di un fratello caduto in quel caos primordiale che rappresenta la guerra. E dentro di sé tutto questo diventa solo un fastidioso rumore ovattato perché è solo la sua voce che gli rimbomba speranzosa e vitale. «Splendente Apollo salva la mia vita e ti prometto che verrò da te, a Delfi, e ti farò dono di un elmo di bronzo».

È umanità, è passione, anche se convogliata attraverso il pensiero di quelle entità capricciose che sono gli dei. È l’attaccamento alle cose, l’attaccamento alla vita. Ogni statuetta, ogni piatto, ogni gioiello è una preghiera.

E poi c’è la statua di Antinoo.

Il bellissimo amante di Adriano. Adriano viveva un attaccamento ossessivo, un culto smisurato per Antinoo. Il malinconico Antinoo. Poi un giorno Antinoo sta nuotando nel Nilo e annega. Forse decide di morire per amore di Adriano, il triste Antinoo. E allora Adriano ne fa una divinità. Statue di Antinoo sono state ritrovate un po’ ovunque, ma la statua di Delfi è di una bellezza disarmante.

E allora capisci tutto e comprendi ancora meglio quello che Antinoo rappresentava per l’Imperatore.

Antinoo è la morte che non vogliamo accettare, il passato che non lasciamo andar via, il sogno che non vogliamo smettere: Antinoo è il simbolo dell’attaccamento alla vita con tutto quello che rappresenta. Antinoo è l’ideale che Adriano tocca e di cui non accetta la perdita facendone una divinità. Esco dal museo ringraziando gli dei di essere un uomo, di sentire scorrere dentro di me lo stesso sangue dello scultore dei Dioscuri, del guerriero scampato alla morte, di Adriano, di Antinoo. Ringrazio gli dei per quello che sono e per tutte le paure e le passioni e le grandi domande che mi tormentano da sempre a cui non darò mai risposta, né tra le pietre di Delfi, né sul campo di battaglia.

Del resto all’entrata del santuario, più di due millenni fa, qualcuno aveva scolpito le parole gnôthi sautón. Conosci te stesso.

 


 

Lorenzo Scaraggi / Peppino Guardapassi