Il dio del viaggio | Larissa, Salonicco, Agios Oros, Orfanoù, Strimonico, Alessandropoli, Vostok 100k, Lorenzo Scaraggi, Peppino Guardapass
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Lorenzo Scaraggi / Peppino Guardapassi   

Il dio del viaggio | Larissa, Salonicco, Agios Oros, Orfanoù, Strimonico, Alessandropoli, Vostok 100k, Lorenzo Scaraggi, Peppino Guardapass

La silhouette dell’isola di Samotracia si rivela all’orizzonte nel chiaroscuro dell’ultimo tramonto greco prima di passare la frontiera. È l’isola in cui un contadino, zappando il proprio vigneto, rinvenne la celeberrima statua di Nike, dea della vittoria.

Un po’, simbolicamente, è come se quella vittoria, un pezzettino di quella vittoria, ci celebrasse. Almeno per ora. Perché percorrere i quattrocento chilometri di oggi è stata un’impresa. Un po’ una roulette russa, un gioco a nascondino col motore del Vostok e i suoi rumori, una caccia al tesoro musicale, con una melodia meccanica da scandagliare.

Il Vostok ha il motore in cabina e le lunghe traversate, le giornate a lunghissima percorrenza sono scandite dal ritmo potente e assordante dei suoi pistoni. Che poi ci fai l’abitudine, te ne innamori e impari a usare il tono di voce giusto per comunicare, o a stare zitto e guardare la strada.

Ma oggi no, perché oggi dovevamo prestare un’attenzione particolare a quel ritmo di acciaio e pistoni: ieri sera il Vostok ha fatto scintille. Nel senso reale del termine. Ieri sera. Notte fonda. Percorriamo la strada che va da Larissa a Salonicco. Una serie di fiamme e di scintille hanno iniziato a illuminare il buio che avvolgeva la pancia del Vostok. Ci siamo fermati. Estintori alla mano. Era stata la marmitta a sputare quelle fiamme.

Apparentemente non c’erano danni né segni sospetti. Proviamo a rimettere in moto il nostro vecchio ferro ma niente, non ne vuole sapere. Eppure speriamo in quelli che chiamiamo i poteri di autorigenerazione del Vostok.

Nel nostro viaggio verso Capo Nord, lo scorso anno, appena usciti da Helsinki le frecce hanno iniziato a non funzionare. Abbiamo percorso quasi 1500 chilometri senza segnalare curve e svolte. Ma in fondo non ce n’era bisogno. Fare la strada che unisce Helsinki a Capo Nord è un po’ come attraversare il deserto: qualche villaggio, molti laghi, milioni di alberi e renne come forma di vita più frequente. Una strada dritta dritta da capogiro. Eppure, forse grazie alle preghiere al nostro personale dio del viaggio, o ai poteri del Vostok, le frecce hanno ripreso a funzionare.

Adoriamo pensare che siano queste forme di superstizione a rigenerare la meccanica del Vostok, a farci trovare la via giusta, a regalarci la strada migliore. Ma il motore, il motore è diverso dalle frecce. E se ti fermi nel buio della campagna greca le cose sono diverse.

Un quarto d’ora di preghiere e di bestemmie e il Vostok, magicamente, si è rimesso in moto. Ecco perché oggi è stato tutto un controllare, auscultare, scrutare segni, mentre più di quattrocento chilometri di Grecia scivolavano via sotto la nostra chiglia.

Quel silenzio è stato funzionale, ha favorito lo scorrere dei pensieri, permettendoci, quasi obbligandoci, a prestare un’attenzione diversa alla strada, al mondo che intorno a noi cambiava, per percorrere una vera e propria zona di metamorfosi geografica, culturale, religiosa e sociale.

 

Percorrendo la strada che va da Salonicco ad Alessandropoli si assiste a una fusione, a un perfetto equilibrio tra mondi diversi. Da Salonicco in poi, pian piano, il caos greco lascia spazio al caos turco, in un’infinità di sfumature. Da queste parti il concetto di isole culturali, di comunità religiose e nazionali è molto opinabile. Procedendo verso Nord ci si avvicina alla Bulgaria e allora tra chiese ortodosse e minareti è il caos slavo che fa capolino con la sua pigra indolenza.

Facce, religioni, modi di vivere, parlare, interagire con la vita che in un balletto costante di commistioni variopinte danno vita ad un’altra Europa, un altro Mediterraneo, un altro Islam. Ognuno col suo caos apparente, col suo ordine fittizio che ha il ritmo del sirtaki, il canto del muezzin come colonna sonora e il gusto tagliente e forte della rakia. Come in alcune zone tra Croazia e Bosnia o tra Bosnia e Serbia.

Superata Rendina si lascia la penisola Calcidica alle spalle e ci si trova davanti a un panorama da bruciare l’aria nei polmoni. È il golfo Orfanoù o Strimonico con il promontorio di Agios Oros, il monte Athos, il terzo dito della penisola, che sembra voler afferrare il mare. La vista è da Mediterraneo puro.

Addentrandosi nel territorio è tutto un alternarsi di piantagioni di tabacco, di girasole e di patate, come ne ho viste tante in Ungheria. E poi strade lunghe e deserte, come tra Lucania e Calabria o in Marocco e poi boschi rigogliosi e zone pietrose e calve che sembrano Murgia.

Su una spiaggia, quasi alla meta, ci imbattiamo in un accampamento di zingari festosi che suonano e bevono e ballano e ci invitano a unirci a loro ma non hanno corrente elettrica e noi dobbiamo ricaricare le batterie. Ci indicano una scorciatoia per Alessandropoli. Due chilometri di sterrato tra rovine di templi greci e di fortezze ottomane. La strada quasi non esiste ma in un faticoso slalom tra rocce e buche finalmente arriviamo a destinazione.

Nonostante la paura durante la cavalcata notturna, il Vostok ha retto anche oggi.

Forse le scintille erano dovute a residui di gas e olio, a un tipo di carburante con troppi ottani. Forse il Vostok ha retto grazie alle preghiere al dio del viaggio, o ai suoi poteri di autorigenerazione, o alle bestemmie. Forse si è fermato perché avevamo tirato troppo su i giri del motore. L’importante è che siamo a cinquanta chilometri dalla Turchia e che tutto sia andato per il meglio. Le spiegazioni, le soluzioni, che siano di carattere meccanico, o di natura irrazionale, ci importano poco.

Abbiamo tra le mani un mezzo romantico d’altri tempi, solido e caparbio, e nella testa un’immaginazione sconfinata e romantica, a suo modo.

Del resto Peppino, il mio socio nell’impresa, lo dice sempre pensando alla nostra avventura: «Nel Vostok l’acciaio è tedesco, ma la fantasia è tutta italiana!».

 


 

Lorenzo Scaraggi / Peppino Guardapassi