L’ingresso in Asia. La bellezza e i cretini | Troia, Schliemann, Ataturk, Erdoğan, Ettore, Achille, Ulisse, Vostok 100k, Lorenzo Scaraggi, Peppino Guardapassi
L’ingresso in Asia. La bellezza e i cretini Stampa
Lorenzo Scaraggi / Peppino Guardapassi   

//Gli scavi di TroiaGli scavi di Troia

«La bellezza salverà il mondo». È così che avrei voluto iniziare questo report giornaliero se avessi dato libero sfogo alle mie emozioni più viscerali parlando di quello che ho visto oggi. Oggi il Vostok ha attraversato i Dardanelli.

Lo spettacolo era incantevole ed emozionante. Incantevole per il mare cristallino ed emozionante perché quella traversata di poche centinaia di metri ha in sé un carico, una portata emotiva notevole. Poche centinaia di metri e sei in Asia.

La bellezza salverà il mondo, ho pensato, mentre mi trovavo esattamente a metà del percorso, mentre il nostro traghetto scivolava delicatamente tra Europa e Asia.

E poi l’ho pensato quando siamo arrivati a Troia. «La bellezza salverà il mondo» nella sua accezione più ampia, nel modo di intendere la bellezza non solo nel puro senso estetico apparente, esteriore. Per bellezza intendo anche l’essenza del primo impatto di qualcosa che ti colpisce. E intendo anche la bellezza delle anime delle cose, della storia, del vissuto. Tutto è bello, anzi, molte cose sono belle. Almeno io così le intendo.

E avrei iniziato con quella frase anche parlando di Troia. L’emozione di arrivare in quella cittadella che tanto ho sognato nelle mie letture da adolescente, che tanto mi hanno influenzato nella scelta dei miei percorsi, nella visione della narrativa.

Achille che trascina il corpo di Ettore attaccato per i tendini dei piedi, Ulisse che architetta il piano del cavallo, le navi che veleggiano verso Troia, i mirmidoni, i duelli. E poi arrivare a Troia e provare a immaginare, sognare, cadere in preda alla sindrome di Stendhal. «La bellezza salverà il mondo».

E invece no, perché nonostante tanta bellezza, oggi il chiodo fisso, quello che non va via dalla testa è un altro concetto: il mondo è dei cretini.

La giornata è iniziata con un’interessante conversazione. Ho parlato per lungo tempo con Arci, studente di ingegneria a Istanbul, cameriere stagionale a V beach. Sorseggiando un caffé davanti al mare, abbiamo parlato di politica.

Inutile dire che purtroppo quando noi italiani parliamo di politica con gli stranieri il primo nome che viene fuori è quello di Berlusconi e poi ti chiedono «Ma come avete fatto per vent’anni?». Il mondo è dei cretini.

Però è anche vero che con Erdoğan, non è che i turchi stiamo messi tanto meglio.

Diciamo che Arci fa parte di quelli che non hanno votato per Erdoğan e questo mi fa sentire un po’ più vicino a lui. Erdoğan rappresenta quello che Berlusconi ha rappresentato per l’Italia. Un regime conservatore, volto al nepotismo, al favoritismo, all’uso della politica come un’emanazione dei poteri personali.

Arci mi ha spiegato che in questo momento la politica di Erdoğan è volta al conservatorismo, alla salvaguarda delle tradizioni islamiche, a discapito di una certa apertura che lentamente stava facendo capolino nella vita politica turca.

«Molti amici hanno votato per lui, eppure non si rendono conto che Erdoğan sta prendendo le parti dell’Islam più fanatico, che si contraddice in continuazione inventando bugie su bugie, che ha affermato pubblicamente di essere il nuovo Ataturk, che ha chiuso tutte le televisioni dell’opposizione».

Mi sembra di ascoltare un copione già noto. «Pensa – continua – che quando sono iniziate le manifestazioni a Gezi Park, ha prima detto che i turchi migliori avrebbero schiacciato i manifestanti, poi ha affermato di essere il premier di tutti i turchi e poi ha ordinato le cariche della polizia».

«Ha ottenuto poco più del cinquanta percento dei voti – conclude Arci – eppure la sua politica si sta mostrando deleteria per tutti i progressi raggiunti, per la crescita economica e per la considerazione che all’estero hanno della Turchia». Un po’ come in Italia. Il mondo è dei cretini, mi ripeto.

E me lo ripeto anche a Troia quando mi ritrovo al cospetto degli scavi compiuti da Schliemann alla spasmodica ricerca dei tesori di Priamo.

Diciamo che Schliemann era un cretino in buona fede. La figura di questo avventuriero tedesco che scoprì Troia semplicemente basandosi sulla lettura dell’Iliade non è ben vista dagli archeologi, non solo per motivi accademici, ma per ragioni meramente tecniche. Effettuare uno scavo archeologico non consiste nello sventrare un sito alla ricerca di tesori, ma in un lavoro certosino, fatto di scavi lunghi e meticolosi, di catalogazioni, di infinita pazienza. Questo perché quando si scava non si sa mai cosa ci sarà sotto, quanti strati, quante civiltà hanno abitato quel sito e quale sia stata la storia di quel sito. Si scava meticolosamente. Ogni centimetro verso il basso può raccontare un terremoto, un incendio, una guerra, un assedio, un cimitero. Schliemann no. Arrivò a Troia e iniziò a sbudellarne le viscere, come un macellaio, fregandosene di cocci e vasellame, di suppellettili e resti di costruzioni.

Ecco perché Schliemann, ammirato per la sua tenacia, simbolo dell’estro che frega l’accademismo, è inviso agli archeologi. Non basta scoprire un tesoro e annunciarlo ai quattro venti. Bisogna raccontare la storia di quel tesoro, datarlo, dargli un passato, una locazione, un’identità.

Una volta un mio amico archeologo mi ha portato a visitare un sito in cui non si era ancora scavato. Sulla superficie del terreno ho trovato un coccio. Quando stavo per lasciarlo a pochi metri dal punto del rinvenimento il mio amico mi ha fermato, ha preso il coccio e l’ha rimesso esattamente nel punto dove l’avevo trovato. «Se lo sposti lo decontestualizzi, crei delle difficoltà per chi verrà a studiare il sito». Ecco perché nonostante il genio, Schliemann era un cretino.

E poi Troia, con la storia del cavallo. Che se vogliamo è un po’ la metafora della politica. Un trucchetto, un gioco di prestigio, un regalino e l’esaltazione generale dei cretini. I troiani pensano che gli Achei siano andati via lasciando come dono un enorme cavallo di legno e loro che fanno? Ci credono, portano il cavallo in città e festeggiano. E poi Ulisse gli fa la festa.

OK c’erano gli inganni degli dei, OK si tratta di cretini che vogliono sperare nella fine della guerra, OK Cassandra che li avvisa porta con se la maledizione di non essere creduta e lo stesso accade a Laocoonte che fa una bruttissima fine, ma un dubbio, una perplessità, una prova del nove applicata al cavallo la potevano mettere in atto.

Niente! E i cretini decidono per tutti. Decidono la fine di tutti. Intanto Troia non c’è più, la voragine scavata da Schliemann è un’enorme ferita tra le rovine, Erdoğan, con la scusa dell’ordine pubblico ha limitato da pochi giorni le ore in cui è possibile vendere gli alcolici e in Italia? Non stento a credere, vista la situazione attuale, che anche oggi, qualche cavallo di Troia, sarà sicuramente entrato nelle case degli italiani.

 


 

Lorenzo Scaraggi / Peppino Guardapassi