Il vecchio tanghero | Vostok 100k, Lorenzo Scaraggi, Peppino Guardapassi, Cappadocia, Asia Minore
Il vecchio tanghero Stampa
Lorenzo Scaraggi / Peppino Guardapassi   

//Il sistema di accensione del VostokIl sistema di accensione del Vostok

È un vecchio ballerino di tango, il nostro Vostok. Di quei vecchi professionisti, col callo della passione, che aspettano nelle milonghe che qualche ballerina in erba si ritrovi sola e impacciata al centro della pista. Allora si alzano con fare guardingo e sicuro e le brandiscono, quelle malcapitate, e iniziano piano perché le vecchie ginocchia smettano di scricchiolare e poi non si fermano più.

Al tempo stesso è un suonatore di bandenon, il vecchio Vostok, capace di tenere una nota per un tempo infinito, con calma, con pazienza, tirando al massimo quel ritmo regolare e armonioso. La mattina, quando lo metti in moto, è pigro e si avvia lento sulla strada. Poi pian piano le ginocchia smettono di scricchiolare, a quel vecchio tanghero, e inizia a danzare al ritmo sconosciuto della strada, seguendo gli armonici del viaggio.

Salite, discese, curve strette, pendenze, arresti e ripartenze: per ogni metro di strada la musica del suo motore varia, ma riesce sempre melodiosa. Quando sei in viaggio ti accompagna la musica del Vostok, che ha il motore in cabina, giusto in mezzo tra me e Peppino, e diventa una musica naturale, lo senti soffrire a volte, a volte invece canta ed è impossibile non innamorarsi di quel camper vecchio trent’anni. Ma come ogni prima donna della danza che si rispetti, ha bisogno di attenzioni. Ogni tanto bisogna fermarsi e coccolarlo, massaggiargli i piedi.

Nel campeggio anarchico di cui parlavo, gli abbiamo dedicato due giorni di revisioni, di amorevoli dosi di olio, di premurosi controlli.

Davanti a un mare curioso, come se avessimo tirato in secca un vecchio legno.

Ormai ci accompagna nelle nostre avventure da più di un anno, il Vostok, come un’abitudine. L’abbiamo restaurato e abbiamo fatto tutte le modifiche che lo facessero sentire più importante, quel vecchio ballerino. Bevono olio, i pistoni del Vostok, un litro ogni 1000 chilometri.

Carletto, il nostro meccanico, ce l’aveva detto durante il restauro del motore: «Trattatelo con i guanti, che motori come questo non li fanno più. Trattatelo come un bambino e vi porterà in capo al mondo».

//Un litro di olio ogni mille chilometriUn litro di olio ogni mille chilometri

Quando l’abbiamo restaurato gli abbiamo messo degli specchietti retrovisori più grandi rispetto agli originali che però con le vibrazioni della strada tendono a spostarsi e allora bisogna dare un giro alle viti, per tenerli belli fermi. Poi c’è l’olio per le cerniere e le giunture varie. Nel corso del restauro abbiamo modificato i paraurti, facendoli rifare in acciaio, su misura, come si fanno i pantaloni dal sarto. Un dono di Michele Wasabi, un nostro amico metalmeccanico, mago della saldatrice.

La messa in moto, l’ho detto qualche giorno fa, è quella di un’astronave o di un mezzo ultramoderno, con un tasto rosso. Poi ci sono i pistoni degli oblò, che sono quasi andati e vanno sistemati spesso.

Per poter consultare le carte anche di notte abbiamo piazzato una lampada con luci a led sulla postazione del navigatore. Perché col Vostok vige il viaggio slow: possibilmente lontano dalle autostrade e con il solo ausilio di mappe cartacee. E poi vanno ricaricate le batterie, controllata l’acqua, il serbatoio delle acque bianche e quello delle acque grigie e monitorati i consumi per chilometro.

Tutto questo ha un fascino senza tempo, come quando i ciclisti portavano i copertoni di riserva incrociati sul petto, come quando Nuvolari si toglieva gli occhialini e aveva il viso sporco di fango e di strada, che si poteva sentire in bocca, il gusto dell’andare. Il Vostok è la tua carrozza, e al tempo stesso il tuo cavallo e poi è casa ma è anche un concetto. Il Vostok racchiude in sé lo spirito della strada che mai è sufficiente sotto i piedi ma è anche i tuoi piedi che devono essere sempre ben curati se vuoi andare lontano.

Due giorni in un campeggio senza una precisa localizzazione sistemando un mezzo senza tempo. Talvolta qualche ospite del campeggio Barnum si affacciava, osservava, dava consigli, ammirava, scattava foto, sorrideva. Il posto giusto perché il Vostok diventasse un’attrazione. Due giorni di meccanica e vita selvaggia, stringendo bulloni e mangiando pesce appena pescato. E pensavo che la vita dovrebbe andare sempre così: fare in modo che i vecchi ballerini di tango possano girarci vorticosamente intorno, senza dimenticare che ogni giro di tango è un pezzo di strada in più che impariamo. E poi accontentarsi di quello che abbiamo a disposizione, che la vita è troppo breve per essere schizzinosi.

Domani si riprende il viaggio. La Cappadocia è sempre più vicina eppure sembra sempre meno importante. Quello che conta, ormai, sono i chilometri di vita che stiamo vivendo, i giri di tango che stiamo ballando.

 


Lorenzo Scaraggi / Peppino Guardapassi