I mille volti di Istanbul | Enrico Galoppini
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Enrico Galoppini   
I mille volti di Istanbul | Enrico Galoppini
La prima impressione che il visitatore riceve una volta giunto nel centro storico di questa città dalla storia plurimillenaria, non è di quelle scontate: gli sembra di trovarsi in una sorta di “Germania con le moschee”. Già, perché tutto a Sultanahmet – dove dominano i due capolavori architettonici di Santa Sofia e della “Moschea Blu” - risulta in perfetto ordine e lontano da quell’immagine stereotipata delle “città d’Oriente” che chissà per quale motivo devono per forza emanare odori penetranti e brulicare d’una folla montante e rumorosa. Istanbul è, infatti, una città “moderna”, d’una “modernità” made in Turkey, ma ad ogni modo lontana da quel quadretto impolverato esibito a turisti a caccia dell’esotismo più spinto. Quello che in effetti colpisce appena si mette piede tra l’immensa basilica giustinianea e uno dei massimi capolavori del grande architetto ottomano Sinan, è la sensazione di trovarsi “a casa”: i nuovissimi e pulitissimi tram, il traffico pressoché inesistente, la pulizia delle strade e della piazza ornata da fiori e fontane… Così ci si adegua volentieri, disponendosi a contemplare, senza ridursi al tipico sbracamento turistico, le meraviglie di Costantinopoli (prima ancora, Bisanzio) che i turchi del clan di Osmàn ribattezzarono – con evidente assonanza col nome precedente – Istanbul.
Santa Sofia è in un certo senso il punto obbligato da cui cominciare ad entrare nella storia e nello spirito di questa metropoli che oggi conta circa 10 milioni di abitanti (ma stime ufficiose parlano di vari milioni in più).
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Oggi Santa Sofia, la “Divina Sapienza” (o al-hikhma al ilâhiyya, che in arabo è la stessa cosa…), con l’aggiunta dei minareti, del minbar (il pulpito) e del mihrâb (la nicchia che indica la direzione della preghiera), e dei medaglioni che, in alto, agli angoli interni, riportano i nomi di Allâh, del Suo Inviato, dei quattro califfi “ben guidati” e dei figli prediletti della cosiddetta “Gente della Casa” (Hasan e Husayn), con l’aggiunta di tutto ciò – dicevamo – non si presenta all’odierno visitatore come una “chiesa trasformata moschea”, bensì come un museo. Un museo al modello per antonomasia di buona parte della posteriore opera di progettazione ed edificazione di moschee ottomane.
Di moschee, a Istanbul, ve n’è per tutti i gusti. Moschee sultaniali, visirali, intitolate ad emiri, figlie e favorite di reggitori d’un impero multinazionale che al massimo dell’estensione (sul finire del Seicento) si estendeva su tre continenti - Europa, Africa ed Asia - esaltando perciò quella funzione di Costantinopoli/Istanbul quale crocevia d’Eurasia (o, sarebbe più corretto, di Euro-afro-asia): ad ogni modo di quel “Vecchio mondo” che proprio in quel torno di tempo cominciava lentamente a percorrere, moltiplicando i motivi di frammentazione, quella parabola discendente che l’avrebbe costretto a passare lo scettro della supremazia mondiale a quello “Nuovo”, d’Oltreoceano.

Nelle moschee d’Istanbul (e della Turchia in generale) il visitatore non musulmano è sempre ben accetto. La soluzione qui adottata per evitare fastidi agli oranti è senz’altro semplice ed ingegnosa. Se in alcuni Paesi (ad esempio in Marocco) l’ingresso non è assolutamente consentito, neppure nel cortile, ed altrove (in Siria) capita di veder girottolare i turisti in mezzo a chi vorrebbe semplicemente ritirarsi in preghiera, all’interno delle sale di preghiera d’Istanbul è presente un ‘recinto’ entro il quale i visitatori devono restare, ma dal quale possono ammirare tutta la magnificenza degli interni e scattare delle foto. Questo, ovviamente, nelle moschee più celebri, e perciò maggiormente esposte all’assalto turistico, perché nelle altre non si pongono problemi di questo tipo. A proposito di moschee, è impressionante la quantità di restauri attualmente in corso: quella di Solimano e quella di Mehmet II “al Fâtih” (“il Conquistatore”, d’Istanbul, s’intende), che in realtà sono qualcosa di più che semplici luoghi di culto. Le moschee, infatti, s’inserivano in un più vasto complesso di edifici che davano luogo ad un “complesso” (külliyye, dalla radice araba kâf-lâm-lâm che veicola il significato di “totalità”): scuole, ospedali, biblioteche, mense, dormitori e tutto quel che oggi (ieri?!) viene associato all’idea di “Stato sociale”.
La particolare attenzione a che le principali moschee stambuliote, e non solo, vengano restituite al loro originario splendore potrebbe, a prima vista, essere addotta alle preoccupazioni specifiche d’un governo “islamico” quale quello guidato da Recep Tayyip Erdoğan. Ma se si astrae dal desueto slogan secondo cui “tutto è politica”, ci si accorge di un continuo e spontaneo afflusso di fedeli presso i mausolei dei sultani e degli altri membri della famiglia che resse uno Stato dalla fine del Duecento all’esito disastroso della Prima guerra mondiale, all’incirca come gli Asburgo. Inizialmente, si trattava dei ristretti territori della Bitinia, a ridosso del limes bizantino, tuttavia, la supremazia militare, e non solo, dimostrata nei confronti degli altri emirati turcomanni d’Anatolia, l’eclissi dell’elemento arabo nel più vasto insieme della civiltà (arabo-) musulmana e l’indubbia arte di contemperare gl’interessi di popolazioni assai diverse tra loro fecero sì che con le sorti e il prestigio della casata ottomana s’identificassero idealmente tutti coloro che, dopo la fine del discusso “califfato ottomano” (in auge dal 1774 per motivi ‘propagandistici’), in cuor loro non hanno mai cessato d’aspirare ad una rinnovata pagina gloriosa della storia dell’Islàm e dei turchi.
I mille volti di Istanbul | Enrico Galoppini
Sì, perché la Turchia odierna è senz’altro nazionalista, Atatürk o non Atatürk, per cui vien talvolta il sospetto che le preghiere nei türbe (ovvero i mausolei, spesso d’interesse estremo anche dal solo punto di vista artistico) stiano a significare anche l’espressione d’una recondita speranza di veder un giorno tornare “i turchi” ai fasti d’un tempo. Senonché, come accade di regola nelle riletture nazionaliste del passato, gli ottomani non erano “turchi”, o almeno non lo erano come lo s’intende oggi, poiché –non lo si ricorderà mai abbastanza – un Impero non è uno Stato-nazione. Come che sia, quest’importanza attribuita dal popolo a luoghi che a noialtri imbevuti di secolarismo potrebbero sembrare niente più che delle “tombe di gente importante” sorprende ed incuriosisce, ingenerando ammirazione per un popolo che dà valore al proprio passato, quali che siano le strumentalizzazioni che ne vengono fatte.

Enrico Galoppini
(foto E. Galoppini)
(14/09/2008)

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