I mille volti di Istanbul (seconda parte) | Enrico Galoppini
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Enrico Galoppini   
I mille volti di Istanbul (seconda parte) | Enrico Galoppini

"Germania con le moschee", dicevamo all'inizio… Sarà forse perché i "luoghi comuni" tradiscono una verità, magari distorta o esagerata, ma i turchi, almeno questi turchi così vicini a noi (popolazioni parlanti lingue affini al turco vivono dai Balcani alla Cina, passando per il Caucaso e l'Asia Centrale) hanno tutta l'aria di non voler deludere chi, memore della nomea di "tedeschi del Medio Oriente", decide di saggiarne le qualità organizzative, viaggiando per ore ed ore da Istanbul alla Cappadocia, da Bursa a Izmir (Smirne), in pullman "di linea" dotati d'ogni comodità, compreso il tizio che, incessantemente, perfino durante la notte, passa col carrellino servendo caffè, tè e merendine, deliziando i viaggiatori con l'immancabile colonia profumata. L'Italia, in quei momenti, sembra davvero lontana… Idealmente, s'intende, poiché arrivare in Turchia costa poco in termini di tempo e danaro, ma almeno qua sulle rive del Bosforo sembra che l'uomo non sia ancora stato sacrificato al dio della "flessibilità" e della "ristrutturazione" che scaglia saette fatte di servizi sempre più scadenti sui poveri portafogli di clienti che hanno perso la speranza di veder "funzionare" qualcosa.
I mille volti di Istanbul (seconda parte) | Enrico Galoppini
'Abdul-Hamîd II
Questi "tedeschi del Medio Oriente", probabilmente non a caso, hanno effettivamente una lunga storia di ottime relazioni politiche, economiche e militari con i tedeschi veri. Ma qua il carattere c'entra poco (anche i turchi sono abbastanza taciturni e di maniere poco espansive), entrando piuttosto in ballo la geopolitica, che già a fine Ottocento aveva imposto al Kaiser Guglielmo II di stringere alleanza con l'ultimo grande sultano ottomano, 'Abdul-Hamîd II (in turco İkinci Abdülhamid), patrocinando una ferrovia che da Berlino, passando per Damasco con diramazione verso Medina e Mecca (quest'ultima mèta non fu mai raggiunta per motivi troppo lunghi da spiegare qui), raggiungesse Baghdad (allora ottomana) e saldasse così, nel ferro delle rotaie, quel primo tratto d'integrazione grande-continentale avversato dalle potenze che, nel breve volgere di tempo, avrebbero dichiarato guerra agl'Imperi Centrali e allo stesso Impero Ottomano, accaparrandosi l'oro nero e seminando quella zizzania che avrebbe diviso, sino ai nostri giorni, le popolazioni vicino e mediorientali. Oggi, chi si reca nella Piazza dell'Ippodromo, può ancora ammirare a testimonianza di quell'amicizia un'elegante fontana donata – con tanto di targa in tedesco – dal Kaiser in persona.

A pochi passi dalla fontana e dagli obelischi che punteggiano lo spazio in cui, in epoca bizantina, andavano in scena gare di cavalli nei quali la folla, divisa in fazioni, s'infervorava tale e quale a quella che s'accalca nei moderni stadi calcistici, si accede ad un altro gioiello d'eccellenza organizzativa: il Museo delle Arti turche ed islamiche. Qui, con tutto il rispetto per le pregevoli e magari superiori collezioni raccolte altrove, dal Cairo a Damasco, non c'è spazio per quella patina di trascuratezza che caratterizza troppi musei d'arte islamica dei vari Paesi arabi. Ogni pezzo, dai manoscritti alle pagine miniate (i turchi non nutrivano troppa simpatia per l'iconoclastia di altri popoli islamici e non: si ricordi il periodo iconoclasta presso la corte del Basileus!), dalle vesti lussuose ai tappeti (monumenti alla pazienza dell' artifex e memoria tessile-simbolica d'un popolo le cui radici altaiche non si sono mai gelate), viene esaltato da un'azzeccata scelta espositiva che tra spazi adeguati e luci ben dosate induce il visitatore ad apprezzare un'arte poco "originale" nella misura in cui veicola una cultura in grado di parlare ai cuori della gente di Turchia e a tutti coloro che hanno capito che, in fondo, l'arte tradizionale parla un linguaggio universale. C'è, in quelle collezioni, specie in quelle etnografiche, un po' di 'nostalgia delle origini', ma basta ritornare alla vita là fuori dal museo per rendersi conto che l'amore per la propria storia e quel che si è stati (o si ritiene d'esser stati!) può sposarsi con la volontà di non rimanere a coltivare sterili ed incapacitanti memorie.
I mille volti di Istanbul (seconda parte) | Enrico GaloppiniIstanbul, oggi, è perciò il carrettino tirato dal signore che vende il simit (quella ciambellina di pane arricchita di semi di sesamo) o quello del ragazzo che ti chiede una lira e mezzo per la pannocchia che invece ne costa una; è il bazar, il più grande al mondo tra quelli coperti, e il "mercato delle spezie"; oppure il panino col pesce venduto sui moli di Eminönü, da cui partono i capienti e funzionali "feribot" diretti verso la parte "asiatica" d'Istanbul. Ma Istanbul è anche la signora di mezz'età col "velo" che si tiene in forma 'cavalcando' gli attrezzi sportivi del giardinetto del quartiere; è una rete capillare di servizi igienici pubblici da far invidia all'Impero romano; è la rapidità della metropolitana che collega di continuo il centro con l'aeroporto e viceversa. Ma attenzione agli stereotipi! "Modernità" e "Tradizione" qua non si sposano in un felice ma scontato "connubio": questa città vive nel presente, attenta al suo passato e proiettata fiduciosamente nel futuro, e tutto quel che le appartiene non è una macedonia di "sopravvivenze" e di "fughe in avanti", bensì un tutto unito calato nello stesso 2008 di noialtri che ci consideriamo gli esclusivi "figli del nostro tempo" e ci permettiamo di giudicare inesorabilmente questo o quel popolo "indietro" per confermarci in un pregiudizio "progressista" oramai davvero stantìo.

Enrico Galoppini
(12/10/2008)


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